accadde…oggi: nel 1846 nasce Marie Roze

https://grandopera.wordpress.com/2016/11/22/marie-roze-una-bellezza-del-secondo-impero/

https://grandopera.wordpress.com/2016/11/27/marie-roze-esotica-sacerdotessa-e-primadonna-de-facto/

E’ un po’ imperdonabile il fatto che nei suoi sei anni e qualche mese di vita Il cavaliere della rosa non si sia mai occupato di una delle cantanti probabilmente più fotografate dell’Ottocento: basta fare un rapido passaggio su Google per rendersi conto della quantità degli scatti che la riguardano.
Il fatto è che Marie Roze, al secolo Maria Hippolyte Ponsin, parigina nata nel 1846, oltre a essere sicuramente una interprete di primo rango, era anche una bellissima donna e da brava creatura del Secondo Impero di sicuro non riteneva la cosa un aspetto di secondaria importanza. La fotografia era quindi, per lei, un fondamentale strumento pubblicitario e di gestione della propria carriera.
La vediamo qui in una carte de visite dello studio parigino Gaston & Mathieu, che come apprendiamo dal retro del cartoncino di supporto si trovava al n. 40 del Boulevard Bonne Nouvelle, a cotè du Gymnase, il teatro che ancora oggi sorge e funziona al civico 38. Così a naso direi che la fotografia si può datare alla seconda metà degli anni Sessanta, quella in cui la giovane cantante, uscita dal Conservatoire dove aveva studiato canto e recitazione con Eugène-Ernest Mocker (insegnante anche del nostro beniamino Victor Capoul) e con Daniel François Esprit Auber, era divenuta un membro fisso dell’Opéra-Comique, dove aveva debuttato nel 1865 nella Marie di Hérold. La Roze sarebbe rimasta per molti anni legata a questo piccolissimo ma importantissimo teatro, dove avrebbe tenuto a battesimo numerosi titoli e dove, ci dicono Kutsch e Riemens, avrebbe dovuto essere nel dicembre 1875 la prima interprete assoluta del ruolo di Carmen. Tre mesi prima del debutto, però, Madame Roze si chiamò fuori da questa produzione, a quanto pare convinta che il comportamento spensierato dell’eroina era troppo in contrasto con la sua tragica fine. Chissà quale dei due elementi, quello spensierato o quello tragico, non le andava bene; chissà se avrebbe auspicato una caratterizzazione più drammatica del personaggio oppure un lieto fine, nel quale magari Carmen e José riappacificati aprono un ristorante a Malaga. Non ci è dato saperlo.
Dopo il debutto del’65 la carriera di Marie Roze si sviluppò fra Opéra-Comique e Opéra, dove approdò nel 1870 interpretando Marguerite nel Faust. Dal ’72 cantò anche a Londra, dove avrebbe stabilito un rapporto privilegiato con l’Her Majesty’s Theatre e poi con la Carl Rosa Opera Company, con la quale fra le altre cose fece conoscere al pubblico inglese la Manon di Massenet. Alla fine del 1877 approdò per la prima volta negli Stati Uniti.
Il New York Times diede notizia del suo arrivo con un articolo apparso il 31 dicembre, che pur con qualche ondeggiamento della cronologia dà un’immagine molto viva di questa giovane primadonna e che qui riporto integralmente, nella modesta traduzione del sottoscritto:

