Buona fortuna, di Barbara Fiorio, recensione di Daniela Domenici

 

Un altro libro che mi ha “chiamato” come sirena ammaliante dalla mia nuova biblioteca qui a Sestri e che mi ha “travolto”, appassionato, divertito e tanto altro ancora è “Buona fortuna” di Barbara Fiorio che casualmente (ma niente succede per caso, Hoepcke docet) ha incrociato la mia strada dopo che sono venuta a vivere a Genova quaranta giorni fa e che quindi ho potuto apprezzare ancora di più perché è intriso di “genovesità” in ogni suo angolo.

Straordinarie le due protagoniste, Margot Martini, la giornalista free lance, e Caterina Bonardi, l’anziana signora che gestisce un’antica ricevitoria e che diventa amica di Margot; non conoscendo ancora l’autrice de visu posso immaginare che somigli molto a Margot nel suo amore per la propria professione, per i gatti e, soprattutto, per la sua Zena, per i suoi vicoli, i suoi sapori e la sua gente che sto imparando ad apprezzare anche io.

Nei ringraziamenti finali Fiorio cita, in primis, sua nonna dalla quale ha preso in prestito il nome per Caterina e di cui dice “di lei ho preso molto ma non tutto. Per cominciare non avrebbe mai gestito una ricevitoria: le persone la stufavano con estrema facilità e non si poneva il problema di farglielo sapere…è morta a 103, se l’è spassata”: anche in queste parole l’autrice ci dà un esempio della sua splendida, inarrestabile ironia che è il fil rouge di questa sua opera che si legge in un soffio nonostante le 199 pagine e che lascia nel cuore un sorriso.

 

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