“Scogli”, racconto di Paola Bardi

 

 scogli

L’uomo era alto e solido e granitico. Contava i giorni della sua vita come i pesci che accumulava nel canestro o come i punti di una partita; con meticolosità e precisione. Li infilava come pietre preziose in un filo (perché si intravedevano dei bagliori, vero?) seguendo un ordine prevedibile.

Questo almeno immaginava la ragazza della casa bianca quando lo guardava, ogni mattina, dalla veranda. Allora era ancora inverno e il cielo bianco e la schiuma del mare sembravano tenerli lontano; lui, sagoma di un pescatore sugli scogli, lei bellissima e diafana nel suo paltò nero, sfumata dall’aurora e dal fumo caldo del caffé.

Lo osservava curiosa e affascinata, sebbene per lei fosse poco più di un fantasma; desiderava avvicinarlo e parlargli, ma rimandava ogni giorno il suo appuntamento presunto, pur sognandone e immaginandone minuziosamente i dettagli durante le sue ore di solitudine. Ascoltava canzoni alla radio e qualche volta pensava che le canzoni parlassero di lui, o di tutti e due, pur sapendo che nessun filo li univa, non ancora.

Si dissolsero le nebbie invernali e con le movenze lente di una tartaruga vennero i giorni del sole tiepido e delle margherite sui prati, stagione breve e tenue nel suo paese eppure romantica per lei, che scese la collina in un turbinìo di capelli biondi e di abitini intessuti di fili d’argento.

Il pescatore era come ogni altro giorno sugli scogli e non sembrava alleggerito dalla primavera, né si volse a guardarla quando gli porse una tazza di caffé. Ricevette la sua offerta senza stupore e la tazza bollente passò da sottili mani bianche a larghe mani temprate; se lei fosse stata sgombra da emozioni avrebbe colto una sfumatura di gratitudine che scalfiva la solitudine profonda dell’uomo e quando, in ritardo su ogni ragionevole desiderio, lui decise di guardarla, avrebbe visto il segno della freccia scoccata dal suo arco negli occhi seri e lucenti.

Avrei voluto portartela ogni giorno, quando era freddo e ti guardavo da lontano e sognavo di scriverti una dedica romantica sulla pagina di un libro.

Queste ed altre parole non dette furono la loro conversazione d’amore.

Le parole uscirono invece per parlare di pesce, città lontane, aneddoti, vecchi ricordi. Uscirono nello srotolarsi dei giorni primaverili ed estivi, come una banca dati, sbilanciate a terra, mai ascetiche, eppure forti da forgiare catene brunite che legarono il pescatore e la ragazza.

Lei soprattutto amava ascoltare, sentendo fortemente che un’altra corrispondenza li univa: il suo amore di grano ed il fuoco di lui nascosto nella roccia. Lui, segretamente orgoglioso di essere stato scelto, la ricambiava con le parole semplici di conversazioni di cui nella vita era stato avaro.

 

Ma le giornate troppo belle sono regolate da un orologio dispettoso e veloce, e lo trovò che si preparava a partire una mattina di settembre, ancora inusualmente madreperlata e tiepida.

“Te ne vai?”

Luce accecante negli occhi neri. “Si, vado a Sud. Cerco mari più pescosi e paesi più caldi; sono stanco di mattine nebbiose e notti fredde”.

Sei stanco anche di me? Ma non furono pronunciate parole importanti, né si parlò di sentimenti e nostalgia; il pescatore era molto più forte dell’emozione di un addio e il paesaggio visto dalla casa di lei tornò ad essere quello di un anno prima.

Amo ottobre, in questo mio paese sguarnito ai venti, di giorni bui come notti. Amo questo mare tempestoso che poco o niente concede all’uomo e lo tiene a distanza, abitato da vascelli fantasma e da ombre vichinghe.

Amo le lanterne accese nei vicoli nebbiosi fin da quando, bambina, mi facevano sentire in bilico tra la vita e la morte, tra gli uomini e gli spettri.

Eppure oggi, 31 ottobre 2005, seduta nella veranda dell’ultima casa della Scozia, a Saint John O’Grove, non posso fare a meno di pensare che se fossi nata e cresciuta in un paese assolato, se lo avessi incontrato sulla riva di una spiaggia tropicale, lui sarebbe ancora con me. Se qualcosa fosse servito a trattenere quell’uomo ruvido, forte e poco romantico, oggi lo avrei fatto.

Non è sempre vero che dalle conchiglie si può sentire il mare. Ci sono giorni in cui il vento non ti scompiglia i capelli nemmeno se siedi sulla scogliera più alta e giorni in cui i campanellini dei gatti non tintinnano tra l’erica.

Ci sono giorni vuoti di fiori e profumi e correnti ma puoi solo sederti ad aspettare che tornino.