Annamaria Farnetani, la prima donna capostazione, di Rossana Federighi

annamaria farnetani

La stazione aveva un aspetto molto diverso, un tempo. Aveva il giardino pieno di rose, di mille colori, ben curate. Una specie di vanto per chi, di questo luogo pubblico, era il tutore. Un ricordo vivo nella mente di Annamaria Farnetani, primo capostazione donna d’Italia. La signora Annamaria, 90 anni compiuti il 31 marzo, abita a Bagni di Lucca con la figlia Maria Rita e la sua famiglia. Una specie di capostipite: con lei, “l’altra metà del cielo” è entrata in ferrovia.

Aveva trent’anni Annamaria quando il marito Ivo Barbagli (di professione capostazione) la convinse a tentare un concorso in ferrovia. Era per un posto di “sostituto”, un capostazione aggiunto a quello ufficiale. Annamaria ci provò, e lo vinse. Negli anni Cinquanta fece più sostituzioni finché, nel ’59 fece il salto di qualità, quando il marito dalla stazione di Ponte d’Arbia, nel Senese, fu trasferito ferito a quella di Calavorno. Annamaria, Ivo e le due figlie piccole partirono verso la nuova destinazione.

A Calavorno, a 32 anni, annamaria diventò capostazione, anche se non titolare di stazione, carica che spettava ai soli uomini. All’epoca per le donne non era prevista neanche una divisa: lei usava una cappa nera al ginocchio con una fascia blu al braccio con la sigla delle ferrovie. Non c’era berretto per le donne: sarebbe arrivato anni dopo, insieme alla divisa (giacca e gonna carta da zucchero e cravatta blu).

«Questo non deve far pensare – dice Annamaria – che il mio lavoro non fosse di responsabilità. Mi occupavo di sicurezza e regolarità nella circolazione dei treni, non solo passeggeri ma anche merci. Serviva buona capacità di analisi, autonomia decisionale, capacità organizzativa e autocontrollo. Dovevo dare informazioni dettagliate su orari e destinazioni, curare la biglietteria, il centralino e i registri. Poi c’era la gestione del passaggio a livello, prima a mano con l’arganello poi col posto di blocco automatico».

«Il lavoro era duro, si lavorava ininterrottamente giorno e notte, e non c’erano i tabelloni luminosi: tutto girava intorno al rapporto umano, che offriva sicurezza e creava quell’atmosfera che oggi in stazione non c’è più. Figure come la mia e quella di mio marito non esistono più, tutto è automatico, elettronico. Ci diede immensa felicità vincere tre medaglie d’oro al concorso di abbellimento degli impianti, quando i capostazione facevano a gara per curare il giardino, le fontane e la sala d’aspetto delle loro stazioni», conclude.
da http://www.iltirreno.gelocal.it

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