“Intridersi” di Beatrice Bausi Busi, parte seconda

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TUTTO  SCORRE, sostenevano gli antichi e anche se talora i periodi della vita possono sembrarci immobili e grevi come macigni, davvero fluiscono e si mischiano, fondendosi in qualcosa che appare uniforme. Eppure… in realtà non finisce mai in noi la sensazione che le onde susseguenti di questo fluire e scorrere possano essere congiunte eppure scisse, distinte, distinguibili e definibili con denominazioni diverse.

Quella goccia si è unita ad altra quantità, quel rivoletto insulso ha aggiunto vigore a un già copioso torrentello, il fiume convoglia il suo liquido apporto sino al mare e vasti oceani si frangono a rive lisce o su baluardi di scogli. Così la Vita, la nostra vita, le altre, tutte.  Di questo esser distinte gocce i fatti, che si uniscono a formare un tutt’uno parla questo  “l’Errare – l’Errore – l’Orrore“, pezzo di teatro che già al suo apparire si dimostrò insolito. Traggo dalla motivazione acclusa alla segnalazione ricevuta l’anno 2007 dal copione integrale, partecipante alla XXVma edizione del Premio Firenze nella sezione testi teatrali inediti: “….testo speciale, al confine fra letteratura, teatro e vocazione spirituale….”

Tanto si parla e si scrive sulla forza interiore e morale delle donne, sulle prove che riescono ad affrontare in condizioni disumane, inaccettabili, anche per periodi lunghissimi. Le donne della famiglia Goretti, la cui vita come quella dei consanguinei e dei vicini/aguzzini viene in questo contesto lucidamente quanto amaramente scandita da date e netti riferimenti, giungono a sbalordirci per la quantità di lavoro materiale, dolore morale, sopportazione che riescono a porgerci. L’adulta coraggiosissima e forte, rimasta vedova a trentaquattro anni con sei figli in tenera età fra cui una neonata, in un luogo insalubre ed orrido; sottoposta ad ogni tipo di vessazione, sforzo fisico, umiliazione. Che riesce a mantenersi intatta nella sua altissima dirittura morale, ad essere per i suoi sostegno per il fisico e guida per lo spirito, faro in un buio costante denso di insidie e disgusto, mantenendo una famiglia immersa nella coscienza del valore del proprio sé e della Fede vissuta con naturalezza e mai come imposizione. Donna-collante per l’unione dei figli che avranno comunque destini differenti e sovente di distacco e non ritorno fra le sue amorevoli braccia, come il figlio che vivrà dignitosamente in America ma ne chiamerà un altro a condividere una vita migliore seppur lontana… e quest’ultimo invece troverà la morte senza aver potuto rivedere la madre; o come un altro maschio  –  Mariano –  che morì misteriosamente, pugnalato, nei carruggi di Genova.

Maria, questa fra le figlie, insistette per ricevere i sacramenti prima dell’età consentita all’epoca, quasi presentisse che a tale età non sarebbe giunta; e per riuscire in questo suo desiderio si sottoponeva lietamente  a sacrifici per noi quasi impensabili. Con un amore incommensurabile portava a compimento pesantissimi doveri che oggidì stroncherebbero fisici ben più nutriti e allenati.

Da questa “triste istoria” esiste una trasposizione sotto forma di film – “Cielo sopra la palude”  –  zeppa di inesattezze se non veri e propri errori, vista la tendenza imperante del periodo all’aggiungere orpelli e abbellimenti o romanzare senza troppo attenersi alla nuda cronaca. Una delle più clamorose sviste: quando nella pellicola la madre Assunta afferma che il figlio primogenito Antonio l’aiutava nel duro lavoro dei campi… quando invero era morto a soli otto mesi d’età.

Un disagio serpeggia come un rivolo di colpevolezza in noi, sempre pronti a lagnarci delle nostre difficoltà e fatiche, a fronte di come si viveva e sopravviveva nel quotidiano “solo” una manciata di decenni fa, si instilla come un acido corrosivo all’ascoltare il verbale della polizia che dettaglia lo svolgersi del delitto. Ed è uno choc apprendere una verità scoperta solo recentemente, sulle motivazioni che ad esso portarono. Le coincidenze ci toccano, come il fatto che l’interprete d’oggi sulla scena si chiami Alessandro come l’uccisore della piccola; il quale dopo il processo, la condanna, il carcere e gli anni trascorsi in convento nel pentimento e nel lavoro di giardiniere, terminò la vita terrena nella stessa esatta data (il 6 maggio) in cui 70 anni prima morì Luigi, il padre di Maria, la sua vittima. Che con la sua terribile agonia e il perdono accordato al suo carnefice sul letto di morte gettò i semi del pentimento e della redenzione di questi. Alessandro Serenelli  – che, fatto raro per l’epoca dato il suo ceto sociale, sapeva scrivere e amava leggere  – lasciò una lettera lucidissima e incisiva. Scritta il 5 maggio 1961, nove anni prima della propria dipartita e trovata dai frati cappuccini alla sua morte ancora sigillata, viene sentita come il suo testamento spirituale e nella sua interezza scorre come un “titolo di coda” al termine della rappresentazione; chiusa essenziale, eppure pregnante. Verità e conferma. Confessione e pentimento, moto riscattante di un’anima così a lungo tormentata.

Varie, oltre ai fatti terribili riportati, sono le particolarità di questa vicenda sia dal punto di vista umano che storico o giornalistico.

L’assassinio avvenne nel 1902, e tutti i documenti ad esso inerenti furono sbloccati e resi disponibili  alla  consultazione circa nel 1998; con grande stupore della prima persone che vi ebbe accesso, fu notata una non esigua quantità di pagine zeppe di OMISSIS.

La santificazione di Maria Goretti il 24 giugno, da parte di Papa Pio XII durante l’Anno Santo 1950, fu la prima cerimonia all’aperto di questo genere, e ad essa, oltre che una folla immensa assistettero sia  la madre anziana paralizzata e su una sedia a rotelle, da una finestra del Vaticano, che  il suo assassino –  ormai in libertà dopo aver scontato la sua pena  e redento nel profondo – in piazza S. Pietro, confuso fra la gente. La documentazione sonora della cerimonia la dobbiamo al noto giornalista Gian Luigi Rondi.

Ed anche una scelta particolare trovate nella locandina che accludo, scelta di donne per le altre donne, e per chi con loro vive. Ma il perdono è forse la peculiarità che ci colpisce e oserei dire “stordisce” in questa vicenda: Alessandro Serenelli, il criminale reo confesso, già perdonato dalla sua vittima-bambina, trovò in Assunta Goretti  la compassionevole e buona madre che non aveva mai avuto. Vi invito ad andare ad ascoltare le voci di questi due tipi di dolore, di povertà, di accettazione di un proprio percorso. Sia di chi, sostenuta dalla Fede, la viveva  da sempre e di chi vi pervenne attraverso una passione distorta, l’omicidio, la lettura, la riflessione, l’accudimento di giardini silenziosi coltivati pregando….

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