“Ora solare”, racconto di Ruggero Di Maura, recensione di Daniela Domenici

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Sono due gli elementi che più hanno colpito la mia attenzione in questo racconto di Ruggero di Maura: la splendida varietà di termini usati dall’autore, la ricchezza del suo vocabolario (elemento sempre più raro tra coloro che scrivono e che passano dalle mie mani come correttrice di bozze ed editor) e la visionarietà onirica della storia da lui immaginata per descrivere la quale utilizza anche accostamenti inusuali come, per esempio, “l’ombra della dimenticanza allungarsi sulla pelle” o “lasciare un brandello di tempo su cui potermi consolare”.

Il racconto si svolge tutto in una notte ma è una notte particolare, quella in cui, ogni anno, in primavera, “l’ora solare scivola via puntuale, ogni anno, per aprire uno squarcio nel nostro personale orizzonte di punti e virgole. Per lasciarci finalmente soli, finalmente liberi di assecondare le nostre preghiere, e di tornare a respirare le nostre sfumature più calde. Ma cosa ne sarà di questo giro d’orologio? Di questa parentesi, persa tra le righe di un giorno qualunque, che nessuno potrà mai leggere o tradurre?”

Durante questa notte il protagonista si trova dentro un antico palazzo un po’ desueto e sale e scende le scale, prima in modo lento e metodico, poi sempre più affannosamente, per cercare di ricordare quale sia la porta, tra le tante, dell’appartamento in cui, probabilmente, ha vissuto una storia d’amore, almeno così sembra di capire dalle parole conclusive “E intanto lassù, in cima all’ultimo piano, dietro i vetri delle nostre stanze, loro resistono…congelate in quell’attimo di fòlgore, in cui qualcosa accadde. Come fantasmi abbracciati nel buio” ma anche da queste di qualche riga precedente “Le riconosco: sono le nostre risate impacciate, le nostre mani che collidono, i nostri versi innocenti confidati all‘alba; sono i sospiri sincroni delle nostre paure, le voragini delle nostre parole mancate, colmate di fede e di sguardi sfarzosi. Sono tutte intrappolate dietro questi muri, trattenute al sicuro dalla calce e dal cemento freddo, al riparo dalle giornate storte, dai cambi d’umore, dalle direzioni e dagli impatti estremi”.

Ma non si ha la certezza di chi sia la destinataria di questa ricerca forsennata né se la storia sia stata davvero vissuta o solo sognata; quello che rimane alla fine della lettura è il profondo senso di desolazione e di solitudine in cui si trova il protagonista che si sente abbandonato tanto da dire “Ho paura. Forse sono davvero rimasto solo, forse non c’è davvero più nessuno qui ad aspettarmi, dopotutto…Devi esserti dimenticata di me, devi aver cambiato dimora, senza avvisarmi, o lasciare un brandello di tempo su cui potermi consolare”.

Ora solare