“La donna che sbatteva nelle porte” al teatro Aurora di Scandicci

Conoscevamo Marina Massironi come “collega” attrice del trio comico formato da Aldo, Giovanni e Giacomo e probabilmente molte delle numerosissime persone che ieri sera hanno riempito il teatro Aurora di Scandicci si aspettavamo uno spettacolo su quella falsariga, insomma un monologo che mettesse in luce le sue formidabili capacità di attrice comica.

E invece in “La donna che sbatteva nelle porte”, tratto dal libro dell’autore irlandese Roddy Doyle per la regia di Giorgio Gallione e la scenografia di Guido Fiorato, Marina Massironi ci ha regalato un superbo monologo di assoluta bravura in cui ha alternato momenti di delicata ironia nei flashbacks sul suo passato con la tragica, drammatica realtà dolorosa del suo presente in una prova attoriale che le ha regalato applausi convinti, prolungati e calorosi del pubblico con un inizio di standing ovation, meritatissimo.

E’ la storia di una donna irlandese trentanovenne, Paula, che trova finalmente il coraggio di buttare fuori di casa il marito, Charlo, da cui ha avuto quattro figli, dopo diciassette anni ininterrotti di violenze a cui ha reagito diventa alcolizzata e andando, con frequenza quasi quotidiana, al pronto soccorso per farsi medicare, accompagnata sempre dal marito autore di quelle ferite, che non la lascia sola un attimo neanche là quando lei vorrebbe trovare il coraggio di dire ai medici “Salvatemi”, urlo di dolore che ripete ossessivamente durante il monologo.

Originalissima la scenografia immaginata da Gallione e Fiorato: su un prato verde come sono quelli irlandesi sono sparsi gli oggetti della casa, gli elettrodomestici, il tavolo e le sedie e il letto, quasi fosse un cimitero, come ha fatto ben notare Donatella Alfonso di Repubblica, come se fossero lapidi sbilenche, un cimitero di illusioni, di amori perduti.

Una storia di abuso fisico e psicologico che potrebbe essere successa dovunque e a qualunque donna: ringraziamo Marina per avere avuto il coraggio di portarla sulle scene in tutta la sua drammaticità.

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