“La verità sul caso Harry Quebert” di Joel Dicker, recensione di Daniela Domenici

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Premetto che non mi lascio spaventare dalla mole di un libro, se mi appassiona sono capace di divorarlo nonostante, come in questo caso, le sue 779 pagine. “La verità sul caso Harry Quebert” è scritto da un giovanissimo autore svizzero, è un thriller ambientato in una cittadina degli USA, Aurora, ed è stato splendidamente tradotto da Vincenzo Vega.

Ho voluto dare un’occhiata, su un sito che ritengo molto valido, ai commenti che ha ricevuto da quando è stato pubblicato l’anno scorso e mi ha colpito sia il numero, più di duecento, che la varietà dei giudizi corredati da un voto, si va dall1 al 5 come una sorta di altalena, dalla demolizione più spietata all’esaltazione più calorosa; mi verrebbe da dire: “nel male o nel bene basta che ne parliate”.

Prima d’iniziarlo non ne sapevo assolutamente nulla, mi è stato consigliato e l’ho cominciato senza alcun pregiudizio di sorta, tabula rasa come faccio sempre prima di ogni inizio, perché non voglio essere minimamente fuorviata; e sin dalle prime pagine ne sono stata attratta magneticamente a tal punto da leggerlo in ogni ritaglio di tempo libero.

E’ sicuramente un magnifico thriller che lascia senza fiato, con un ritmo narrativo martellante, pieno di flashbacks, una sorta di scatola cinese, di “trama a matrioska”, permettetemi l’immagine, non facilissimo da seguire ma assolutamente innovativo.

Ma è, prima e innanzitutto, la storia di una profonda e duratura amicizia tra due uomini di età diverse, Harry, il maestro, e Marcus, l’allievo; e ancor di più è il racconto di un grande e tenero amore, quello tra l’adolescente Nola e il maturo Harry, che è cuore del racconto intorno al quale ruotano e s’intrecciano tutte le altre storie con decine di personaggi diversi, tutti perfettamente tratteggiati dal punto di vista psicologico.

Concludo con i miei più calorosi complimenti al giovane, ma già bravissimo, Joel Dicker e, ancora una volta, al traduttore Vincenzo Vega.