scienziate e maestri. A scuola di parità, di Claudia Bruno

In Italia le ragazze rinunciano a diventare scienziate e i ragazzi che sognano una carriera da maestro vanno in crisi. Imparare “la parità” tra i banchi di scuola cambierebbe molte cose, ci racconta in un’intervista Irene Biemmi

Gli ultimi decreti approvati dal governo sulla cosiddetta “buona scuola” non contengono espliciti riferimenti all’educazione “di genere” che pure è ben presente nella legge approvata nel 2015. A che punto siamo in Italia e che ne sarà di questo tipo di attività nelle classi? E quanto inciderebbe sui percorsi di carriera e di vita imparare a liberarsi dagli stereotipi tra i banchi di scuola in un paese dove le ragazze non scelgono (quasi) mai di fare le scienziate, le ingegnere, le informatiche? Ne abbiamo parlato con Irene Biemmi, formatrice e ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze della formazione e psicologia dell’Università di Firenze, che ha dedicato alla questione diverse ricerche.

Irene, dunque, l’educazione di genere ha ottenuto il riconoscimento formale da parte della legge sulla “buona scuola”, ma questo intento non sembra essere accompagnato da nessuna indicazione concreta, e nel frattempo continuano a scoppiare le polemiche sulla fantomatica “teoria del gender”. Che sta succedendo? E soprattutto cosa succede nelle scuole?

Da anni tengo corsi di formazione per insegnanti sull’educazione alla parità di genere e il primo incontro è sempre dedicato a “misurare” la consapevolezza iniziale dei docenti rispetto alla tematica che andremo a trattare. Posso dire che la maggior parte di loro è completamente a digiuno di informazioni riguardo al rapporto tra scuola e cultura della parità e che molti di loro non conoscono il significato del concetto di genere, inteso come genere sociale. Il primo elemento da segnalare, quindi, è che l’argomento è pressoché sconosciuto nelle scuole ma allo stesso tempo siamo nel mezzo di un grande polverone mediatico che impone le questioni che riguardano “il gender” come argomento all’ordine del giorno: questo non fa che alimentare paure basate su molta confusione. Il secondo elemento, per me il più importante, è che ci troviamo di fronte a un contenitore di fatto ancora vuoto, l’educazione di genere, che invece viene trattato come se fosse qualcosa di assodato e istituzionalizzato. Educazione all’affettività, alle differenze, alla parità, educazione sessuale: quanti contenuti possono rientrare nella cosiddetta educazione di genere? Forse è il momento di rispondere a questa domanda. Il problema è che neanche a livello istituzionale ci sono ancora delle linee ben precise che spieghino in cosa si dovrà sostanziare questa attività, che più che una materia dovrebbe diventare una prospettiva analitica tramite cui ripensare l’intera attività didattica.

Questo potrebbe lasciare più margini di autonomia e diversificazione delle attività, oppure tradursi nella solita operazione di facciata…

Sì, per rendere attuabili i progetti che abbiamo in mente, e che a questo punto ha in mente anche il ministero dell’istruzione, bisognerebbe darsi delle priorità e metterle nero su bianco. Credo sia indispensabile che l’educazione di genere comprenda: la formazione degli insegnanti, l’orientamento degli studenti – che in Italia è davvero carente perché solo informativo e per niente “formativo”, figuriamoci se orientato alla parità di genere -, e la revisione del materiale didattico e dei libri di testo che, come sappiamo bene, oggi portano avanti un sapere androcentrico che esclude le donne e i saperi femminili. Andrebbero costituite, insomma, linee guida molto sintetiche e chiare che aiutino a non fare confusione. Educazione di genere ed educazione sessuale, ad esempio, non possono essere sinonimi. Forse ci si dovrebbe anche chiedere se stiamo usando il nome più adatto, perché il termine genere, purtroppo, è sviante, ed è stato talmente equivocato che rischia di creare fraintendimenti rispetto ai reali obiettivi che ci poniamo. “Educazione alla parità” sarebbe secondo me una definizione più corretta e immediata.

