Itaca deserta ruggine, opera poetica di Francesco Randazzo, recensione di Daniela Domenici

Non è facile trovare le parole giuste per descrivere la bellezza di questa opera poetica di Francesco Randazzo, regista teatrale, poeta e scrittore siciliano, che rielabora il personaggio di Odisseo in modo assolutamente nuovo, originale e commovente.

Uno degli elementi che più mi ha colpito è lo spazio che l’autore dà a Penelope; siamo sempre stati/e abituati/e a immaginarla come una donna che per vent’anni aspetta quest’uomo ma non abbiamo mai pensato che sentimenti nascondesse nel suo cuore; ed ecco che Randazzo le fa dire:

Di tutte le donne io sono la più sfortunata.

Io sono l’esempio purificato ad arte

Ma Euridice fu più amata.

Ma Elena fu più amata.

Marylin Monroe fu più amata.

Maria Callas fu più amata.

Lady Diana fu più amata.

Persino Ofelia fu più amata di me.

A me soltanto fu detto

d’amare e d’aspettare.

Con l’estenuante fedeltà

di un cane abbandonato

in una casa affollata di niente

 

e probabilmente avrà anche provato finalmente qualcosa di simile all’amore con Anfinomo, l’unico dei proci portatore di kalogakathia, la perfezione fisica e morale secondo la cultura greca, che però verrà ucciso insieme agli altri da Telemaco.

E intanto Odisseo, arrivato nella sua Itaca dove piove, ricorda le donne che ha incontrato nel suo lungo viaggio, Calipso, Nausicaa e Circe e si congeda idealmente da loro con queste parole

Voi donne che ho amato e rifuggito, voi tutte mie struggenti amiche, amori

Voi tutte preparate un funerale, vestite l’aria e date fuoco sacro, l’ultimo,

a me, alle cose che di me vi restarono, alla stupida brama mia di fuga,

bruciate sulla pira dell’espiazione il mio ricordo vestito all’occasione

 

perché

ho vagato su mari e terre, in fuga e ricerca,

forsennato, egoista, scaltrissimo e vigliacco

 

e conclude definendo se stesso così

io Odisseo

io Nessuno

io non io

io nulla

tutto è l’assoluto, ineffabile zero.

Universo ouroboros inesplicabile

 

L’autore inserisce anche il mito di Alfeo e Aretusa (che dà il nome alla celebre fonte di Ortigia) come esempio speculare di Penelope: quest’ultima aspetta, per venti anni, un uomo di cui crede di essere ancora innamorata, Aretusa invece trova il coraggio di fuggire da Alfeo per non subire la sua violenza e chiede aiuto a Diana che la trasforma in sorgente.

Un complimento alla struttura che in alcuni momenti sembra quasi una ballata con alcuni versi ripetuti che fanno da ritornello, da refrain, e alla ricchezza variegata del vocabolario denso di sinestesie, di ossimori e di neologismi che rendono quest’opera un piccolo, grande gioiello.

Bellissima la postfazione di Pippo Ruiz da cui vorrei estrapolare più di un paragrafo, ne scelgo uno “Assistiamo al disarticolarsi dell’uomo Odisseo non più eroe non più mito; lo ascoltiamo narrare le sventure e gli incontri, sfrangiati ormai, sbocconcellati, è il destino di un uomo che non riesce a tornare a casa e che scopre non esserci più casa, non esserci mai stata. A nessuno è più dato di avere casa: Odisseo non la ritrova, Penelope la perde, Aretusa la fugge. Disintegrate le certezze: tenute appena in vita da una narrazione sempre meno sicura delle verità conservate nella memoria, forse presunte, forse sognate”.