cosa dovrebbe dire la cultura, di Loredana De Vita

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What Culture Should Say

Nessun uomo è clandestino .
Osservo un odio crescente verso la diversità, qualsiasi essa sia, razza, colore, religione, cultura, genere… questo alimenta antichi stereotipi con la gravità acquisita di una modernità che aveva posto, o si pensava lo avesse fatto, premesse diverse.
Sembrava che si fosse finalmente giunti a considerare l’esistenza non di un solo “centro” ma di tanti centri che potessero incontrarsi e fare cultura segnando il tempo della propria presenza e del proprio senso.
Paradossalmente, invece, la globalizzazione praticata in maniera dozzinale e nelle mani dei “più” ha umiliato le speranze e ridotto il rispetto e lo scambio con la pluralità ad ataviche paure dell’altro.
La presupponenza di un’integrazione senza inclusione e viceversa ha tradito la possibilità umana del confronto libero e apre il varco a odi antichi che hanno un sapore moderno ancora più amaro.
Questo atteggiamento distruggerà tutti.
Sembra che non si sia più disponibili a guardare avanti, ad andare avanti senza odiare chi presumiamo sia differente e noi stessi diventiamo indifferenti ai loro richiami e ai loro diritti senza accorgerci che la nostra sordità trova spazio e reazione nella sordità dell’altro.
Da che cosa deriva questo autoritarismo di ritorno?
Ci sono due fattori che lo condizionano: da una parte una crescente disattitudine a riconoscere nell’altro una possibilità nonostante e grazie la propria differenza; dall’altra il ritorno di una cultura egemone che se una volta si esprimeva soprattutto all’interno di ciascun centro culturale (cultura dei ricchi versus working class), ora ha modificato il suo raggio di azione affermandosi in una cultura occidentalizzata (e patriarcale) nella quale ogni centro deve essere ricondotto a una centralità unica e preponderante.
Un triste ritorno verso una nuova forma di oscurantismo occidentale nel quale il pregiudizio non è verso nuove forme di scoperte scientifiche progressiste, ma verso l’umanità stessa che perde il valore di umano e conserva solo quello economico.
Le persone, come gli oggetti si consumano, si usano, si tradiscono e si gettano via.
Un moderno oscurantismo occidentale che nega la libertà della persona in quanto tale, legandosi a ideologie di superiorità o supremazia non facili da destabilizzare in una società in cui il valore è nominato solo per il suo costo e il suo potere di acquisto.
Una cultura che nega il suo stesso sviluppo e annichilisce l’essenza del sapere e della scienza misurandoli solo in benessere.
Antonio Gramsci asseriva che “cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione immanente con tutti gli altri esseri (…) Cultura è la stessa cosa che la filosofia (…) Ciascuno di noi è un poco filosofo: lo è tanto più quanto è uomo (…).  Cultura, filosofia, umanità sono termini che si riducono l’uno all’altro (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia.
Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stesso il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e su tutti, sforzandosi di capire ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte; penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, di volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore, in modo da essere pronti, secondo la necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato”.
Un pensiero profondo, ma un pensiero tradito dai fatti, perché oggi i confini tornano a essere delineati non da linee geografiche, ma dai solchi interiori che dividono il sé dall’altro chiudendo ciascuno in recinti spinati difficilmente valicabili. La violenza e l’offesa verso ciò che torniamo a non comprendere sono le armi per proteggere l’individuo e chiuderlo nel silenzio, nel vuoto e nella paura persino di se stesso.
L’individualismo, l’etnocentrismo, il nazionalismo feriscono a morte la possibilità umana di aprire i confini e di ascoltare le voci di tutti. I giochi di potere favoriscono questo ritrarsi in se stessi e l’annichilimento della cultura a mero oggetto economico.
Fa comodo al potere sminuire la cultura perché lì dove ci sono donne e uomini che pensano e si confrontano liberamente con la cultura e le culture, il centro si destabilizza, si amplia e si moltiplica, allontana ogni perversione egemonica che nasconde nell’apparente stabilità dei pochi la solitudine e lo sfruttamento dei più.

Difendere la cultura è rompere i confini e moltiplicare i centri, è incontrarsi e confrontarsi, è creare e costruire tempi nuovi in cui l’uomo inedito nascosto dalle apparenze possa finalmente raccontare la sua storia con la sua voce, a dispetto di quell’uomo edito sempre visibile e disposto ad accettare qualsiasi compromesso pur di restare in mostra.

Nessun uomo è un clandestino e la diversità è un bene; uguaglianza nei diritti e differenza nella persona perché dall’unicità di ciascuno si possa originare l’armonia dei pensieri liberi.