accadde…oggi: nel 2004 muore Emilia Zinzi, di Ilenia Falbo

Zinzi, Emilia

Nacque da Matilde Valentino e Vittorio Zinzi. Storica dell’arte, è stata una tra gli studiosi che più hanno contribuito a ricostruire la cultura dei territori e all’apertura della storiografia verso la storia delle arti in Calabria. Svolse il proprio iter formativo universitario a Roma, dove si iscrisse al corso di laurea in lettere moderne della Sapienza e frequentò le lezioni di Lionello Venturi, con il quale si laureò nel novembre del 1948. L’argomento della tesi, il Codex Purpureus Rossanensis, costituì un dato indicativo di un approccio alla disciplina sulla circolazione artistica tra centro e periferia. L’anno successivo si iscrisse alla Scuola di Perfezionamento in storia dell’arte. Qualche mese più tardi, nel 1950, per motivi familiari fu costretta a interrompere definitivamente gli studi post-laurea. Di lì in avanti la sua carriera fu quella di una studiosa autonoma che con tenacia si dedicò alla tutela del patrimonio storico-artistico calabrese e ai legami strettissimi fra le opere d’arte e il loro contesto di appartenenza. Attenta alla riscoperta di aree del territorio regionale trascurate dagli studi, le si deve il recupero filologico di un universo geografico articolato.L’attività scientifica di Zinzi si nutrì degli studi degli storici delle «Annales» e dei saggi di geografia artistica di Andrea Emiliani, Giovanni Romano e Bruno Toscano.
Nonostante un impegno etico nell’esercizio della tutela, i primi passi professionali di Zinzi si registrarono al di fuori delle Soprintendenze ministeriali e delle aule universitarie, seguendo un percorso professionale piuttosto consueto a quell’altezza cronologica. Nel 1957 il suo nome comparve nelle liste degli abilitati all’insegnamento liceale per l’assegnazione delle prime venticinque cattedre di storia dell’arte. Nell’anno scolastico 1956-57 Emilia Zinzi prese servizio presso il liceo classico statale «P. Galluppi» di Catanzaro, di cui era stata allieva tra il 1932 e il 1939.
Il 31 maggio 1957, con decreto ministeriale, fu nominata ispettrice onoraria per la conservazione dei monumenti e degli oggetti di antichità e d’arte per la provincia di Catanzaro. Questo riconoscimento, ottenuto in seguito all’attenzione sollevata a proposito dello stato di conservazione dei Mattia Preti di Taverna, le consentì di indirizzare la propria opera al lavoro di schedatura degli oggetti d’arte. L’accesso diretto alle fonti fu condotto da Zinzi attraverso soggiorni di studio presso istituti di cultura specializzata, biblioteche italiane e internazionali. Nondimeno, il suo lavoro prese le mosse dal noto precetto di Pietro Toesca di «non barricarsi in biblioteca» e di non limitare «le uscite alle lezioni accademiche e ai congressi». Zinzi cartografò il patrimonio storico-artistico e architettonico della Calabria per circa trent’anni. Sin dagli esordi, la giovane operò secondo parametri di studio assai rigidi: fotografava e raccoglieva il materiale che compone in larga parte il suo archivio fotografico, prendeva appunti che utilizzava per le proprie pubblicazioni, schedava i monumenti e gli oggetti d’arte osservati sul campo, tracciava le planimetrie e i prospetti delle architetture visitate.
Affiancata da una squadra solidale di collaboratori, andò per pievi, paesi di montagna, località costiere, archivi, residenze storiche – dal Canale di Ragone di Nocara fino a Capo Spartivento di Melito di Porto Salvo, da Pellaro di Reggio Calabria sino a Capo Colonna – censendo le opere d’arte e promuovendone eventuali restauri. Le fotografie costituirono uno degli strumenti imprescindibili del suo lavoro. Sin dagli anni Cinquanta, mise a punto la sua raccolta fotografica, che conta nel suo complesso più di undicimila unità. Questa tipologia di materiale si sedimentò nel suo archivio di lavoro, il Fondo Archivistico Emilia Zinzi, che nel 2017 è stato donato dai suoi eredi alla biblioteca di area umanistica «F. E. Fagiani» dell’Università della Calabria. Tra il 2018 e il 2019, il sub-fondo fotografico è stato oggetto di un lavoro di riordinamento e di digitalizzazione nell’ambito del progetto Emilia Zinzi (1921-2004). Storia dell’arte, tutela e valorizzazione dei beni culturali in Calabria (finanziato con i Fondi PAC 2014-2020 della Regione Calabria, annualità 2018).
Il suo profilo culturale si delineò, altresì, mediante un’intensa vita di relazioni che la mise in contatto con intellettuali, storici, archeologi e storici dell’arte, molti dei quali diventarono punti di riferimento professionale e amici carissimi, come Biagio Cappelli, Giovanni Carandente, Tanino De Santis, Alfonso Frangipane e Augusto Placanica.
