“La lotta per il pane” di Orhan Kemal, recensione di Daniela Domenici

Ventiquattro straordinari racconti di varia lunghezza compongono quest’opera dello scrittore
Orhan Kemal, nome d’arte di Mehmet Rasit Ogutcu (ci scuserete se non possiamo
scrivere il nome esattamente ma la tastiera italiana non contempla alcuni segni
della lingua turca), tradotto da Barbara La Rosa Salim, con la prefazione e a
cura di Giampiero Bellingeri e pubblicato dalla Lunargento di Venezia nella sua
collana Cahiers de voyage.

Se mi permettete un consiglio: leggete prima, tutti d’un fiato, come ha fatto la
sottoscritta, i racconti, gustateveli e poi tornate, a ritroso, alla dettagliata
e competente prefazione di Bellingeri che ci arricchisce con le notizie
sull’autore e sulle sue tematiche.

Sono racconti che hanno come protagonisti sempre e soltanto gli “ultimi”, che siano
bambini come in “Sonno” o “Il bambino Alì” o persone detenute come “Ysuf,
l’inserviente dell’infermeria” (e questa storia sarà stata probabilmente
ispirata dal periodo trascorso in carcere dall’autore dal 1939 al 1943 accusato
di incitamento alla rivolta nelle caserme) o donne come in “Una morta” o “Una
donna”; sono tutte storie che hanno come denominatore comune la povertà, la
lotta per la vita, per il pane, come dice il titolo, ma sempre venate da un
sorriso nonostante tutto, da un “ottimismo naturale, raggiunto vivendo, e non
imparato a qualche scuola…” come scrive Orhan Pamuk, scrittore turco premio
Nobel.