accadde…oggi: nel 1932 nasce Federica Galli, di Lorenza Salamon

Federica Galli

Donna riservata, ma comunicativa, dal carattere forte capace di intrecciare amicizie solide e durature, ma anche di repentine e irrimediabili rotture, Federica Galli s’impone nel panorama dell’arte contemporanea con un linguaggio poetico e figurativo considerato in controtendenza, con una tecnica ostica come l’incisione all’acquaforte, che si esprime solo in bianco e nero e dà origine a multipli in un’epoca dove imperano altri generi artistici (astratto, metafisico, avanguardia etc.), il colore, e vige il credo dell’opera unica.
Federica Galli dimostra sin dall’infanzia una speciale predisposizione al disegno e un carattere molto determinato, tanto da convincere i genitori, benestanti, ad iscriverla (è il 1946) al liceo artistico a Milano. Proseguirà gli studi all’Accademia di Brera, conseguendo il diploma nel 1954.
Nell’osservarla si apprezzava soprattutto lo sguardo acuto e sorridente, e si apprezzava la capacità di stare in solitudine e in compagnia con la medesima disinvoltura. Così sicura di sé da non doverlo far pesare a nessuno.
La passione e la padronanza per il disegno puro, ma anche la scarsità di mezzi, che accompagnano gli anni giovanili di Federica, la spingono a dedicarsi a una tecnica particolare, quale è l’incisione. È, infatti, una forma d’arte che può essere realizzata in poco spazio – lo stesso che Federica condivide con delle compagne di studio – con materiali poco costosi e poco ingombranti e, soprattutto, non implica sostanze maleodoranti e nocive se non per limitate e isolate fasi di lavoro. Nei primi anni d’attività trova ispirazione negli scorci della Milano che mostra le ferite dei bombardamenti che hanno sfregiato parte degli edifici della città e nei paesaggi piani e lattiginosi della pianura padana dove ha vissuto una spensierata adolescenza, lontana dal conflitto che colpiva centri più abitati; negli alberi dove rifugia le sue fantasie giovanili e dei quali sa trasferire sulle tavole l’essenza poetica. Le prime piccole lastre sperimentali vengono notate e nel 1958, con acquerelli e dipinti, la galleria Prisma di Brera le dedica la prima delle innumerevoli mostre personali che verranno allestite in tutta Italia.
«In quegli anni capii che con l’incisione potevo lasciare un segno importante e unico mentre nella pittura ero un’artista come tanti» una riflessione per cui abbandona definitivamente la pittura, nel 1963, e che sottolinea un’altra caratteristica tipica dell’artista: la piena consapevolezza del proprio talento e dei propri limiti. La Galli è una delle rare artiste che si sia dedicata esclusivamente all’incisione realizzando oltre mille soggetti.
La biografia di Federica Galli è contrassegnata dai viaggi culturali in giro per l’Europa, dalle mostre personali e collettive – pubbliche e private -, dagli incontri fruttuosi con critici e letterati del tempo, ma anche dal succedersi degli acquisti dei torchi calcografici, dal più piccolo acquistato nel 1956 che le impone la realizzazione di opere di dimensione ridotta, all’ultimo – grande e professionale – comprato nel 1964 ancora oggi in uso nella fondazione voluta dall’artista per disposizione testamentaria. Il torchio è uno strumento indispensabile all’incisore a cui la Galli ha dato grande importanza, così come a tutto ciò che ha riguardato il suo mestiere. Sin da giovane gli amici e i collaboratori riferiscono un’attenzione maniacale verso i dettagli: per gli attrezzi e i materiali, così come per la fase inventiva. Quest’ultima consta di tre fasi di lavoro, quella creativa tipica del mestiere d’artista e quella tecnica che nell’incisione consiste di due momenti: l’incisione vera e propria della matrice e, successivamente, la stampa su foglio di ciò che si è inciso. La fase inventiva e creativa della Galli inizia con lunghe e meditate osservazioni della natura dove esegue le prime linee sulla matrice, en plein air; un metodo di lavoro considerato normalmente proibitivo per l’incisore all’acquaforte e nel passato praticato, si favoleggia, solo dal grande Giambattista Piranesi. Dopo alcuni giorni di lavoro dal vero la Galli si trasferisce nello studio dove rifinisce i dettagli, per giorni o settimane. Completata l’incisione della matrice questa viene immersa nell’acido (acqua forte) perché corroda i segni scalfiti nella vernice in modo che diano il risultato voluto.
