accadde…oggi: nel 1906 nasce Andreina Pagnani, di Claudia Campanelli

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Nacque a Roma il 24 nov. 1906 da Angelo e da Clotilde Grange. Figlia di un noto vestiarista teatrale, proprietario della sartoria Casa del costume, approdò alla scena attraverso il mondo delle filodrammatiche – l’Artistica operaia, la Giovanni Emanuel e la Fortitudo – cui apparteneva la madre e dove debuttò giovanissima.

Tra le prime apparizioni pubbliche, quella del novembre 1926 in Goldoni e le sue sedici commedie nuove di P. Ferrari al Teatro drammatico nazionale, spettacolo conclusivo di una gara tra compagnie di dilettanti. In quell’occasione la sua presenza “piena di stile e di innocente civetteria” fu notata da S. D’Amico, che ne rimpianse l’assenza dalle gare ufficiali dei giorni precedenti.

Il passaggio al professionismo avvenne due anni più tardi, nel 1928, un anno dopo il matrimonio con l’aviatore Francesco Fusconi Pagnani, il cui secondo cognome assunse, e mantenne, come nome d’arte. Vincitrice, nella parte di Mirandolina nella Locandiera di C. Goldoni, di un concorso per filodrammatici a Bologna, fu scritturata come prima attrice dal conte G. Visconti di Modrone nella Compagnia del teatro d’arte di Milano, diretta da G. Capo, e debuttò il 28 dicembre nella Moglie saggia, sempre di Goldoni, con considerevole successo, accanto a L. Picasso, C. Pilotto e N. Pescatori.

Apprezzata per la recitazione aggraziata e sicura e per la dizione chiara ed espressiva, si dimostrò da subito attrice completa, facendosi notare per il forte temperamento drammatico ma anche per uno spiccato talento comico, in un repertorio costituito in larga parte da commedie contemporanee. Tra i suoi maggiori successi, Ma Costanza si comporta bene? di W.S. Maugham e La corte dei miracoli di E. Cavacchioli.

Nella stagione 1929-30, recitò nella compagnia brillante ZaBum, che diede un’edizione memorabile di Come le foglie di G. Giacosa, e nella stagione successiva si unì a L. Almirante e N. Besozzi, ancora in un repertorio prevalentemente brillante. Contemporaneamente debuttò anche nel cinema: sotto contratto con la Caesar, nel 1933 girò Acqua cheta di G. Zambuto, Il presidente della Ba.Ce.Cre.Mi. di G. Righelli e La maestrina di G. Brignone, che ricevette ottime recensioni e rimase una delle sue pellicole più importanti.

I suoi rapporti col cinema, pur proseguendo fino al 1967, non furono tuttavia molto intensi, a causa della scarsa fotogenia; molto più importante, invece, la sua attività di doppiatrice, iniziata nel 1931 con Mädchen in Uniform (Ragazze in uniforme) di Leontine Sagan, che la vide prestare una voce inconfondibile, flautata, ricca di sfumature e di modulazioni, a dive quali Marlene Dietrich, Bette Davis, Claudette Colbert, Norma Shearer, Luise Rainer, Joan Crawford, Barbara Stanwych, Dorothea Wieck e alle ultime interpretazioni di Greta Garbo, tra cui Ninotchka (1939).

Nel 1933, dopo un breve allontanamento dalle scene in seguito alla morte del marito, scomparso tragicamente in un incidente aereo, accettò di tornare a recitare e fu la protagonista di uno spettacolo chiave del nascente teatro di regia, la Rappresentazione dis. Uliva (su testo di anonimo del XVI sec.), musicata da I. Pizzetti e diretta da J. Copeau nell’ambito del Maggio musicale fiorentino.

Nel ruolo della santa la G. raccolse un importante successo personale, dandone un’interpretazione intensamente poetica, caratterizzata da una gestualità morbida e da un’espressività aggraziata e dolente, toccando così una delle massime vette della sua carriera.

L’anno successivo fu ancora l’applaudita protagonista di uno spettacolo classico reinterpretato con assoluta modernità, Il mercante di Venezia di W. Shakespeare, diretto da M. Reinhardt, con la collaborazione di G. Salvini, sperimentando, dopo la direzione essenziale e simbolica di Copeau, l’altro volto della regia europea contemporanea, quello sfarzoso e visivo.

Con la stagione 1934-35 tornò finalmente a un’attività regolare, in qualità di prima attrice della compagnia Ruggeri, la quale eseguì, per circa due anni, un repertorio di commedie mondane, salottiere, che toccavano con garbo, e con una certa superficialità, temi sociali e di costume (in particolare lavori di D. Amiel, S. Guitry, P. Ferrari, G. Giacosa, T. Gherardi del Testa), con l’eccezione del Non si sa come di L. Pirandello.

