accadde…oggi: nel 1900 nasce Renata Viganò, di Emanuela Bonomi

«Intanto l’Agnese arrivò dove l’argine era rotto: la dinamite tedesca vi aveva aperto un varco, ma il taglio non era riuscito, ne risultava un tratto di terreno infiltrato, uno stagno di melma, due dita d’acqua sporca e ferma sulla terra sconvolta dall’esplosione. L’Agnese si levò le ciabatte e le calze, affondò nelle pozzanghere i piedi che ne rimasero coperti di fango, duri da muovere. Ma lei sapeva che dopo pochi metri di terra fradicia c’era un altro isolotto di canne, e in mezzo alle canne la barca di Clinto».

(L’Agnese va a morire)

Renata Viganò, nonostante una ricca produzione, è nota ai più solo per il romanzo L’Agnese va a morire del 1949 con cui vinse il premio Viareggio, e che fu accolto molto positivamente dagli autori più “moderni” come Italo Calvino e Natalia Ginzburg, allora redattrice Einaudi, che lo fece pubblicare dopo aver espresso all’autrice, il 27 ottobre 1948, un entusiastico giudizio: «Magnifico stile misurato, sobrio, magnifici effetti di paesaggio…Da farsi. Da farsi. Da farsi».
La modernità dell’Agnese si coglieva innanzi tutto nella sua protagonista, un’eroina davvero poco eroica: una donna non giovane, quasi vecchia, tranquilla, infantile nella sua inconsapevolezza politica, che aderisce attivamente alla causa antifascista solo dopo l’uccisione della sua gatta da parte dei nazisti, una brutalità gratuita su un essere vivente che rappresentava il legame con il marito Palita, già ucciso dai tedeschi. Da quell’istante Agnese si unisce ai partigiani e diventa il simbolo di un mondo umile offeso, che reagisce alla violenza come può con una forza interiore che è qualcosa di ancor più primordiale di una coscienza politica. Tra i partigiani la donna si muove con uno spirito di servizio quasi naturale, accettato e scelto come una necessità, senza costruzioni ideologiche o intellettuali, ma quasi per un istinto naturale, umano, di giustizia. Il personaggio, molto simile alla scrittrice, era in realtà la memoria di una vera partigiana che Renata conobbe durante la Resistenza[1].
La stessa marca antieroica segna lo stile della Viganò, dall’apparenza scarna, ed efficace nel ritrarre la tenacia dei personaggi di fronte alle avversità della Storia, vissute ma impossibili da capire davvero. Colpisce la descrizione della superficie delle cose, uno stile antiletterario che ritrova il paesaggio e l’azione umana segnata dalla violenza della guerra come una lingua nuova, non retorico, forse emula di quella asciuttezza che i grandi scrittori italiani invidiavano e ritrovavano nella letteratura americana e che darà loro l’occasione anche di ripensare il paesaggio italiano con parole e linguaggi nuovi- spontaneo paragonare il lavoro sul paesaggio con Pavese o il cinema di Visconti, per esempio in Ossessione, che ha ambientazioni analoghe a quelle dell’Agnese.
Renata era figlia di Eugenio e di Amelia Brassi, ed ebbe un’infanzia borghese e serena che le permise, giovanissima, di dedicarsi alla poesia con due raccolte Piccola fiamma e Ginestra in fiore.
Così riassume i suoi primi anni:

«Io non sono nata dal popolo. Non ho avuto perciò il grande insegnamento di un’infanzia dura, di genitori premuti da lavori faticosi, da privazioni quotidiane. Ma la mia estrazione borghese non impedì che fossi portata a preferire le persone del popolo alla vellutata, stagnante, bigotta simulazione della classe a cui appartenevo».

Più difficile fu l’adolescenza, segnata da un tracollo finanziario che la costrinse ad interrompere gli studi classici al Galvani di Bologna, anche se la situazione non le impedirà di impegnarsi nella medicina, la sua passione:

«Mi fu abbastanza facile il salto dall´indulgente tepore borghese alla rude condizione proletaria, e di questo devo ringraziare i miei, che fin da piccola mi abituarono a non considerare il mondo a strati…» «Piantai con un taglio netto ogni rapporto con i ranghi borghesi e andai a fare prima l’inserviente poi l’infermiera negli ospedali. Era il lavoro che mi piaceva perché avevo tanto desiderato gli studi in medicina, e anche se allora umiliato, mal retribuito e faticoso, non me ne sono mai pentita. Così ebbi il mio posto nella classe operaia».

Conobbe poi l’ambiente politico e il futuro marito Antonio Meluschi, poeta e partigiano, amico di Roversi e di Pasolini («Lui pettinò la matassa un po’ arruffata dei miei pensieri, e incominciai così la mia vera “scuola di partito”»).
La conoscenza avviene in circostanze romanzesche: Renata, nel dicembre 1935, diede a un amico 35 lire per salvare un giovane imprigionato per motivi politici. Tempo dopo, quello stesso amico le fece conoscere quel prigioniero, cioè proprio Meluschi che, temendo un nuovo arresto, si fece ospitare in casa di Renata per una notte. Da lei la conversazione di quelle ore è ricordata così:

«I discorsi erano vivaci e attenti e c’era nell’aria della casa una sincerità nuda, un clima di cose nuove, una gioventù sbrigliata e severa che accusava, giudicava il tempo e il suo costume, la gente e l’ingiustizia…Non accettavo nella mia casa un uomo, ma l’idea, il partito, la norma e il fuoco di fede buoni per la mia vita intera»[2].

