accadde…oggi: nel 1981 muore Elena Ciamarra Cammarano, di Rita Frattolillo

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Ho  scoperto l’artista Elena Ciamarra nel corso dell’intervista che feci in occasione dell’  esposizione “Natura e Cultura” a Leonardo Cammarano, uno dei due  figli che da lei hanno ereditato la grande inclinazione per la pittura. Durante quella conversazione, era il 1994, egli colse ogni occasione per parlarmi della madre e della sua arte, manifestando profondo rammarico perché la figura materna, pur essendo nota in ambito nazionale ed europeo, era pressoché sconosciuta proprio nella terra d’origine, il Molise. Ancora una volta, insomma, nemo propheta in patria….

Giunti ai saluti, volle invitarmi al castello Ciamarra di Torella – la casa-museo di famiglia – dove erano ancora esposti diversi quadri e moltissimi disegni della madre, e dove è custodito il suo glorioso pianoforte a coda Steinwey.

La visita al castello, che fu per me di grandissima suggestione, mi convinse ampiamente della qualità dell’artista, al punto che mi sono attivata subito dopo per promuovere presso l’Amministrazione provinciale di Campobasso una serie di iniziative tese a far conoscere nel Molise Elena Ciamarra, iniziative culminate in una importante mostra e nel volume omonimo, di cui ho curato il coordinamento e la biografia, per stendere la quale ho attinto alla memoria scritta da Leonardo (dirigente Rai, filosofo e pittore), per  suo espresso desiderio.

Molisana per parte del padre Giacinto, sposato con la napoletana Adele Contieri,  Elena nasce a Napoli il 23 dicembre 1894. I Ciamarra sono gli esponenti di una  famiglia molto in vista a Torella del Sannio, paese poco distante dal capoluogo, Campobasso. Oltre ad essere un noto avvocato civilista del Foro di Napoli, Giacinto  è incline alle belle lettere e si diletta a scrivere novelle. Lo zio di Elena, Guglielmo, è  docente di Diritto Coloniale presso l’università di Torino, autore di importanti opere di diritto e uomo politico (è vicerè in Somalia ai tempi del Gabinetto Crispi). Il fratello Antonio, più grande di lei di appena due anni, si distinguerà sul monte Tomba durante la Grande guerra, tanto da essere decorato dal re in persona e, come grande invalido, presiederà il Gruppo italiano delle medaglie d’oro.

Fin da piccola Elena  si incanta ad ascoltare le note che si levano dal pianoforte a coda, lo Steinway di famiglia che  troneggia nella dimora napoletana alla Riviera di Chiaia, e  presto inizia a frequentare il Conservatorio, studiando con grande profitto. Esigente con se stessa fino a pretendere la perfezione, dopo il  Conservatorio napoletano frequenta  quello di Roma. I suoi maestri, Beniamino Cesi, Alfonso Rendano e Luigi Denza, in seguito diverranno suoi corrispondenti ed estimatori.

Poco più che ventenne è già considerata un’eccellente pianista, come testimoniano nei loro scritti i musicologi e gli intellettuali del tempo Mariano Fortuny, Rinaldo Dohrn e Angelo Conti. In particolare, l’oriundo spagnolo Mariano Fortuny y Madrazo (1871-1949), è una personalità di rilievo assoluto: pittore, scultore e fotografo, è  tra i maestri del gusto dannnunziano. Amico del Vate, fornisce al Vittoriale (villa di Cargnacco, Gardone ) velluti e damaschi, la copertura dei divani  e i cortinaggi che si possono tuttora ammirare nell’ultima, eclettica e scenografica dimora del poeta.

Intanto, le interpretazioni pianistiche (di Bach, Mozart, Beethoven) di Elena attirano amici ed estimatori tanto nella dimora napoletana che nel turrito castello Ciamarra di Torella del Sannio, diventato poi  monumento nazionale.

Oltre che  per il forte temperamento musicale, Elena attrae come compositrice di rara qualità espressiva. All’avanguardia rispetto ai suoi tempi, è tra le pochissime donne a conseguire – siamo nel 1916 – il diploma di piano e violino, quello di composizione e direzione d’orchestra. A Berlino, si perfeziona presso il maestro di tecnica pianistica Kreutzer, discendente del grande Konradin.

Ma la musica non le basta, perché, da quando ha potuto tenere un pastello in mano, ha  disegnato e  dipinto, senza più smettere.

E’ entrato nel mito di famiglia  un episodio che mi ha riferito Leonardo: era ancora una ragazzina quando un giorno Elena corse dal padre con gli occhi scuri scintillanti per l’eccitazione mostrandogli orgogliosa un ritratto formato tessera. L’avvocato, pur essendo abituato a tenere per sé i propri sentimenti, ebbe un moto mal dissimulato di meraviglia: il ritratto che la sua secondogenita gli porgeva sembrava proprio una sua foto! Quella ragazza non finiva mai di stupirlo…

Di fronte alla sperata reazione paterna  Elena con baldanza gli esternò un’idea che le frullava per il capo, e che trovava assai divertente: far passare quel ritratto come un normale documento di riconoscimento del padre. «Mai mi presterò a questo gioco!» protestò Giacinto Ciamarra. Che alla fine capitolò, non riuscendo ad arginare l’entusiasmo della ragazza. L’esperimento riuscì: nessuno si accorse del “falso”.