M.ME Marie Roze. L’arrivo della nuova primadonna della compagnia Strakosch. Una nota sulla sua brillante carriera.
Mme Marie Roze, l’affascinante cantante francese ingaggiata da Mr. Max Strakosch per la stagione di opera italiana che si apre a Philadelphia il 7 gennaio è arrivata ieri nella nostra città a bordo del vapore Republic della compagnia White Star, accompagnata da una cameriera e dal suo agente, Mr. Henry Mapleson.
Il vapore ha compiuto una traversata tranquilla e Mme Roze è arrivata al massimo della forma. Durante il viaggio è divenuta amica di tutti i passeggeri e si è assicurata la perenne ammirazione di ogni uomo dell’equipaggio offrendo nel salone della nave un concerto a loro beneficio, per il quale è stata ringraziata con una graziosa lettera firmata da tutti i passeggeri. Prima che lasciasse la nave è stata circondata da tutti ed è stata quasi soffocata dai baci delle signore e travolta dai complimenti dei gentlemen e ha ricevuto pressanti inviti a visitare famiglie in molte città in parti diverse del paese.
Mme Roze porta con sè un enorme guardaroba di costumi di scena, molti dei quali assolutamente nuovi, e anche tutta la gioielleria di scena un tempo indossata da Therese Tietjens, che ella stessa ha acquistato dopo la morte di questa grande artista.
E’ una donna di grande bellezza: bruna, paffuta e aggraziata e nella conversazione il suo volto è pieno di animazione. E’ giovane, non avendo ancora compiuto ventinove anni [in realtà ne aveva quasi trentadue ma l’anagrafe, si sa, è sempre un po’ vaga quando si tratta di primadonne…].
E’ nata a Parigi e a 12 anni è stata mandata a studiare in Inghilterra. Nei due anni che passò là sviluppò una precoce passione per la musica e al suo ritorno a Parigi il suo talento attirò l’attenzione del compositore Auber; le fu con riluttanza [probabilmente a causa della giovane età, n.d.t.] concesso di entrare al Conservatoire Imperial, dove divenne l’allieva prediletta di Auber. Sotto la sua guida, il ricco strumento di Mme Roze si sviluppò pienamente e la cantante fece la sua prima apparizione pubblica il 16 marzo 1865, quando cantò un Benedictus nella cappella delle Tuileries davanti a Napoleone III e all’imperatrice, in occasione dei festeggiamenti per la nascita del Principe Imperiale. Cantò ancora davanti alla famiglia imperiale il successivo 23 maggio, quando ricevette dall’imperatore una medaglia d’oro assieme ai suoi ringraziamenti. Il 20 giugno 1866, avendo compiuto gli studi, ottenne il primo premio al Conservatoire e firmò un contratto triennale con Mr. De Lenven, direttore dell’Opéra-Comique. Il suo debutto nella Marie di Hérold fu un franco successo, al quale essa ne aggiunse altri con esecuzioni divenute celebri di Zerlina in Fra Diavolo, di Marguerite in Pré aux Clercs, nel  Joseph di Mehul, nell’Ambassadrice di Auber, in Le fils du Brigadier di Massé e in Le premier jour de Bonheur di Auber, per la quale creò il personaggio di Djelma con un enorme successo.
Riprese gli studi con Mr Wartel e successivamente accettò un nuovo ingaggio triennale con Mr Emilio Perrin dell’Opera Imperiale, debuttando all’Opéra come Marguerite nel
Faust.
Rifiutò di lasciare Parigi durante l’assedio 
[nella guerra franco-prussiana del 187o, n.d.t.] e durante quella crisi fu scelta per cantare la Marsigliese davanti a un vasto pubblico e mise tutta la propria capacità professionale per alleviare le sofferenze di ammalati e feriti. Per il coraggio e la carità manifestati nei giorni della Comune ha ricevuto una medaglia di bronzo dalla Convenzione di Ginevra e un diploma del governo francese. Dopo la guerra ha visitato e cantato ad Amsterdam, Rotterdam e Bruxelles e nel 1872 ha firmato un contratto con Mr Mapleson, in conseguenza del quale è apparsa a Londra con grande successo. Da allora ha cantato in ogni stagione all’Her Majesty’s Theatre, creando la parte della Regina Berengaria nel Talismano di Balfe e sostenendo i ruoli principali in Nozze di Figaro, Don Giovanni, Il Trovatore, il Flauto Magico, Der Freischütz, Lohengrin, Robert le Diable e molte altre opere. Farà la sua prima apparizione in questo paese a Philadelphia il prossimo 8 gennaio come Leonora nella Favorita. La compagnia di Mr Strakosch comprende fra gli altri Miss Kellogg e Miss Anne Louise Cary, Mr Tom Karl, Herr Graff, Mr E. A. Conly e altri. La compagnia apparirà più avanti nella stagione anche al Booth’s Theatre nella nostra città.