Se il marito ebbe una grande rilevanza sulla maturazione politica della scrittrice e sulla sua adesione alla Resistenza, precedenti influenze familiari molto forti la prepararono a quel destino.
Due furono in tal senso le figure principali, entrambe femminili.
Innanzitutto la madre «mite, dolce e ottocentesca ma anche stranamente arrogante con chi era più in alto di lei nella condizione sociale e arrendevole con chi riteneva inferiore» e che, insegnandole a non disprezzare chi è inferiore socialmente, le trasmise un profondo senso democratico.
Meno scontata, ma fondamentale, l’impronta della bisnonna materna Caterina Mazzetti, la quale aveva guidato una ditta di vetture per matrimoni, battesimi e funerali che era stata la fortuna economica della famiglia:

«Sapevamo da vecchi discorsi tramandati che era piccola, vivace, aggressiva, non molto avvenente e che fumava il sigaro come un uomo…che montava a cavallo come un cow boy, e non esitava, se un cocchiere mancava al servizio, a infilare livrea e parrucca per condurre un carro da funerale…In famiglia sorse un giorno lo slogan di una mia somiglianza con la bisnonna Caterina forse perché fra i nipoti ero la più piccola, vivace, aggressiva, e, ahimé, la meno avvenente, o forse perché cominciai a scrivere poesie. L’estro poetico, dicevano, veniva di lì»[3].

Interessante, di questo scritto, la parte che riguarda l’impresa di Caterina tra i garibaldini. Cesare, figlio di Caterina e nonno di Renata, era fuggito unendosi a Garibaldi nelle valli di Comacchio. Caterina raggiunge il figlio:

«Lei abitava una casa da signori nel centro della città, era padrona di cento carrozze, avvezza a comandare… ma in quel tempo dormì in valle nelle capanne di canna dei pescatori fece da vivandiera ai gruppi di garibaldini. Tutto questo per star vicino al figlio…».

Tale incredibile esperienza è quasi presagio della sorte di Renata: Meluschi nel settembre 1943 si era unito ai partigiani e anche la moglie entrò nella Resistenza, col nome di Contessa, come staffetta, prima in Romagna e poi nelle valli di Comacchio, tenendo con sé il figlio Agostino di soli sette anni. Nello stesso articolo dell’11 dicembre 1949 lei ricorda:

«Non ero più giovane. Sapevo ormai tutto intorno alla guerra, e avevo un marito, un bambino, una casa. Così, quando mio marito andò via partigiano, presi il bambino, lasciai a casa la roba e la paura, e fui partigiana anch’io… Qui somigliai davvero alla bisnonna Caterina, come un ramo in alto che va per la stessa via delle sotterranee radici… seguii la sua strada di acqua e di guerra, guardai quel cielo con pensieri quasi uguali, servii lo stesso nome di comandante nella medesima arma».

Renata, con la famiglia, nel dicembre 1943 sfollò a Imola. I suoi scritti Le donne e i tedeschi, Le donne e i fascisti, Le donne e i partigiani, furono pubblicati sul giornale clandestino «La Comune» nel 1944:

«Erano articoli di poche pagine, una serie che mio marito mi aveva “ordinato”, senza spiegarmi molto di come dovevano essere… Scrissi cinque pezzi, tutti rivolti alle donne, a quelle cioè che avevano cuore e amore, che soffrivano per cento angustie, che tremavano per i loro cari, assenti o presenti ma tutti immersi nel pericolo»[3].

Poco dopo il trasferimento a Imola, Meluschi venne inviato a Belluno dove operava una brigata bolognese; lì fu arrestato dalle SS e torturato, ma riuscì a fuggire e a ricongiungersi alla moglie, che nel frattempo aveva continuato da sola.
Finita la guerra, la Resistenza e la condizione delle donne restarono centrali nella sua vita. Alla Resistenza s’ispirò per altri due testi: Donne nella Resistenza, del 1955, omaggio alle donne antifasciste bolognesi, e Matrimonio in brigata, del 1976, raccolta di racconti.
Mondine, del 1952 è, invece, la sintesi di un’inchiesta svoltasi tra maggio e giugno 1951 durante la campagna di monda in Lomellina: l’opera fu dedicata a Maria Margotti.
Del 1962 è il romanzo, Una storia di ragazze, che narra le vicende dolorose di giovani di diversa provenienza sociale, ma tutte sottomesse al mondo maschile.
Nonostante l’oblio di molti, ancora oggi la Viganò vive nella memoria di Bologna e nei luoghi ad essa vicini che le hanno dedicato monumenti, giardini, vie; il Liceo bolognese “Galvani” le ha intitolato la sua sala insegnanti.
Nel 1976 il regista Giuliano Montaldo trasse un film da L’Agnese va a morire.
Ricordiamo infine qui le parole del grande poeta e antifascista Roberto Roversi, di recente scomparso, e legatissimo a Meluschi che, ricordando Bologna, parla degli amici mai dimenticati:

«…Il liceo “Galvani” in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi, nuovi, giusti (e umani) a incontrarti, anche nella loro casa di via Mascarella»[5].

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