accadde…oggi: nel 1802 nasce Amelia Sarteschi Calani, di Amedeo Benedetti

Calani Amelia

La poetessa​​ ed agitatrice politica​​ Amelia​​ Sarteschi,​​ titolare di uno dei salotti risorgimentali fiorentini più importanti,​​ nacque a​​ Caugliano, frazione di Fivizzano, il 3 giugno 1802, dal cadetto Giuseppe e da Maria Magnani.​​ 

Il padre di Amelia aveva un carattere risoluto e violento;​​ impelagato in vari amori fuori del matrimonio e compromesso per debiti, di diede alla macchia abbandonando la famiglia, tanto che la giovane Amelia non volle mai portarne il cognome, assumendo sempre quello del primo marito, Calani.

La ragazzina fu mandata per necessità in convento, esperienza negativa che visse con difficoltà e sofferenza, e dove il suo vivace ingegno trovò sfogo e conforto unicamente nello studio.​​ Quando​​ lasciò il convento,​​ la sua cultura era divenuta​​ notevolissima,​​ così come rimarchevoli risultavano​​ a tutti la sua​​ bellezza ed eleganza.​​ Sposò​​ nell’aprile 1822 Francesco Calani, ufficiale delle guardie di confine, da cui ebbe due figli, Agostino ed Aristide.

Amelia compose probabilmente nei primi anni di matrimonio i​​ Saggi sull’educazione, rimasti incompiuti, ma lodati dal Guerrazzi:

Colta da infermità la contessa Amelia non poté, come pure avrebbe voluto, dare forma a quanto aveva raccolto intorno all’educazione, e fu danno: nondimeno quanto ci avanza dei suoi​​ Saggi, e delle sue lettere, basta ad avviare la mente degli speculatori verso lo svolgimento dei problemi, che importano la suprema materia della educazione.​​ (F.D. Guerrazzi,​​ Amelia Calani: considerazioni sull’educazione delle donne italiane​​ ed altri scritti, Genova, Grondona / Firenze, E. Torelli, 1859, p. 60).

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Tra le letture della Calani figuravano non solo i classici della letteratura, ma anche gli aggiornatissimi testi che​​ richiedeva​​ a Firenze al famoso Gabinetto Vieusseux. E grazie a Giampietro Vieusseux, Amelia​​ poté avvicinare all’epoca vari intellettuali, come avvenne​​ ad esempio​​ nel caso di Emmanuele Repetti, autore del famoso​​ Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana.​​ 

Nel giugno del 1833 la Calani incontrò a Fivizzano​​ il patriota​​ mazziniano Michele Giuseppe Canale (Genova, 1808 – ivi, 1890), che stava compiendo la sua lunga fuga da Genova alla Corsica, e che così – nel suo racconto di quel viaggio – descrisse la fivizzanese:​​

Era essa un’avvenente persona, bianchissima ma pallida di viso, gli occhi grandi cerulei, la fronte ampia, serena, il naso sottilmente profilato, di avorio i denti, bionda copiosa la capigliatura, più che mezzana aveva la statura, non più di 25 anni l’età, a queste singolari doti del corpo accoppiava quelle più rare e preziose dell’ingegno, svegliatissimo e colto, del cuore generoso e nobilissimo.​​ (M.G. Canale,​​ Il viaggio da Genova all’isola di Corsica di un proscritto politico, a c. di M. Dillon Wanke, Modena, Mucchi, 1996, p. 9).

Il contatto con Amelia cercato​​ da Canale,​​ dimostra​​ la partecipazione​​ attiva della Calani alla causa liberale, ed il suo ruolo primario ali ideali risorgimentali in Lunigiana.

Subendo forse gli influssi provenienti dalla parentela che aveva annoverato e annoverava vari letterati, Amelia iniziò a scrivere i suoi primi versi, che Francesco Domenico Guerrazzi diceva « appassionati, discordi, e non pertanto armoniosi splendidi sempre ».​​ (F.D. Guerrazzi,​​ op. cit., p. 11).

Nel 1835 venne pubblicata per la prima volta la sua​​ Lettera ad un’amica​​ (Prato, Giachetti, 16 p.), componimento letterario in cui la Calani dispensava i propri ammonimenti ed​​ ammaestramenti per l’educazione delle fanciulle, di cui​​ indicava​​ andasse​​ anzitutto coltivata l’istruzione. La Calani fu​​ tra le prime​​ a scrivere in Italia sul bisogno e la necessità di educare la donna al fine di scioglierla dai pesanti legami che la società allora le imponeva, e sul ruolo femminile nel mondo.

