San Pietro: dalle “vetrare” alle “fornaciare”, donne costruttrici, di Laura Badaracchi

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Protagoniste sì, ma nascoste e silenziose. Eppure, scavando nei documenti custoditi nell’Archivio storico della Fabbrica di San Pietro, emerge che tante donne – con nomi e cognomi – sono state artefici della bellezza e dello splendore della Basilica vaticana: dalle “vetrare” alle “ferrare”, dalle “cristallare” alle “indoratrici”, dalle “capatrici” degli smalti per il mosaico alle “fornaciare” dei mattoni, dalla tagliatrice di lapislazzuli per il tabernacolo del Bernini alle carrettiere che trasportavano i materiali. «Con il loro anonimo lavoro hanno contribuito alla realizzazione del massimo tempio della Cristianità», evidenzia il cardinale Angelo Comastri, presidente della Fabbrica di San Pietro, nella prefazione al volume Quando la fabbrica costruì San Pietro. Un cantiere di lavoro, di pietà cristiana e di umanità XVI-XIX secolo (Il Formichiere, pagine 592, euro 35,00), a cura dell’archivista Assunta Di Sante e di Simona Turriziani, direttrice dell’Archivio.

Una ventina di saggi ricostruiscono anche «il ruolo esercitato dalle donne nel cantiere petriano, tutt’altro che marginale. Figlie o vedove di sanpietrini e fornitori accreditati nel cantiere della nuova Basilica, si trovarono a rilevare le attività di congiunti defunti, caduti sul lavoro o resi inabili da gravi incidenti. La documentazione custodita lumeggia un’attività lavorativa intensa, che concedeva alle donne la possibilità di ingegnarsi per la sopravvivenza propria e dei loro figli», riferisce nell’introduzione il vescovo Vittorio Lanzani, delegato della Fabbrica di San Pietro. Ma il cantiere petriano si distinse pure per i giusti salari ai lavoratori e per le opere caritative nei confronti di poveri e pellegrini, orfani e vedove, malati e carcerati.

Alcuni saggi approfondiscono il tema del welfare ai tempi della costruzione della Basilica vaticana, d’assoluta avanguardia per l’epoca, come conferma l’archivista Assunta Di Sante: «Sin dal XVI secolo la Fabbrica ha anticipato la modernità nel campo dell’edilizia, ma anche nelle politiche sociali e lavorative nei confronti dei propri lavoratori, che fino al Seicento risultano essere i meglio pagati giornalmente in tutta Europa». Inoltre, «per conservare e rafforzare i rapporti con i lavoratori e le loro famiglie, soprattutto dalla seconda metà del Settecento l’istituzione mise in atto politiche di lavoro estremamente moderne nei confronti dei propri dipendenti, per stabilizzare e garantire la loro sicurezza economica».

Tra le forme di assistenza, «il pagamento delle assenze per malattia, la concessione di giorni di ferie retribuite, l’assistenza sanitaria, la corresponsione di pensioni d’invalidità e di vecchiaia, come anche della tredicesima mensilità. E l’aumento periodico dei salari, la distribuzione di mance o premi alla fine di lavori importanti, o gli scatti di carriera in base alle capacità, divenivano per i lavoratori un motivo per fare sempre meglio». Senza tralasciare «l’interesse dimostrato dalla Fabbrica verso la formazione delle giovani maestranze, con il pagamento delle ore impiegate nello studio: unica, nel suo genere, l’esperienza dello Studio Pontificio delle Arti a Roma, una scuola gestita dalla Fabbrica per la formazione tecnica dei sanpietrini». Non solo dovere, però: i saggi rivelano spese e menù delle cosiddette “allegrezze”, feste e banchetti al termine di lavori impegnativi, allestiti nel cantierano re guidato da Michelangelo.

«Un esempio di condivisione, di un forte segnale di appartenenza all’Istituzione ma anche di attenzione al benessere psicologico delle maestranze, attraverso momenti di relax e di gioia», sottolinea l’archivista. Quasi a sorpresa, tra i lavoratori che hanno reso splendida la Basilica, c’e- tante donne finora sconosciute: «Tra i documenti dell’Archivio è possibile rintracciare le loro storie a partire dal Cinquecento, in un mondo di lavoro prettamente maschile – sottolinea Turriziani –. Accanto alle vedove oppure orfane di lavoratori rimasti inabili al lavoro o defunti, che si ritrovarono a farsi carico della famiglia e del lavoro del congiunto, e che molto spesso furono ingaggiate per lavori di trasporto di materiale vario, tanto da essere chiamate “carrettiere”, vi furono tante altre donne che svolsero le mansioni più varie per la Fabbrica: stampatrici, tagliatrici di pietre dure, vetrare come Giovanna Jafrate, ferrare come le sorelle Palombi, fornaciare, cristallare, indoratrici e capatrici di smalti per i mosaici». Ancora, figlia d’arte e intagliatrice di lapislazzuli, Francesca Bresciani fu chiamata a collaborare per la sua abilità artistica con Gian Lorenzo Bernini per la decorazione del tabernacolo del Santissimo Sacramento: «Grazie ai testi della Fabbrica esaminati, risulta una figura di spicco nella lavorazione del lapislazzuli a Roma nella seconda metà del XVII secolo; fu scelta dalla Fabbrica per le sue rare doti artistiche, e non perché erede di diritto di un defunto padre o marito.

Proprio per queste sue riconosciute qualità, non esitò nel criticare l’ottantenne Bernini quando le diminuì il prezzo del suo lavoro, ottenendo alla fine quanto aveva richiesto », osserva Di Sante. I documenti confermano pure l’esistenza di strutture intorno alla Basilica destinate all’accoglienza e all’assistenza: «Una vocazione espressa nel nome stesso del toponimo dell’area sulla quale sorgevano, nota come piazza di Santa Marta, memoria dell’antica chiesa (con annesso ospedale) intitolata a colei che per prima accolse Gesù nella sua casa di Betania. E a Santa Marta è intitolata la Casa di ospitalità nella quale risiede anche Papa Francesco, che certamente porta avanti in maniera incisiva l’opera di soccorso dei più bisognosi », fa notare la responsabile dell’Archivio.

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