Intervista a Rosalia Messina, di Daniela Domenici

Ci siamo conosciute virtualmente su FB, ancora ci dobbiamo incontrare e abbracciare de visu, l’input ci è stato dato da un suo libro che ho comprato l’anno scorso alla prima Fiera del Libro alla Fortezza da Basso a Firenze, senza sapere niente di lei, mi ha “chiamato” come amo dire, mi è piaciuto e l’ho recensito.

Rosalia Messina è una magistrata del TAR, è di origine siciliana, vive a Bologna ed è anche scrittrice sia di prosa che di teatro. Inizio le mie domande:

  • Mi hai ricontattata quest’anno su FB, a distanza di un anno esatto dalla mia recensione, chiedendomi se avessi il piacere di leggere la tua opera più recente, ho accettato subito, mi è piaciuto tanto e l’ho recensito sul mio sito. Cominciamo da qui: di cosa parla “Uno spazio minimo”? Che messaggio vuoi far arrivare a chi lo legge?

 

    • “Uno spazio minimo”, edito da Melville Edizioni e, in digitale, da Oakmond Publishing, racconta la storia di una famiglia siciliana come tante, la famiglia Alabiso, formatasi nel primo dopoguerra. Voce narrante è principalmente quella di Angelica, la primogenita, una bambina “difficile”, solitaria, silenziosa. Una bambina che impara presto a cavarsela da sola, come può, nella disattenzione degli adulti per i bisogni che non siano quelli materiali. La sua narrazione è intervallata da capitoli in cui altri personaggi esprimono il proprio punto di vista: la madre, Maria, una donna volitiva e frustrata; il padre, Pietro, poverissimo da ragazzo e “fattosi da sé” con molti sacrifici; la sorella, Marianna, e il fratello, Germano; la zia Armida, sorella del padre, insegnante di lettere appassionata del suo mestiere, memoria storica della famiglia. E poi i due mariti di Angelica, Donato, un amore di gioventù sfiorito quando la maturità crea insuperabili distanze, e Bernardo, con cui Angelica vive una relazione complicata ma più adulta e consapevole. Nella vita travagliata di Angelica arrivano, in età avanzata (la storia si snoda attraverso i suoi momenti di crescita dagli anni Sessanta al 2010), una pacificazione conquistata tra mille difficoltà e una nuova consapevolezza di sé. Per rispondere alla tua domanda, vorrei che chi legge questa storia riuscisse a pensare all’importanza del fare pace con il proprio passato. Per giungere a questo traguardo, però, si deve avere la forza di guardarlo in faccia e riattraversarlo. Percorso accidentato, che non sempre è possibile compiere da soli; lascerei ai lettori la possibilità di scoprire le tappe del viaggio di Angelica verso un’accettabile serenità.
  • Il libro che ci ha fatte “incontrare”, per ora solo virtualmente, l’anno scorso è “Morivamo d freddo”, ce lo vuoi raccontare?

 

    • Anche “Morivamo di freddo” è la storia di una famiglia, anzi, di due famiglie che vivono in una sorta di piccolo clan. Si tratta di due coppie. I due uomini sono amici dai tempi della scuola media, sono diventati due medici, si sono sposati e anche le loro mogli sono amiche intime. Mauro e Sandra, Guido e Loredana hanno vite ordinarie, apparentemente quiete, ma, sotto la superficie, si agitano passioni relegate nella sfera mefitica del non detto. Mauro è introverso, Guido è brillante; il primo nutre per il secondo una sconfinata ammirazione ma anche una devastante invidia, mai confessata, mai espressa e mai percepita dal destinatario di essa. Due morti drammatiche sconvolgeranno gli equilibri illusori dei quattro amici; chi sopravvivrà dovrà fare i conti con alcune amare scoperte, fino rendersi conto di quanto si possa essere lontani pur credendosi vicinissimi. Mauro e Sandra hanno avuto un figlio, Enrico, che all’inizio del romanzo è un trentenne di successo; nelle relazioni amorose è superficiale e arido, non si abbandona, non si innamora. L’insorgere improvviso degli attacchi di panico lo costringerà a fare i conti (come accade ad Angelica) con il passato.
  • E ora passiamo a parlare di Rosalia magistrata: cosa ti ha spinto a diventarlo? Hai mai avuto ripensamenti? Ti senti appagata nella tua professione?

 

    • Ogni mestiere che ci fa sentire utili alla collettività di cui facciamo parte appaga, secondo me, un bisogno profondo. Avrei anche potuto fare altro, poi sono tanti i fattori che, combinandosi tra loro, indirizzano i nostri passi in una certa direzione. Almeno, a me è accaduto così. Nella misura in cui la mia professione appaga quel bisogno (per me fondamentale) di cui parlavo, posso dirmi soddisfatta.
  • Mi hai detto che hai scritto, insieme a tua sorella Anna, un testo teatrale. Ci parli di quest’altra tua passione?

 

    • Mi piaceva leggere teatro, da ragazza. Rileggo ogni tanto Pirandello, Shakespeare, Lorca, Brecht, De Filippo (le mie passioni; lo so, sono antica). “Marmellata d’arance” è una storia (di donne, essenzialmente; di famiglia, anche, perché in fondo sono sempre gli stessi i temi di cui mi piace narrare) che ha avuto tre vite, finora. È nato come racconto breve, anzi brevissimo, pubblicato in un’antologia edita da Perrone, che aveva come tema il colore arancio. C’era già, in embrione, tutta la storia che poi ho trasfuso (anche sollecitata da alcuni amici) nell’omonimo romanzo, pubblicato nel 2013 dall’editrice Arianna Attinasi (Arianna Edizioni). Poi, mia sorella Anna, che pure ha scritto testi teatrali e di narrativa, mi ha aiutato a fare la trasposizione teatrale del romanzo. Con questo testo abbiamo vinto il premio “L’Artigogolo” del 2017, come esordienti; la casa editrice ChiPiùNeArt di recente ha pubblicato questo testo, che sarebbe bello vedere in scena. Accarezzo l’idea di una rappresentazione in carcere, come è riuscita a fare ad Augusta la mia conterranea e collega Simona Lo Iacono con un suo bel romanzo, “Effatà”.
  • La Sicilia è per te, e anche per me, radicata nel DNA e anche se ne viviamo lontane, tu da più tempo di me, fa parte di noi: in cosa ti senti profondamente siciliana?

 

  • La sicilitudine, come la chiamo io, è nostalgia di colori, sapori e profumi. Ma anche sconforto per le piaghe ben note. È apertura, al mondo e al prossimo, perché la gente di mare, come dico sempre (e non sono la sola) è profondamente diversa dalla gente di terra, abituata com’è ai vasti orizzonti, al confine mobile delle onde. La gente che vive sulla costa non ha radici profondamente piantate nella terra, si affratella facilmente con lo straniero, ha l’ospitalità generosa di chi conosce le rotte del mare. Sono siciliana e pirandelliana nel coltivare dubbi quasi amorosamente, come fossero piante che possono fiorire e dare frutti; sono siciliana nella convinzione profonda di essere, ancora pirandellianamente, una, nessuna e centomila o, se vogliamo, “colei che mi si crede”.
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