La tecnica dell’incisione ha in Rembrandt uno dei massimi maestri della nostra storia, la Galli ha modo di osservare i suoi capolavori nel 1956 in occasione della più imponente retrospettiva mai dedicata al maestro olandese nella serie di mostre organizzate fra Amsterdam, Rotterdam e Leyden, in un viaggio di studio che ne precederà molti altri e dal quale viene, a sua detta, folgorata.
L’intelligenza, la sensibilità e la disciplina ferrea della Galli la portano, nell’arco della sua vita, a conoscere critici, studiosi, galleristi e collezionisti competenti e generosi che la stimoleranno enormemente e contribuiranno alla sua crescita intellettuale e artistica. E’ a metà degli anni ’70 che avviene il fortunato incontro con Giovanni Testori, carismatico protagonista della vita intellettuale lombarda che avrebbe consumato gran parte delle sue cene in casa Galli, arricchendo l’artista di cultura letteraria, ma anche di fiori, doni, e del carisma noto a chiunque lo abbia incontrato. Testori, pur supportandola in ogni scelta professionale, non condizionò ne deviò in alcun modo l’attività e le scelte artistiche della sua protetta.
Altrettanto significativi sono gli incontri con Marco Valsecchi, Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Alberico Sala, Renzo Zorzi, Giorgio Soavi, Raffaele Carrieri, Gina Lagorio, David Landau, Giuseppe e Francesco Frangi, Gian Albero dell’Acqua, Roberto Tassi e non ultimo il giornalista Giovanni Raimondi, suo marito. Ognuno dei quali ha lasciato ampia testimonianza scritta della propria ammirazione nei confronti del lavoro di Federica Galli.
Nel 1983 la Galli intraprende uno dei cicli più insidiosi della sua carriera, Le vedute di Venezia, seguendo il suggerimento di Testori e di Renzo Zorzi, quest’ultimo alla guida del rinomato e fervido programma culturale dell’Olivetti. Affrontare la città di Venezia significa doversi confrontare con i grandi vedutisti incisori del ‘700, una sfida che la Galli affronta dopo lunghe meditazioni e viaggi nella città lagunare e inizia con la solita determinazione mostrata in passato. Vince la sfida e, nel 1987, la raccolta viene esposta per intero nella prestigiosa Fondazione Giorgio Cini, dove nessun artista vivente era mai stato ammesso prima di lei.
Qualche anno dopo (1994), decide di intraprendere un altro importante ciclo: Gli alberi monumentali con cui rappresenterà, con oltre sessanta opere, altrettante piante d’importanza nazionale, significative per motivi storici, botanici o estetici: un poetico filo conduttore che unisce tutte le regioni italiane e ne testimonia la ricchezza naturale.
La sorprendente padronanza del mezzo tecnico della Galli si rivela in alcune delle sue scelte iconografiche. La rappresentazione della neve, dell’acqua, della notte, della nebbia, sono scene introvabili e inconsuete in gran parte della produzione dei virtuosi del passato, evitate per la loro intrinseca difficoltà tecnica. Atmosfere che, invece, sono presenti con frequenza nella produzione della Galli che le propone con apparente facilità.
Federica Galli è nel ristretto numero di donne (poco più di una manciata) che si sono imposte a livello internazionale nell’ambito dell’intera storia dell’arte della stampa.
L’archivio delle sue opere, della biblioteca, della collezione di grafica e della sua attività è tutelata dalla fondazione da lei voluta nel suo testamento: Fondazione Federica Galli, con sede a Milano.

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