accadde…oggi: nel 1553 nasce Maddalena Campiglia, di Claudio Mutini

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Nacque a Vicenza da Carlo e da Polissena Verlati in data imprecisata ma riferibile, con ogni probabilità, agli anni intorno alla metà del sec. XVI. La famiglia, di condizioni agiate, le permise di dedicarsi con profitto agli studi preferiti, quelli delle lettere e della musica. Non sappiamo se abbia seguito regolari studi nella città natale. Promessa sposa a certo Dionisio Calzé, sembra che la C. avesse rifiutato il matrimonio, improvvisamente assalita dal desiderio di un’esistenza religiosamente appartata e “di spendere il tempo in iscritti spirituali per sviare la mente da qualunque vano pensiero”. Non sappiamo quale avvenimento reale celino questi propositi formulati piuttosto vagamente. È indubbio tuttavia che la vocazione fosse sincera, tanto da convincere la C. a divenire terziaria di s. Domenico. Lo scritto che testimonia questo repentino maturarsi di interessi prevalentemente religiosi è il Discorso intorno all’Annunciazione della Vergine, stampato a Vicenza nel 1585.

L’opera non è tanto una esibizione di dottrina (le citazioni dalle Sacre Scritture sono sempre mediate da un ricordo letterario; gli scrittori patristici affiorano dalla lettura dei poeti più in voga nel Cinquecento) quanto un’affermazione di principî, una sorta di manifesto in cui si dichiara la religiosità dell’ispirazione letteraria secondo le linee fondamentali della cultura controriformistica. C’è da tenere presente che tali propositi non saranno poi così coerenti nella successiva attività della scrittrice vicentina: fenomeno episodico che rispecchia un avvenimento psicologicamente sofferto, l’esperienza del Discorso (che raccolse i consensi di letterati abbastanza famosi: Angelo Ingegneri, Il Cieco d’Andria, Muzio Sforza) rimarrà come un dato implicito nella carriera poetica della scrittrice, cui si sovrapporranno forme più libere di ispirazione e di rappresentazione.

Nel periodo immediatamente successivo alla pubblicazione del Discorso è dato riscontrare un ampliamento degli orizzonti culturali della C., cui collabora la conoscenza di opere e di personaggi destinati ad influire positivamente sulla futura attività della scrittrice. Dal 1586 data la sua amicizia con Curzio Gonzaga, autore del poema Il Fidamante, amico di s. Carlo Borromeo e collaboratore attivissimo dell’Accademia romana intitolata alle Notti Vaticane; nel medesimo periodo conosce Bernardino Baldi e lo stesso Torquato Tasso, la cui opera – soprattutto l’Aminta – rientra sicuramente nel circuito culturale della Campiglia. Frutto di questi nuovi interessi intellettuali è la Flori, pubblicata a Vicenza nel 1588 con dedica a Curzio Gonzaga.

Si tratta di una favola boschereccia che si inserisce nel solco del fortunatissimo genere pastorale. Flori, invaghita di Amaranta, impazzisce per la morte di costei, nonostante l’affetto e le cure dell’amica Licori. Soltanto dopo un sacrificio dedicato a Diana, Flori potrà rinsavire accettando l’amore incontaminato e duraturo del pastore straniero Alessi. Una trama aggiunta alla principale prevede Licori sposa del pastore Androgeo, che inclina a queste nozze dopo essere stato lungamente innamorato di Flori. Com’è nella tradizione del dramma pastorale, sotto i nomi fittizi si nascondono personaggi reali: Androgeo è il fidanzato ripudiato della C.; Alessi è forse il Tasso, i cui drammatici amori erano già di pubblico dominio negli ambienti intellettuali dell’epoca. L’opera ebbe un discreto successo. Nel 1589 il Tasso scriveva alla C. da Roma esprimendole i sensi della propria stima.

Seguì l’egloga Calisa, stampata a Vice nel 1589. Due pastori, Edreo e Clori, celebrano in un canto epitalamico le nozze di Lico, figlio di Calisa, con Bice. L’occasione nuziale del canto e la sua destinazione permettono per questo componimento di scoprire tutti i personaggi ricordati con i nomi pastorali. Calisa è Isabella Pallavicini Lupi, Lico è suo figlio Giampaolo, Bice è Beatrice degli Obizzi, i due cantori sono la stessa autrice e Curzio Gonzaga. L’opera, condizionata dall’avvenimento cui è destinata, non supera i limiti dell’occasionalità e il travestimento bucolico dei personaggi si rivela estrinseco e pesante.Dopo il 1589 la C. non si impegnò più in opere di ampio respiro, forse stretta dalla malattia che doveva stroncarla ancora giovanissima. Sonetti di lei sono sparsi in raccolte di altro autore (nelle Rime di A. Grillo, Bergamo 1589, nelle Rime di O. Zambrini, Venezia 1594); ci è rimasto qualche madrigale, edito dal Morsolin in appendice al suo studio biografico sulla C., ma non la musica di cui la C. stessa era autrice: questa attività lirica dovette accompagnare la scrittrice fino agli ultimi anni, dato anche il discreto numero di versi rimasto manoscritto. Dopo aver testato il 12 ott. 1593, la C. si spense nella nativa Vicenza il 28 genn. 1595.

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