Fu impegnata nella presidenza della sezione catanzarese di Italia Nostra (1961-1963) e nel consiglio d’amministrazione dell’Ente provinciale per il Turismo del capoluogo regionale (sino al 1977). La studiosa, frattanto, balzò alle cronache per l’impegno culturale forte e appassionato. Nell’agosto del 1961 fermò i lavori per la realizzazione di un acquedotto pubblico in corrispondenza del Foro di Scolacium a Roccelletta di Borgia. Alle colonne di «Magna Graecia», Zinzi affidò nel 1969 l’accorato appello, SOS per Punta Alice, che costituì uno dei casi più controversi della sua attività di militanza in materia di tutela del paesaggio. Nel 1973 la storica dell’arte si oppose alla costruzione di una centrale idroelettrica nell’area territoriale compresa tra Stalettì, Montauro, Montepaone e Soverato. Calabria terra di pastura per la Montedison, l’articolo dedicato al tema, divenne presto un manifesto di denuncia di largo consenso. All’opposto, due anni più tardi, perse la battaglia combattuta per impedire la demolizione a Catanzaro dell’ottocentesco Palazzo Serravalle. Nel 1979 la studiosa riavviò il dibattito sulle responsabilità sociali della cittadinanza nei riguardi del patrimonio culturale locale, in occasione della messa in vendita a privati di alcuni ambienti di Palazzo Fazzari.
Dal 1968 associò alla missione della tutela e alla docenza nei licei la ricerca e la didattica dalle aule del Libero Istituto Universitario di Architettura, oggi Università Mediterranea di Reggio Calabria. In ambito universitario, intraprese un lavoro seminariale sul campo coinvolgendo i suoi studenti. Dal 1983 fu professore associato titolare della cattedra di Istituzioni di storia dell’arte. Gli anni Ottanta costituirono per la studiosa un periodo di partecipazione attiva a convegni e seminari di studio nazionali e internazionali. Nell’ottobre 1980, ad esempio, prese parte a I beni culturali e le chiese di Calabria, conferenza di studi promossa dalla Conferenza episcopale Calabra. A distanza di due anni, guidò il comitato scientifico del congresso Per un atlante aperto sui beni culturali della Calabria. Situazioni, problemi e prospettive, organizzato per la Deputazione di Storia Patria per la Calabria. Le giornate di studio e le tavole rotondenelle quali Zinzi intervenne furono episodi che consentirono alla connoisseur di spogliare repertori, inventari e carteggi, di ragionare e fornire nuove indicazioni di provenienza delle opere d’arte oggetto dei suoi studi, di rettificare iconografiche e attribuzioni. Era il 1985 quando Zinzi indentificò nel fonte battesimale del XII secolo del Metropolitan Museum of Art di New York quello fino ad allora creduto perso dell’abbazia di Santa Maria del Patire di Corigliano Rossano.
In questo torno d’anni, le direzioni d’indagine spronate dalla sua opera furono molteplici. Zinzi si dedicò agli studi urbanistici e territoriali della Calabria in età medievale. Nel progredire delle sue ricerche, la studiosa concentrò i suoi interessi sull’iter di formazione e di sviluppo dei centri storici dei luoghi cassiodorei della Calabria «d’un passato perfetto e irripetibile». Anche le sue pubblicazioni denunciarono una sintonia profonda con l’affermarsi in Italia della microstoria. I contributi sui borghi antichi abbandonati, le «città morte» di Cirella, Cerenzia Vecchia e Mileto, furono in tal senso significativi. Nella sua attività infaticabile, recuperò e curò nel 1990 la ristampa de Istoria de’ fenomeni del tremoto avvenuto nelle Calabrie, e nel Valdemone nell’anno 1783. Posta in luce dalla Reale Accademia delle Scienze, e delle Belle Lettere di Napoli.
Il suo libro del 1997, Analisi storico-territoriale e pianificazione. Un’esperienza metodologica nel Sud d’Italia, offrì l’opportunità di verificare la ricchezza e la complessità del territorio esaminato. Nel 1999, diede alle stampe I Cistercensi in Calabria. Presenze e memorie, esito degli spunti critici emersi durante le sue precedenti ricerche sul monachesimo in Calabria tra il XI e il XIII secolo.
Tra i riconoscimenti alla carriera si segnalano i più recenti Premio Minerva 2000, per la ricerca scientifica condotta dalla studiosa sul sud Italia, e la Mimosa d’argento, conseguita a Reggio Calabria nello stesso anno. Nel 2014 le è stato intitolato l’Archivio comunale di Catanzaro.
La studiosa continuò a lavorare fino all’ultimo, poiché «conservare è conoscere, conoscere è trasmettere agli altri». Nel suo studio di Villa Matilde, la storica residenza di famiglia a Catanzaro, c’era sempre tempo per molti progetti e per molte persone. Nei racconti aneddotici dei sui ospiti la sua scrivania fu spesso descritta colma di pile di documenti, di raccolte punti carburante, di fotografie, di pacchi di diapositive proiettate a lezione, di estratti di articoli, di saggi di storia e di libri.
Morì all’età di 83 anni.