Pur continuando a eccellere nei ruoli brillanti (Il nuovo testamento di S. Guitry), accanto a R. Ruggeri, la G. si segnalò soprattutto nell’interpretazione di personaggi tristi, smarriti, umiliati, destinati a soccombere, come la Fernanda delle Marionette di F. Wolf, Emma di Tristi amori di G. Giacosa, la Maria del Messaggero di H. Bernstein.

Nella stagione 1936-37 fu con L. Cimara e R. Calò nella Compagnia del teatro di Milano, che diede prova di affiatamento e di coralità, affidandosi alle regie di R. Simoni, G. Salvini e dell’esordiente L. Visconti, che diresse Carità mondana di G. Antona-Traversi e Il dolce aloe di J. Mallory. La G. si distinse soprattutto in un’edizione del Ventaglio di Goldoni, meritando dal D’Amico la definizione di attrice più goldoniana del momento, per la freschezza, la malizia e la vivacità della sua Giannina. Nella primavera del 1937 fu tra gli interpreti della prima rappresentazione dei Giganti della montagna di Pirandello, a Boboli, e nell’anno successivo formò una compagnia di giro con R. Cialente, di repertorio fondamentalmente drammatico, rappresentando, tra gli altri, Il viaggio di H. Bernstein (con scene, non firmate, di L. Visconti e regia anonima di P. Sharoff) e I figli di R. Mughini (premio San Remo). Dopo essere stata Dafne nell’Aminta di T. Tasso nei giardini di Boboli e la protagonista nella Francesca da Rimini di G. D’Annunzio all’Argentina, a Roma, dal 1938 al 1941 fece parte della Compagnia semistabile del teatro Eliseo, diretta dal regista P. Sharoff.

Insieme con G. Cervi, Rina Morelli, P. Stoppa, Amelia Chellini, G. Barnabò e C. Ninchi, partecipò a una stagione memorabile del teatro italiano, inaugurata il 1° dic. 1938 con la Dodicesima notte di Shakespeare. La compagnia ebbe un successo straordinario di critica e di pubblico e, per un triennio, contribuì a rinnovare i moduli interpretativi e di messinscena della tradizione dei “mattatori”, offrendo allestimenti rigorosi, accurati e armonici nell’orchestrazione degli attori, con un repertorio vario che oscillava tra Shakespeare (Le allegre comari di Windsor, Otello) – in edizioni sontuose quali in Italia si erano viste solo al Maggio musicale fiorentino -, commedie borghesi nobilitate dall’interpretazione curata (Diritti dell’anima di G. Giacosa, L’infedele di R. Bracco, I giorni felici di C.-A. Puget) e novità coraggiose come Il caffè dei naviganti di C. Alvaro.

Nel 1941-42 fu in compagnia con R. Ricci, con un repertorio tradizionale di commedie italiane e francesi dell’Ottocento (V. Sardou, A. Dumas figlio, P. Giacometti, R. Bracco); nel 1943 recitò al Quirino di Roma nel Giardino dei ciliegi di A. Čechov e nel Dilemma del dottore di G.B. Shaw, con la Compagnia stabile dell’Ente teatrale italiano (ETI) diretta da S. Tofano; nel 1944 fu di nuovo tra gli attori della ricostituita Compagnia dell’Eliseo, dando una delle sue prove migliori in I parenti terribili di J. Cocteau, diretto da L. Visconti e rappresentato il 30 genn. 1945.

La G., che nel corso della carriera oscillò sempre tra modernità e tradizione, tra testi di grande valore letterario e testi minori, si trovò ancora una volta sulla breccia dell’attualità. I parenti terribili fece scalpore nel panorama italiano del dopoguerra, riscuotendo un successo straordinario, e fu una novità sia dal punto di vista della rigorosa preparazione degli attori (sottoposti a un lungo periodo di prove), sia da quello formale, per la veridicità dell’ambiente e la perfezione dei particolari. La stessa G. produsse un forte impatto sul pubblico – abituato a vederla bella ed elegante – presentandosi senza trucco, sciatta e coi capelli mezzi tinti, nel ruolo della madre, Yvonne. In quell’occasione, rimase celebre il suo recitare in vestaglia e il continuo passarsi le mani tra i capelli.

