La torre d’avorio al Teatro della Pergola, recensione di Daniela Domenici

la torre d'avorio da lanazione.

Il teatro della Pergola piena in ogni ordine di posti per la “prime” di “La torre d’avorio”, un testo di Ronald Harwood nella traduzione di Masolino D’Amico.

Cosa ha fatto accorrere così tanti spettatori? Il nome di Luca Zingaretti, celebre attore televisivo, che ne è il principale protagonista, insieme a Massimo De Francovich, oltre che il regista.

In breve la trama di quest’opera che ruota tutta attorno alla figura di Willhelm Furtwaengler (1886-1954), il più celebre direttore d’orchestra della sua generazione il quale quando Hitler diventò Cancelliere della Repubblica di Weimar nel 1933 invece di emigrare, per scelta come molti avversari del regime, o perché costretti, come molti ebrei, scelse di restare e fu accusato, di conseguenza, di aver servito il nazismo. Nel 1946 si presentò davanti a un tribunale di “denazificazione” a Berlino dove fu interrogato per due giorni, fu assolto da tutte le prove ma il suo ricordo non fu mai completamente esente da quell’ingiusta accusa di collaborazionismo col nazismo.

L’interrogatorio davanti a quel tribunale americano a Berlino è al centro de “La torre d’avorio”; il maestro Furtwaengler, un bravissimo Massimo De Francovich, viene umiliato e aggredito con scientifico accanimento dal maggiore Steve Arnold, che odia la musica classica, uno spietato Luca Zingaretti, i cui collaboratori sono la timida e succube segretaria, Emmi Straube, interpretata da Caterina Gramaglia, il tenente David Wills impersonato dal bravo Peppino Mazzotta  e due testimoni, Gianluigi Fogacci che è il signor Helmuth Rode e Elena Arvigo la signora Tamara Sachs.

Il titolo originario del testo di Harwood è “Taking sides”, prendere posizione, e il problema è proprio questo: prendere posizione nella vicenda del maestro Furtwaengler ma, con le parole di Riccardo Ventrella,responsabile della comunicazione “…questo testo mette in scena un classico dramma dei bui tempi di mezzo che precedono le cadute dei regimi dittatoriali” ma “…non risolve, non condanna, non assolve. Fa quello che il teatro dovrebbe fare spesso, estrae un problema e lo fa girare molto vicino alle persone. Che ciascuno si faccia la propria opinione e ne discuta”.

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