Le donne sono oggi semplicemente degli animali di lusso, e neppure dei primi, tenute in non cale nella famiglia e nei rapporti sociali, e non considerate, se non a misura della loro bellezza e della loro impudicizia. Naturale perciò che esse soltanto di questo si curino, e non si occupino che di chiacchiere e di cianciafruscole. E perché tante anime abbassate, tanti spiriti vilipesi? L’anima lo spirito non ha sesso, e tanto quello rinchiuso nell’uomo che nella donna sono opera di Dio.​​ (A. Calani,​​ Lettera ad un’amica, in​​ Strenna genovese pubblicata da Giacomo Cevasco a beneficio della scuola infantile di S. Sofia, Genova, Tip. Ponthenier,​​ 1841, anno I, pp. 95-96).

Tra le altre attività d’impegno sociale della Calani, va inoltre ricordata la sua collaborazione al movimento di diffusione degli asili infantili (motivo per cui è ricordata nella voce “Donna” dell’Enciclopedia Italiana Treccani).

Nel 1837, si disse per il fatale errore di un farmacista, ad Amelia fu propinato al posto di un normale medicinale del sublimato corrosivo, che oltre a guastarle irrimediabilmente la bella dentatura, fu poi probabilmente la causa della malattia che​​ lentamente​​ la uccise.​​ Alcuni particolari farebbero comunque avanzare​​ l’ipotesi che la Calani abbia tentato il suicidio ingerendo il sublimato, fatto che la famiglia avrebbe poi cercato di tener nascosto inventando la storia dell’errore di un farmacista​​ (cfr. A. Benedetti,​​ Vita di Amelia Sarteschi Calani, poetessa e patriota, Pisa, Il Campano, 2014, pp. 21-22).  ​​ ​​ ​​​​ 

Nell’ottobre del 1840​​ ebbe modo di conoscere a Firenze​​ lo storico Cesare Cantù​​ (Brivio, 1804 – Milano, 1895), di cui si sarebbe innamorata perdutamente, non ricambiata.

Nell’autunno​​ 1841 la Calani lasciò Fivizzano con tutta la famiglia per trasferirsi stabilmente a Firenze seguendo il marito, appena nominato capitano dei gendarmi del Granduca di Toscana.​​ Nel corso dello stesso anno uscì il volume di​​ Prose e versi / di Amelia Calani toscana​​ ​​ (Palermo, s.n.), estratto di 123 pagine dal “Giornale letterario”, n. 227. Nel libro, che si apriva con un ritratto della Calani disegnato da Irene Uguccioni e inciso da G. di Giovanni, trovavano posto – tra le prose – i tre saggi scritti fino ad allora sull’educazione delle donne, quattro lettere sulle donne inviate ad Alessandro Vasoli, e l’elogio funebre di Andrea Cimoli, maestro fivizzanese che, autodidatta, si era subito messo al servizio degli altri insegnando ai figli dei compaesani poveri a leggere e scrivere.

Delle 123 pagine del volume, le 30 finali raccoglievano le poesie della Calani,​​ di non eccelso livello.

Stabilitasi stabilmente a Firenze, la Calani non sembrò minimamente patire il nuovo ambiente, e strinse ben presto amicizia​​ con gli scrittori più rinomati che allora dimoravano in Firenze, ​​ quali​​ il Borghi, il Niccolini, l’Orioli, l’Arcangeli, il Giusti, il​​ già ricordato​​ Repetti, l’Emiliani Giudici, ecc.) ed​​ aprì il proprio salotto alle loro brillanti conversazioni, così come ad​​ interminabili discussioni politiche, dove ognuno contribuiva alla formazione della coscienza della nuova nazione italiana. Tutti i fatti del giorno vi venivano infatti analizzati, discussi, dibattuti.​​ 

Amelia continuava comunque ad interessarsi​​ direttamente​​ di​​ poesia e letteratura, raccogliendo le sue prime favorevoli critiche, come quella di Domenico Carutti, apparsa sulla “Rivista musicale” di Firenze del 2 novembre 1842, intitolata​​ Letteratura prose e versi di Amelia Calani. ​​ 

Nonostante la mediocrità dei suoi versi, una qualche fama come poetessa dovette comunque averla, visto che fece parte a partire dall’11 agosto 1843 dell’Accademia Filelfica, istituita a Tolentino nel 1825 con lo scopo di promuovere lo studio delle arti e delle scienze. Occorre peraltro sottolineare come la Calani risulti essere l’unica donna accolta nella citata Accademia.​​

L’accesso al suo salotto, in una palazzina nel Borgo Ognissanti, era già divenuto molto ambito;​​ Gabardo​​ Gabardi, ad esempio, ricordava:

Ero bambino ancora, quando trovavo il Gargiolli [il poeta Corrado Gargiolli], men che ventenne, in casa di quella Amelia Calani che fu per molto tempo la Récamier, la M.me Adam di Firenze. La palazzetta di Borgognissanti era già diventata il sinedrio dove gli​​ hauts bonnets​​ e i​​ bas-bleux​​ si raccoglievano dai più lontani punti d’Italia per accomunare – più che in oggi non sia possibile e desiderato – interessi, idee, aspirazioni.​​ (G. Gabardi,​​ Il suicidio di un letterato, in “L’Illustrazione italiana”, 1885, I, p. 259).