Parlando di orientamento, e di scelte, da pochissimo è uscito il volume che hai scritto per Rosenberg & Sellier con Silvia Leonelli, ricercatrice dell’Università di Bologna, che si intitola Gabbie di genere. Retaggi sessisti e scelte formative e in cui cercate proprio di capire come l’appartenenza di genere condizioni e vincoli le scelte di studio, e quindi professionali e di vita, dei ragazzi e delle ragazze. Quanto la scuola italiana è consapevole di questo, secondo te?

La scuola italiana non è assolutamente consapevole di questi condizionamenti, e sono gli stessi studenti e studentesse a non esserne consapevoli, inclusi quelli che fanno scelte atipiche rispetto al proprio genere di appartenenza. Ognuno, ognuna di loro, è convinto di prendere decisioni assolutamente autonome e libere. Perché una ragazza non si iscrive a ingegneria? “Perché non le interessa”, è la risposta ricorrente. E invece gli studi sociologici ci dicono da anni che l’Italia è uno dei paesi europei in cui la famiglia e il contesto sociale e territoriale incidono più pesantemente sulle scelte formative individuali dei singoli, e il condizionamento di genere incide trasversalmente su tutti questi contesti.

Cosa dicono i dati più recenti sulla segregazione formativa?

Gli ultimi dati pubblicati dal Miur l’anno scorso – quindi relativi all’anno accademico 2014/2015 – parlano chiaro. Nel passaggio all’unviersità le donne scelgono soprattutto percorsi che hanno a che fare con l’insegnamento (92%), la linguistica (81,3%), la psicologia (78%), la letteratura (65%), la politica e la società (64,5%) e le discipline mediche (62%). E sono scarsamente presenti nelle facoltà di ingegneria, dove rappresentano un 23%, o in quelle strettamente scientifiche, dove sono il 26% degli iscritti. Certo, i dati mostrano che la segregazione è un fenomeno che tende a diminuire. Il problema è che lo fa a un ritmo così lento nel nostro paese, che per arrivare a un’effettiva parità forse ci vorrebbe ancora un secolo! Ancora oggi la variabile di genere in Italia condiziona pesantemente i percorsi scolastici delle ragazze e dei ragazzi, in modo molto più marcato che in altri paesi europei, come confermano i dati sul gender gap.

Ma cos’è precisamente che a livello di immaginario fa credere a una ragazza che una facoltà scientifica non sia il suo posto?

Quando faccio lezione al primo anno all’università, alle matricole faccio sempre una domanda: ritenete che la vostra appartenenza di genere abbia condizionato in qualche modo la scelta di essere qui a Scienze della formazione? Parliamo di classi dove c’è anche un solo maschio iscritto. Ebbene sono rarissimi i casi in cui le studentesse, future maestre, riconoscono un condizionamento di genere nei propri percorsi formativi. Tutte mettono l’accento sulle passioni – “da bambina volevo fare la maestra, amo i bambini, ecc.” – e non c’è consapevolezza del fatto che, statisticamente, è molto difficile credere che si tratti di “libere scelte”. E invece il primo passo per uscire dalle gabbie di genere è diventare consapevoli e analizzare i motivi delle proprie scelte. Nel libro Gabbie di genere ho chiesto alle intervistate come si spiegavano il fatto che ci sono ancora così poche ragazze iscritte a ingegneria e alle facoltà scientifiche. La risposta è stata che gli studi scientifici sono più difficili rispetto a quelli umanistici. E questo secondo me è sintomo di una disistima culturale. Altre hanno risposto di non scegliere questi studi perché più meccanici e meno coinvolgenti: un mito che le “mosche bianche” iscritte a ingegneria o a informatica chiedono invece di sfatare affermando convintamente che le materie scientifiche possono essere molto appassionanti e affascinanti. Un’altra risposta era invece legata alla proiezione nel futuro: come vedo la mia vita tra dieci anni? Ce la farò a mettere su una famiglia con un lavoro così pesante e che richiede una presenza così grande?

