accadde…oggi: nel 1898 nasce Berenice Abbott, di Barbara Martusciello

Berenice Abbott. La fotografia di una vita in tante declinazioni. Anche del pionierismo di genere.

E’ doveroso approfondire la sua ricerca e farla conoscere meglio al grande pubblico, facendo scoprire come Berenice Abbott sia stata tante Berenice Abbott, come forse ogni grande donna lo è, con più interessi e sfaccettature di tanti colleghi maschi.

Lei, nata nel 1898 a Springfield, in Ohio, ben presto, dopo una formazione iniziale in Scultura, mette la macchina fotografica a tracolla portando la sua dote multitasking nella sua creatività, posizionandosi tra i grandi protagonisti della Fotografia.

La longeva fotografa, morta nel 1991 all’età di 97 anni, che ammise la naturalezza con la quale si trovò a praticare quel linguaggio per immagini e luce – “Mi avvicinai alla fotografia come un’anatra si avvicina all’acqua. Non ho mai voluto fare niente altro.” – è infatti generalmente nota per più storie e caratterizzazioni: ad esempio, come assistente di Man Ray.

Conosciuto, con Marcel Duchamp e altri sodali dadaisti e surrealisti, quando si era spostata a New York nel 1918, con il grande fotografo e artista sperimentale strinse i maggiori rapporti professionali a Parigi, quando nel 1921 la Abbott vi si trasferì, come fecero molti artisti e intellettuali da tutto il mondo, tra gli anni ’20 e ’30, per la grande attrattiva che la città esercitava in quanto patria del cosmopolitismo, della modernità e dell’avanguardia e delle arti.

La Abbott fu modella per Man Ray e poi lo affiancò nel suo Studio di Montparnasse frequentato dall’intellighenzia  bohemien dell’epoca.

Fu così che affinò il suo sguardo ritrattistico, diventando famosa per gli scatti, tra il 1923 e il 1926, di James Joyce, André Gide, Sylvia Beach, fondatrice della famosa libreria Shakespeare and Company; di Duchamp, Max Ernst, Jean Cocteau, Janet Flanner, corrispondente parigina dell’americano “New Yorker”; di  Coco Chanel, Philippe Soupault, della Principessa Eugène Murat, dalla passione per le droghe e le  feste memorabili e sfrenate dove potevi incontrare da Cocteau a Igor Stravinsky; ed ecco, ancora, i portraits dell’artista Betty Parson, promotrice dell’espressionismo astratto e della collezionista, mecenate e gallerista americana Peggy Guggheneim, Edna St. Vincent Millay. Djuna Barnes, sua compagna di stanza a New York, solo per citarne alcuni.

Questo pantheon di persone è anche una documentazione dell’internazionalità e modernità tra le due guerre di questa comunità variegata e geniale, mostrando la bravura dell’autrice che restituisce naturalezza dei soggetti sperimentando, al contempo, la luce, particolari dell’inquadratura, angolazioni ardite.

Tra questi ritratti c’è quallo di Eugène Atget. Ecco: la Abbott è celebre anche per aver scoperto questo genio della fotografia francese– tramite Man Ray, che di Eugène Atget a Parigi fu vicino di Studio, amico ed estimatore – e per aver contribuito, quando egli era  ancora misconosciuto, alla sua affermazione pubblica anche attraverso la scrittura di numerosi saggi.

Poi, c’è la Abbott delle architetture e delle scene di vita della New York della crescita e del cambiamento dopo la depressione del 1929: probabilmente anche sollecitata, in questo, dall’influenza dell’anziano collega Atget, che fu un pioniere della raffigurazione e quasi catalogazione urbana parigina.

Fu così che, ritornando negli Stati Uniti, la Abbott diede di sé un’ulteriore versione: della fotografa metropolitana, con l’immenso progetto Changing New York (1935-1939). Ad esso, lei stessa, in una certa occasione, si riferì così:

“Nel caso particolare di New York – i contrasti, i cambiamenti veloci mi hanno ispirato. Lo sguardo di una città in movimento necessita di una dettagliata trama e prospettiva”.

Fu forse il più importante lavoro della sua carriera, che, in ogni caso contribuì alla sua definitiva affermazione. A questo ne seguirono altri sulle realtà urbane: nel 1934 sull’architettura prebellica e quella di Henri Hobson Richardson, sotto l’egida dello Storico dell’architettura statunitense Henry Russell Hitchcock.

Nel 1935 su quella del Sud più povero, rivelando le condizioni di vita della popolazione di una provincia indigente e in qualche modo precorrendo simili produzioni documentative (ad esempio, quelle di Roy Stryker resa tra il 1935 e il 1944 per la Farm Security Administration voluta dal Presidente Franklin D. Roosevelt per contrastare il degrado nelle zone rurali degli Stati Uniti); infine, ecco un altro foto-book su New York, Greenwich Village: Today & Yesterday, nel 1948.

Ma  abbiamo anche una sua versione più campagnola: dei bellissimi panorami di A Portrait of Maine, 1968, immortalati nel luogo in cui si era trasferita a seguito dei suoi problemi polmonari, e dove quindi respirando un’aria più salubre rispetto a quella della sua amata Grande Mela, raffigurò un altro paesaggio.

E se, tra Ritratti, Paesaggi urbani o più bucolici, documentazione e realismo, in puro stile Straight, abbiamo di lei anche un risvolto più fashion – tramite collaborazioni con  riviste come “Vanity Fair” – ecco pure quello più scientifico: delle foto di quando fu Picture Editor della rivista “Science Illustrated”, e di quelle degli anni ‘50 dedicati alla ricerca estetica astratta, sui principi delle luce e sull’equilibrio e il dinamismo delle forme, realizzate per il Massachusetts Institute of Technology (MIT).

Non è finita qui: troviamo anche una Abbott nuovamente divulgatrice: dopo il rilevante lavoro su Atget, torna infatti alla scrittura e, nel 1941, unendo alla competenza fotografica il suo indiscusso talento didattico, pubblicò il manuale di successo A Guide to Better Photography.

Molto potremmo ancora dire della sua vita e della sua produzione, nonché della lungimiranza con la quale aveva considerato gli sviluppi anche antropologici della Fotografia, affermando:

“La visione del ventesimo secolo è stata creata dalla fotografia, l’immagine ha quasi sostituito la parola come mezzo di comunicazione”.

Quante Abbott abbiamo avuto, dunque? Forse quella a cui la grande fruizione è meno avvezza ma per cui è considerabile più antesignana di tanti, e molto più  coraggiosa, considerando i suoi tempi: è quella che ha guardato alla vita di genere della Parigi negli anni venti e della New York fino al 1965.

La Abbott ha immortalando gay e lesbiche con uno sguardo dal di dentro, attivamente partecipe di una normalità considerata ancora segreta e illecita all’epoca, ma non nel mondo artistico e intellettuale che lei frequentava, in cui viveva, lavorava, amava – a Parigi si era innamorata perdutamente della modella Tylia Perlmutter – e nel quale era luminosamente se stessa: con la sua esistenza, i suoi scatti, le storie ad essi legate…

Si dimostrò, quindi, capace come poche di raccontare il proprio mondo, l’emancipazione della donna dentro una società puritana e maschilista, la propria dimensione sessuale e la grandezza della Fotografia in cui ella riuscì, non senza rinunce e sforzi, a ritagliarsi una indiscussa, eccellente, reputazione. Duratura. Indiscutibile.