I nomi di Clara Louise Kellogg e Anne Louise Cary, le due primedonne colleghe della Roze nella compagnia di Strakosch, torneranno nei prossimi post, che per almeno tre o quattro puntate saranno collegati uno all’altro. Bruna e rotondetta, piena di grazia e savoir faire, adorata dalle dame e desiderata dai cavalieri, Marie Roze ebbe due mariti, o forse uno e mezzo. Il primo fu Julius Edson Perkins, un tenore americano di promettente carriera che morì ad appena trent’anni nel 1875. Il secondo fu quell’Henry Mapleson che l’articolo del New York Times ancora nel 1877 presentava come il suo agente. Mapleson era il figlio primogenito di James Henry Mapleson, probabilmente il più grande impresario dell’Ottocento inglese e americano. Il figlio aveva decisamente doti più ridotte; sul fatto che abbia effettivamente sposato Marie Roze tutte le fonti sembrano concordi, con la sola importante eccezione dell’acidissima Clara Louise Kellogg, che nelle proprie memorie dichiara senza mezzi termini che nessun matrimonio fu mai celebrato fra i due e che la Roze, per farla breve, fu solo una delle tante che in un modo o nell’altro passarono per il letto di Mapleson Jr. La Kellogg non era certamente farina da far ostie ma anche l’altra poteva essere, soprattutto nel rapporto con le colleghe, tutto il contrario di quel distributore di baci e carinerie che aveva incantato i passeggeri del Republic. Ma di questo converrà parlare più avanti.
Purtroppo per la Roze, se dobbiamo ascoltare Kutsch e Riemens ci tocca ridimensionare anche il suo ruolo di angelo dei feriti durante l’assedio di Parigi. Secondo i due estensori del Grosses Sängerlexikon, infatti, all’avvicinarsi dell’esercito prussiano anche lei se ne andò dalla capitale come molti altri colleghi e si trasferì a Bruxelles. Forse questo dipingerla come una Florence Nightingale dei giorni della Comune e questo spostare l’andata a Bruxelles (e Amsterdam, altro luogo sicuro dai pericoli della guerra) agli anni successivi al conflitto fu un tentativo, magari un po’ laborioso, di tamponare qualche imbarazzante macchiolina apparsa sull’immagine pubblica della giovane diva. Chissà, ormai la verità giace sul fondo della Senna e non saremo certo noi, centocinquant’anni dopo, a pensare di tirar fuori dall’armadio scheletri ormai di nessun conto.

La seconda parte del nostro tardo risarcimento a Marie Roze parte da questa carte de visite dell’atelier parigino Bingham, che ce la mostra nell’esotico costume di Djelma, coprotagonista femminile di Le premier jour de bonheur di Auber. L’opera, che sarebbe stata la penultima dell’ormai ottantaseienne compositore, andò in prima assoluta all’Opéra-Comique il 15 febbraio 1868, riscuotendo un clamoroso successo. Le due prime parti erano sostenute da Victor Capoul e da Marie Cabel, una autentica virtuosa ormai nella fase declinante della carriera ma con un grande passato prossimo alle spalle: basti pensare che era stata la prima Manon di Auber, la prima Dinorah di Meyerbeer e la prima Philine nella Mignon di Thomas. E, come sa chiunque si occupi di opera dell’Ottocento, essere stato il primo interprete di un ruolo significa essere stato colui sui cui mezzi e capacità il compositore ha tagliato la parte musicale, con i suoi virtuosismi e le sue particolarità espressive. Per avere quindi un’idea di quello che Marie Cabel doveva saper fare basta ascoltare questa cosetta che Auber le affidò nella Manon:

