diventato colpevole, di Carmelo Musumeci, recensione di Daniela Domenici

Un anno e mezzo dopo aver recensito il suo “Nato colpevole” torna a “trovarmi” l’amico Carmelo Musumeci con il sequel (per una volta uso un anglicismo…) “Diventato colpevole” e ancora una volta l’ho letto in un soffio e sono qui a parlarvene.

In primis per chi non conoscesse la mia storia di volontaria e docente in due carceri diverse, Augusta (SR) e Firenze, la tematica “carcere” è, da quel giorno, entrata nella mia vita diventandone una parte fondante; ho avuto anche il piacere di conoscere de visu e abbracciare l’autore di quest’opera, e di tante altre prima, tutte da me lette e recensite, in due diverse occasioni, entrambe a Firenze, prima era soltanto un amico di penna, poi anche via cellulare e computer.

Carmelo ha deciso, con commovente coraggio, di mettersi a nudo raccontandoci prima la sua infanzia da “nato colpevole” e poi la sua adolescenza e giovinezza da “diventato colpevole”, il signore delle bische in Liguria e in Versilia, non nasconde alcun particolare, è di una sincerità disarmante, non cerca scuse per tutti i reati commessi per i quali ha scontato una condanna all’ergastolo ostativo di un quarto di secolo ma solo provare a ricostruire quale sia stato il suo percorso di vita da “nato colpevole” a “diventato colpevole”.

Carmelo, chi lo conosce lo sa, ha preso tre lauree in tutti questi anni dentro l’assassino dei sogni, da morto in vita, e ha trovato nella scrittura un modo per evadere, almeno con le parole, dalle tante patrie galere in cui è stato detenuto trovando un suo stile narrativo, diverso da quello che usa per i suoi libri di fiabe, che è secco, incisivo, martellante, fatto di frasi brevi che non lasciano spazio per una pausa: bravissimo!