“Il destino regala”, terzo poesiracconto di Adele Libero

 

il destino regala

 

L’aria fine riusciva a penetrare anche nelle corsie del piccolo ospedale di provincia. Fuori le nubi di nebbia si poggiavano ancora dolcemente sulle colline, creando corsie bianche nel verde fitto degli alberi. I primi raggi dell’alba, poi, creavano un effetto rosato, che poco alla volta si diffondeva dalle finestre ai bianchi letti delle stanze, ai camici degli infermieri che già iniziavano a passare, frettolosamente, alle pareti vuote di ornamenti, coi buchi di qualche crocefisso un tempo appeso ed ora rimosso, chissà da chi.

 

Teresa, anni ottantadue, era ancora semi-assopita sotto le sue copertine bianche. Aveva il viso tirato dalla solita impossibilità di dormire per qualche ora di fila. La notte era trascorsa tra ricordi e rabbia, tra immagini di una vita forse mal spesa, tra litigi con le persone più care, ricerca di felicità nascoste e voglia di buttarsi sempre tutto alle spalle. Si trovava in ospedale dalla mattina precedente, in seguito ad un piccolo attacco di cuore: palpitazioni, sudori freddi e senso di svenimento l’avevano costretta a chiedere l’intervento del 118 che, giunto a dire il vero assai presto, l’aveva presa e depositata al pronto soccorso.

 

Non c’erano molte persone da avvisare per il suo malessere. Forse solo la sorella, con la quale, peraltro, aveva litigato da tempo. Così era rimasta in attesa di visita, di diagnosi, di cure. Era stata vista dopo parecchio (quanto ?) e dopo un elettrocardiogramma ed una lista di altri esami da fare era stata spedita in cardiologia.

 

Accanto al suo letto c’era una bella ragazza, che leggeva di continuo poesie, a volte assaporando i versi ad alta voce. Ora aveva appena recitato questi:

 

Se ho visto l’alba aprirsi coi suoi occhi

e se i gabbiani spaziano lontano,

il tempo veste i passi della vita

e spesso io m’attardo alle sue rive.

 

Già, erano in armonia con l’orario, perlomeno, ma parlavano di un attardarsi alle rive del tempo, della vita. E Teresa tutto sperava tranne che attardarsi ancora troppo tempo. Ormai aveva cancellato la parola “speranza” ed anche “altro tempo”. Il cuore era inaridito completamente, sforacchiato da mille spilli di dispiaceri e delusioni, dalla mancanza di un figlio, dall’assenza della Fede !

 

La ragazza, invece, nonostante scrivesse poesie ricche di profondità, sembrava abbastanza allegra ed ottimista per la situazione. Si chiamava Frida, appurò Teresa, e doveva sottoporsi l’indomani ad un banale intervento di by-pass. Era pallida in viso, ma ben curata, con appena un filo di trucco.

 

Parlarono parecchio, compatibilmente con le interruzioni per analisi varie. In pomeriggio venne un ragazzo simpatico, che la coccolò un po’, ma rivolgendosi ogni tanto educatamente anche all’altra ospite della stanza. Amava anche lui la poesia, scoprì Teresa. Leggeva a voce alta una vecchia poesia di Prevert: “I ragazzi che si amano”, e così la stanza triste d’ospedale era diventata una specie di teatro.

 

A sera, una volta spente le luci, Teresa si trovò a domandare a Frida “Ma tu credi in Dio?”, la ragazza senza esitazione le rispose “ma certo, perché non dovrebbe esserci, e poi proprio la sera prima del mio intervento non può andarsene via”.

 

Lei si diede della sciocca. Mettere in discussione proprio quella sera le convinzioni della ragazza! Ma al contempo fu lieta di avere accanto una donnina saggia, amante della poesia e convinta dell’esistenza divina. Quale migliore viatico per il sonno notturno ?

 

Così mi fermo per cullare un sogno,

che sappia tinger l’anima di rosa,

o dormo nelle braccia della notte

quando le stelle fanno serenate.

 

Sì, le pareva che la poesia di Frida continuasse così. E queste parole ebbero il potere di rasserenarla a tal punto da farla cadere in un sonno ristoratore.

 

Sognò, addirittura ! Ma non erano i soliti incubi ! Vide Frida, avvolta in una nuvoletta rosa che, vestita da sposa, si avviava lungo un viale pieno di stelle!

 

Cavolo di notte ! Ma quali sogni e quali stelle! Teresa, appena sveglia, si rimise la maschera di indifferenza e dolore che ormai indossava da anni. Frida era già stata portata via, in barella, per l’intervento al piano di sotto. Chissà a che ora sarebbe stata riportata in camera.

 

Le ore, così, virarono verso una noia terribile. Le fecero ancora accertamenti ed un nuovo elettrocardiogramma. Mangiò verso mezzogiorno un improbabile brodino con una coscetta di pollo e poi tornò al suo letto. Notò per caso, in terra, un foglio bianco. Anzi no, era il foglio della poesia di Frida, con i versi al completo, ben stilati in una calligrafia ordinata.

 

Gli ultimi della poesia che lei aveva iniziato a leggere il giorno prima:

 

Forse quaggiù si ferma anche il destino

che fa regali in termini di ore,

lasciandoci ancora nel giardino

fino che a sera s’apre il nostro fiore.

 

Però, pensò Teresa, che ragazza sensibile e tenera ! Il destino regala, era il titolo, e il regalo non consisteva in oro o brillanti, ma in ore da vivere, lieti nel nostro giardino. Teresa pensò che lei questo dono proprio non lo meritava. Da quanto non trascorreva un pomeriggio con un parente o un amico? da quanto non aveva provato a comprendere cosa stessero provando le altre persone, nella loro vita. Erano vicine a lei, ma così lontane. Filosofia spiccia, si disse. Non bastano certo pochi versi a riempire il vuoto d’una vita di sofferenza ed insofferenza, di scarsa attitudine al porgersi verso il prossimo.

 

Frida tardava. Quando portarono su la cena Teresa chiese notizie all’addetta, che fece spallucce. Mica le davano notizie sui pazienti !! La numero cinque non aveva diritto che ad un poco di brodo leggero e lei lo aveva diligentemente portato !

 

La nuova alba sorprese Teresa agitata quanto mai. Niente, Frida ancora non c’era. Si era dissolta nel nulla?

 

Finalmente alle otto la caposala passò, dicendole che in giornata l’avrebbero dimessa. Frida? Povera ragazza! Un’improvvisa complicanza post-operatoria aveva troncato quella giovane vita, purtroppo! In ospedale si verificano anche questi casi così. Ed immancabilmente se la prendono con noi, aggiunse risentita la donna, un corpulento donnone sulla cinquantina.

 

Ma come, si disse Teresa: lei, giovane ed ottimista, non se l’è cavata, mentre io, ormai un bel ferro vecchio, posso tornare a casa!

 

Indubbiamente ci doveva essere stato uno sbaglio nei libri del Fato, scritti chissà dove e chissà da chi.

 

Forse quaggiù si ferma anche il destino

che fa regali in termini di ore,

lasciandoci ancora nel giardino

fino che a sera s’apre il nostro fiore.

 

E lei, Frida, le aveva lasciato quel magnifico regalo. Le aveva fatto comprendere meglio ed apprezzare la vita ! Dio esiste ? Forse no, ma forse anche si, se è stato tra gli ultimi sussurri di quelle pallide labbra, che attendevano invano il domani !