La strategia del silenzio, di Alessandra Quattrocchi, Iacobelli editore, recensione di Daniela Domenici

Questo saggio di Alessandra Quattrocchi, giornalista e scrittrice appassionata di letteratura come leggo in quarta di copertina, si sofferma, con una profonda e affascinante conoscenza dei romanzi di Jane Austen, su tre delle tante donne protagoniste delle sue opere: Fanny Price in “Mansfield Park”, Jane Fairfax in “Emma” e Anne Elliot in “Persuasion”.

Cosa hanno in comune, cosa lega queste tre eroine? “…è il filo rosso del silenzio e della dissimulazione dei sentimenti…sono donne prive di autonomia – economica, fisica e decisionale – ma anche prive di ogni libertà di espressione emotiva perché non hanno compagne né confidenti. In un mondo sempre ricchissimo di donne queste tre hanno perduto la solidarietà femminile. Possono difendersi solo tacendo”. E Quattrocchi ci fa entrare, con continue citazioni molto pertinenti tratte dai tre romanzi, nel mondo di Fanny, Jane e Anne che devono dissimulare per sopravvivere perché il controllo e il ritegno sono un imperativo sociale. Analizza, poi, in vari capitoli tutti i parallelismi che legano queste tre donne: dall’infanzia abbandonata alla censura del corpo, dall’avere una stanza tutta per sé a quando l’autocontrollo vacilla. Ma il vero fil rouge tra Fanny, Jane e Anne è che sono donne intellettuali, un elemento raro in quell’epoca.

L’autrice dedica poi un corposo capitolo all’analisi dello stile di Austen, in particolare al suo straordinario uso del discorso indiretto libero per entrare nella mentre delle tre donne “è come un cannocchiale a prospettiva invertita che magnifica i loro moti interiori. Diviene tanto più necessario quanto più Austen descrive il silenzio vocale e fisico…l’uso del discorso indiretto libero serve per meglio avvicinarsi a queste eroine, attraverso i loro occhi percettivi vediamo passare tutta la storia”.

E il capitolo conclusivo è incentrato sul lieto fine anzi, sulla maledizione del lieto fine perché nei romanzi di Austen non c’è davvero un lieto fine in quanto, come sostiene Emma J. Clery in “Gender” del 2011, “le felici conclusioni austeniane sono solo uno specchietto per le allodole, una concessione al pubblico dell’epoca (e di oggi)”.

Complimenti a Quattrocchi per questa sua appassionata, dettagliata e molto colta analisi dei romanzi di Austen e di queste tre eroine in particolare.

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