In realtà, nonostante il grande successo complessivo le cose non andarono così bene alla Cabel come andarono invece ad Auber, a Capoul e a Marie Roze. Ma andiamo con ordine.
Il libretto di Le premier jour de bonheur deriva da una commedia che risaliva al 1816, già utilizzata negli anni Trenta per un’altra opéra-comique. Il nuovo adattamente realizzato per Auber trasferisce la vicenda dalla Francia alla lontana India e si accoda quindi alla grande moda delle ambientazioni esotiche così in voga nella Parigi delle Esposizioni Universali. Dalla Ceylon dei Pescatori di perle all’Arabia di Djamileh fino all’India di Lakme e del Roi de Lahore (e non parliamo neppure della mitica Bisanzio di Esclarmonde e Theodora) i palcoscenici francesi del secondo Ottocento brulicavano di primedonne addobbate di sete sgargianti e di più o meno bizzarri apparati di gioielleria. In posa contro un fondale tutto palme e lussureggiante vegetazione, Marie Roze ci mostra il costume che nella originaria produzione dell’Opéra-Comique era stato disegnato per la sacerdotessa (!) indiana Djelma, un ruolo che a giudicare dalle scarne indicazioni sulla trama dell’opera che è possibile reperire sembra, se non quello di una seconda donna, comunque assolutamente collaterale alla vicenda raccontata dal libretto.
Eppure già dalla sera della prima rappresentazione i due veri protagonisti furono Victor Capoul e Marie Roze, mentre la Cabel (che interpretava l’inglese Elisabeth, figlia del governatore di Madras di cui si innamora lo sfigatissimo Gaston de Maillepré, ufficiale francese) apparve un po’ stucchevole e manierata. Questo almeno è quanto dice il recensore dello spettacolo sul Watson’s Art Journal del 21 marzo 1868, che poi dà un rendiconto molto dettagliato della serata. Chissà se in qualche modo Auber aveva intuito che era necessario tamponare qualche falla della Cabel dando più spazio a Marie Roze (che, ricordiamo, aveva appena tre anni di carriera alle spalle) quando aveva deciso all’ultimo momento di inserire per lei nel secondo atto una Chanson des Djinns che fu uno dei numeri più fortunati dello spartito:
Il secondo atto è il trionfo dell’opera. Djelma canta la Chanson des Djinns, una sorta di barcarola di un colore veramente originale, dolce e leggero come una brezza, un motivo che ti prende l’orecchio e non lo abbandona più. Il compositore meriterebbe tutti gli onori solo per aver scritto questo brano. Come Mademoiselle Marie Roze, bella come una huri nel suo costume orientale, sospirò l’ultima nota di questa melodia deliziosa, l’entusiasmo del pubblico esplose nuovamente e a furor di popolo il brano dovette essere ripetuto.
L’anonimo recensore è tutto per Marie Roze e snobba palesemente la primadonna, sopportandola solo quando affronta un duetto con l’altro soprano, un charming nocturne sui versi
Retarde la naissante Aurore
O nuit! une heure encore!
Va detto, e non appaia insulsa partigianeria di un blog che sembra ormai aver eletto il tenore francese come propria mascotte, che trionfatore della serata fu fuor di ogni dubbio Victor Capoul, che scatenò vere e proprie reazioni di furore, come si diceva un tempo, fin dalla sua aria di sortita
che egli canta con tale perfezione e squisitezza da provocare gli applausi frenetici del pubblico. Non fece resistenza alla richiesta di un bis di questo capolavoro; lo cantò di nuovo e appena ebbe terminato fu salutato con grida di entusiasmo persino dalle signore, queste delicate creature che solitamente si accontentano di avvicinare appena, nel più educato dei modi, le dita delle loro manine guantate di bianco. Ma in questa occasione, prese dalla melodia e dalla maniera in cui essa fu cantata, urlarono “Bravo!”, gettarono i loro bouquet al fortunato tenore e batterono fragorosamente le mani.
Le premier jour de bonheur fu il primo grande successo della carriera di Marie Roze e contribuì certamente a farle da trampolino per il volo sul palcoscenico ben più imponente dell’Opéra. Il successo di questo tardo Auber fu clamoroso e nel giro di appena due anni esso collezionò ben 167 repliche sul palcoscenico della Salle Favart. Nemmeno la Mignon di Thomas, altro grandissimo successo di pubblico, era riuscita a fare altrettanto. Da primadonna de facto, Marie Roze fu ammessa a pieno titolo nell’Olimpo di quelle de jure, un’investitura poi suggellata nel bronzo quando divenne Madame Mapleson.
E l’opera di Auber? Rimase all’Opéra-Comique fino al 1870, quando la guerra e l’assedio consigliarono di soprassedere su molte cose. Nel frattempo era stata data a Bruxelles e più tardi, tradotta in tedesco, apparve a Monaco, Lipsia, Vienna, Brno e Berlino. Fu data a Budapest in ungherese ed ebbe anche una versione italiana per la quale furono scritti recitativi musicati in sostituzione di quelli parlati dell’originale (una caratteristica fondamentale dell’opéra-comique).  Nel 1872 fu data anche in Spagna come zarzuela.
A Parigi tornò nel 1873, a guerra finita, ma se ne fecero appena otto recite e poi fu messa da parte. Per quei meccanismi a volte incomprensibili che regolano la fortuna teatrale degli spartiti, un po’ alla volta se ne persero le tracce anche altrove, Le premier jour de bonheur scomparve dai cartelloni e ancora oggi siamo qui ad aspettare che fra una Ildegonda in carcere e una Satanella qualcuno, un festivalino, un’etichetta con un po’ di coraggio, ci faccia conoscere lo spartito che quella volta fece perdere il contegno persino alle compitissime signore di Parigi.

 

 

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