Quindi il modello della difficile conciliazione tra vita e lavoro come problema esclusivamente femminile passa come se fosse uno stato naturale dei fatti. 

Esatto, il retro pensiero è sempre quello innatista: le ragazze sono più portate per certi lavori, è una questione di attitudini, proprio come se fosse una legge di natura.

In tutto questo che responsabilità ha il sistema di orientamento scolastico?

Il nostro sistema è prettamente informativo, mentre altri paesi si stanno muovendo per un orientamento formativo. In Italia le scelte vengono richieste troppo precocemente. 14 anni sono troppo pochi per scegliere. E invece, per come è strutturato il sistema, la scelta che fai in terza media rischia di condizionarti per tutta la vita. Le statistiche ci dicono che quanto più le scelte sono precoci tanto più sono stereotipate. È più facile che un ragazzo a 18 anni arrivi a maturare una scelta “divergente”, atipica per il suo genere, piuttosto che un ragazzo di 14 anni.

Nelle vostre interviste avete prestato un’attenzione particolare anche ai desideri dei ragazzi. Tra questi c’è chi vuole diventare “un fantastico maestro” o un infermiere. Cosa sognano i futuri uomini del nostro tempo?

I ragazzi che approdano a percorsi di studio che hanno a che fare con la formazione, le scienze infermieristiche o sociali, sono ragazzi che hanno maturato tardi le proprie scelte. Sono andati in crisi alla fine delle superiori, più della metà hanno smesso di studiare per qualche anno e hanno fatto altro. Si sono presi del tempo per pensare, per viaggiare, hanno fatto scelte travagliate. E alcuni non avrebbero mai pensato di diventare un maestro, un infermiere o un neuropsichiatra infantile, ad esempio. “Perché nessuno me lo aveva detto”, hanno risposto, consapevoli di non aver avuto modelli di riferimento in cui identificarsi. E invece i ragazzi che si iscrivono a un percorso che ha a che fare con gli studi sulla formazione e sulla cura diventano studenti ottimi, che godono di quello che fanno perché hanno tra le mani quello che vogliono, e, cosa ancora più importante, si chiedono continuamente se ce la faranno a diventare dei buoni maestri, dei buoni infermieri. Dimostrano quindi consapevolezza e responsabilità nei confronti del mestiere che andranno a svolgere. Qualcosa che innesca un circolo virtuoso restituendo valore a mestieri spesso considerati “facili” – quindi più adatti alle donne – e che invece sono fondamentali per lo sviluppo di un paese e per la qualità della vita dei suoi cittadini.

E le ragazze che invece hanno deciso di fare le ingegnere, le informatiche, le scienziate?

Hanno un atteggiamento completamente diverso. Di solito sono state ottime studentesse alle superiori, molte provengono dai licei scientifici e vivono la scelta in perfetta continuità con il loro percorso. Non sono consapevoli della maschilizzazione del settore che hanno scelto perché sono completamente concentrate sull’obiettivo, questo le rende eccellenti nei risultati ma fa perdere loro la capacità di analizzare il contesto. Forse i ragazzi hanno vissuto sulla loro pelle la pressione dei condizionamenti in modo diverso. Le ragazze sono abituate a sentir parlare di libertà femminile, di emancipazione femminle, di ripensamento del proprio ruolo sociale e questo può generare anche l’illusione che la questione della parità sia ormai superata. Nei ragazzi invece c’è una fragilità manifesta, anche perché quelli che non si vogliono adeguare al modello dominante di virilità spesso trovano intorno il deserto, oppure un’aperta ostilità. La scelta divergente per i maschi richiede quindi una grande solidità nel definire i propri desideri, sogni e obiettivi, fuori dalle gabbie di genere.

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