Interrottosi bruscamente il rapporto con Visconti durante le prove di Ilcandeliere di A. de Musset (poi andato in scena per la regia di O. Costa), la G., nella stagione 1945-46, formò compagnia con C. Ninchi (La famiglia Barrett di R. Besier, Strano interludio di E. O’Neal, La carrozza del Ss. Sacramento di P. Mérimée), quindi, nella stagione successiva, partì in tournée con S. Ruffini; infine, nel biennio 1949-51, dopo un’assenza di circa due stagioni dai palcoscenici regolari, tornò al fianco di G. Cervi, dando vita a una delle coppie più famose del dopoguerra, con un repertorio elegante di commedie vivaci e brillanti (Quel signore che venne a pranzo di G.S. Kaufman – M. Hart; I figli di Edoardo di F. Jackson – R. Bottomley – M.-G. Sauvajon; Harvey di M. Chase). Passata in compagnia con S. Tofano e G. De Lullo, interpretò, nel 1951, Chéri di Colette – L. Marchand, dando vita a uno dei suoi ruoli più congeniali.

Salda attrice di umore borghese, dalla recitazione pacata e amabilmente familiare, caratterizzata da un continuo salire e scendere dei toni, la G. incarnò il personaggio di Lea – una donna della buona società, non più giovane ma ancora bella, incapricciata del figlio di un’amica – con finezza espressiva e con una comicità tra l’irridente e l’amaro.

Nelle stagioni successive fu di nuovo in compagnia con R. Ruggeri, che accompagnò nell’ultima tournée parigina e londinese (aprile-maggio 1953), quindi prese parte alla Stabile di Roma dell’Eliseo (1953-54), insieme con C. Ninchi, Olga Villi e A. Tieri, sotto la direzione di G. Salvini e con il suo abituale repertorio eclettico (Il profondo mare azzurro di T. Rattigan, Elena, o La gioia di vivere di A. Roussin – M. Gray). Nel dicembre 1955 si misurò col genere della commedia musicale, interpretando La padrona di Raggio di luna di P. Garinei – S. Giovannini, al fianco di E. Calindri.

Dotata di grande attitudine all’ironia e portata ai ruoli brillanti, la G. fu la vera trionfatrice dello spettacolo, completamente a proprio agio nella parte della giornalista Clara di Valmura, che riceve in eredità dal marito un famoso calciatore. Non solo ne fece un personaggio tridimensionale, prestandole la sua sapienza di consumata attrice di prosa, “aggiungendo sfumature, sottolineando allusioni, accennando parodie” (Il Messaggero, 2 marzo 1956), ma si cimentò anche con disinvoltura nelle prove di canto e di danza.

Questa restò tuttavia un’esperienza isolata per la G., che tornò alla prosa prima con G. Ferzetti, la Villi e A. Foà nella stagione 1955-56 (L’adorabile Giulia di Sauvajon, La professione della signora Warren di G.B. Shaw); poi con Laura Masiero e A. Lionello nel 1958-59 (La pappa reale di F. Marceau); infine formò una compagnia che portava unicamente il suo nome.

Gli anni Sessanta furono segnati dall’esperienza televisiva delle Inchieste del commissario Maigret. Per quattro cicli (1964, ’66, ’68, ’72), fu accanto a G. Cervi nei panni della docile moglie del commissario, interpretata con grande naturalezza di toni e di gesti. Fu questo ennesimo ruolo borghese, di donna riservata, discreta e premurosa, a portarle, dopo anni di successi in teatro e qualche rara incursione nel cinema, la popolarità presso il grande pubblico.

Nel 1969, dopo un intervallo di circa sei anni, tornò alle scene in un testo di Lina Wertmüller, Il conto torna anche se due più due non fa quattro, con la regia di F. Zeffirelli. Un grande successo comico per la G., che tracciò con irresistibile umorismo la caricatura di una madre dell’alta borghesia, un po’ svanita. Della stagione 1970-71 è la sua ultima apparizione in teatro, di nuovo al fianco di G. Cervi, nella commedia leggera di M. Resnik, Ogni mercoledì, con la regia di M. Ferrero.

Pur nell’ambito delle più varie esperienze al fianco di nomi di grande prestigio, sia registi, sia attori, la G. fondamentalmente rimase sempre fedele, anche negli anni dell’avanguardia, ai suoi modi e al suo stile, opponendo all’irraccontabilità del teatro contemporaneo la narrazione di un teatro di intrattenimento. Ciò che le interessava era fare teatro per il grande pubblico, non per le élites, dando agli spettatori, come disse lei stessa, ciò che questi mostravano di desiderare, “cose semplici, gesti, parole in cui ritrovarsi, confrontarsi. Oppure soltanto divertirsi”.

La G. morì a Roma il 22 nov. 1981, destinando in beneficenza, alla casa di riposo per gli artisti drammatici di Bologna, il ricavato della vendita di tutti gli oggetti contenuti nel suo appartamento di via Margutta, messi all’asta il 24 nov. 1982.

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