Nel 1844, durante la disastrosa piena del 3 novembre dell’Arno, il capitano Calani,​​ a causa delle operazioni di soccorso (effettuate​​ per più giorni​​ in condizioni di maltempo incessante),​​ si ammalò gravemente, e morì.

Amelia cercò​​ ancora una volta​​ conforto negli studi ed in quelle speranze di risorgimento che incominciavano a manifestarsi ed a presagire i grandi avvenimenti che dovevano poi portare alla liberazione d’Italia, ed alla sua unione.​​ Purtroppo scarseggia la documentazione sull’attività più spiccatamente politica della Calani (che costituisce il suo maggior merito), svolta – come è facile intuire – in clandestinità.​​

Il salotto di Amelia continuava peraltro ad essere affollato delle maggiori personalità dell’epoca; oltre ai già citati Guerrazzi, Cantù ed Emiliani Giudici,​​ la Calani​​ ebbe infatti come assidui frequentatori, Filippo De Boni, Giuseppe Montanelli, Francesco Dell’Ongaro, Pietro Giordani,​​ Angelo Brofferio, Emanuele Repetti,​​ Giuseppe Giusti,​​ Atto Vannucci, e specialmente Giambattista Niccolini, il maggior tragediografo italiano del suo tempo, che riversava su Amelia tutte le sue veementi convinzioni politiche.

Nel 1848 la poetessa collaborò assiduamente al periodico “La Donna Italiana”, che ebbe purtroppo vita breve.​​ Nel corso dello stesso​​ anno la poetessa passò in seconde nozze col conte Mario Carletti (Montepulciano, 1826 – Perugia, 1882), più giovane di lei di 25 anni, non senza averlo fatto in precedenza lungamente attendere.​​ 

Il 1848 fu naturalmente anche l’anno in cui quasi tutti i frequentatori del suo salotto ebbero parte importante nella rivoluzione antiaustriaca: Guerrazzi e Montanelli presero addirittura il potere a Firenze.​​

Il granduca di Toscana Leopoldo II, allarmato, si era intanto ritirato a Siena, per poi raggiungere papa Pio IX a Gaeta. Il 1° maggio aveva poi nominato il generale Serristori commissario straordinario in Toscana, con pieni poteri: truppe austriache entrarono in Pisa, ed anche Livorno seguì la stessa sorte, dopo ventiquattro ore di furiosi combattimenti. Il 28 luglio 1849 Leopoldo II rientrava in Firenze, e dopo un anno, dichiarava inattuabile il sistema costituzionale, sciogliendo il Consiglio generale dei deputati, reintroducendo la censura sulla stampa e concentrando sulla propria persona ogni potere. Le speranze di un futuro diverso sognate dalla contessa Calani sembrarono finite.​​ 

Seguirono quindi giorni di tristezza, in cui fu angustiata dai sospetti della polizia austriaca, e amareggiata dalla cattiva sorte di tanti amici. Si immerse allora ancor di più nell’attività intellettuale.​​

Nel 1850 la Calani pubblicò i​​ Versi funebri alla memoria di Marco d’Altemps, duca di Gallese, editi a Pisa, e dedicati al ciambellano del Granduca di Toscana, deceduto all’età di ventisette anni l’anno precedente.​​ 

Pubblicò successivamente i​​ Racconti di un parroco di campagna​​ (Firenze, 1851) che denunciavano i pregiudizi, la faciloneria e le superstizioni della gente di campagna, e​​ Palmira​​ (Firenze, Mariani, 1853, 158 p.), un racconto che incontrò critiche sfavorevoli per l’orditura della trama, goffa e inverosimile, ma che aveva spunti di notevole interesse nel trattare vicende di donne logorate da un pesante giogo matrimoniale.​​ 

Il male di cui abbiamo ricordato l’origine stava infatti progredendo, stringendole la gola. Amelia presto poté nutrirsi solo con cibi molli, poi unicamente con liquidi, e poi più nulla.​​

Morì il 27 agosto 1856, e fu sepolta nel piccolo cimitero di S. Bartolomeo di Monte Oliveto a Firenze, appena fuori dalla porta di S. Frediano. Non ebbe perciò la gioia di vedere, dopo soli tre anni, il 27 aprile 1859, sventolare il vessillo tricolore sulla torre di Palazzo Vecchio.​​

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