 

Quest’ episodio è forse il più significativo tra i tanti che hanno costellato un’esistenza lunga  87 anni e densa di eventi, tutti vissuti nel segno di una grande libertà personale che fanno di Elena Ciamarra un’ artista poliedrica e singolarmente rappresentativa nel ‘900.

Tenace e instancabile nel dedicarsi alle sue passioni, Elena, per la dedizione assoluta all’arte,  convinse e coinvolse anche suo padre, che, per quanto severo, assecondò sempre gli slanci della figlia, cercando al tempo stesso di convogliarli.

Comincia così un apprendistato che non conoscerà soste.

Alla scuola d’arte  affianca i contatti con i maggiori pittori del tempo, con gli ambienti artistico-letterari,  si  sottopone a faticosi e lunghi viaggi per l’Europa,  frequenta dovunque i musei.  Monaco di Baviera, Parigi, Roma, Vienna, sono solo alcune delle sue tappe. Permessi speciali le consentono di eseguire direttamente nei musei le copie dei capolavori, considerate dagli esperti straordinarie per la fedeltà all’originale.

Infatti, oltre alla capacità di ricostruire le velature della pittura cinquecentesca, mostra di saper “trasmettere” la forza espressiva  delle opere autentiche dipinte da Tiziano, Raffaello, Holbein, Bruegel il Vecchio.

Alcune di queste ‘copie’ sono custodite a Ferrara e a New York, dove presso il Museo delle Copie è ospitato un Paolo III (l’originale è di Tiziano).

Continua a intessere rapporti con i circoli artistico-culturali europei, come il gruppo del “Monte Verità”, la colonia veneziana di Mariano Fortuny junior, i club goethiani tedeschi; frequenta le accademie di disegno e pittura a Parigi e Salisburgo, compie viaggi in Provenza, Venezia e in Africa settentrionale. Di essi restano consistenti tracce in quadri e disegni da cui già «traspaiono in filigrana storia e cultura europee», come ha osservato l’artista Gino Marotta nel volume collettaneo succitato Elena Ciamarra, del 1996 (p.21).

Anche il matrimonio con il chirurgo napoletano Pasquale Cammarano si deve ai   fervidi interessi di Elena, che  conosce il futuro marito davanti ad un tavolo di anatomia, alla facoltà di medicina. In effetti le tappe rappresentate dal matrimonio e dai figli rappresentano le uniche concessioni  di quest’artista  ad una tradizione consolidata da secoli. Ma né il matrimonio, celebrato nel 1928, quando Elena aveva la bellezza di trentaquattro anno, né la nascita dei due figli Leonardo (1930) e Maria Luisa (detta Minna, 1931, anche lei pittrice),  rallentano la sua attività. Trova il tempo di allestire personali a Milano, Parigi, Firenze, Montecarlo, che si avvalgono della presentazione di personaggi famosi: Karl Vincent Massa, Arturo Bovi, Lanfranco Orsini.

Intanto, il suo  temperamento d’artista affiora prepotente anche nel disegno, che a poco a poco prende il sopravvento sulla pittura. Illuminante, a questo riguardo, il giudizio dell’ “Almanacco Annuario della donna italiana” :

«Elena Ciamarra Cammarano imprime nel sapiente modellato un indiscusso vigor espressivo; il bianco e nero ha nella Cammarano una valente cultrice che interpreta la tradizione ottocentesca non come accademia, ma come una genuina e viva sorgente per l’arte sua».

La produzione di disegni diventa imponente, dominata dai ritratti della gente del paese. Infatti

«è alla figura e al volto umano che la pittrice ha dedicato un’attenzione costante per tutta la vita» e « il popolo molisano, pietrificato nella fase finale della sua secolare storia agro-pastorale, è colto in una antologia di straordinario significato, mediante un rigore e una profondità che forse solo certi caratteri femminili riescono ad esprimere in una logica così nitida e coerente»

ha rilevato Riccardo Lattuada (p.13). Ritratti di contadini, donne e bambini continuano ad affastellarsi invadendo ogni ripiano della casa. Tocca anche a Minna fare da modello alla madre, dal momento che Leonardo – è lui stesso a raccontarlo – era insofferente e mal sopportava di stare fermo per essere ritratto.

La critica  loda soprattutto l’ efficacia della penetrazione psicologica e il realismo del chiaroscuro; il re in persona acquista nel 1937 una sua opera, Contadina molisana.

Inarrestabile, Elena continua ad allestire personali in Italia e all’estero, a conoscere artisti e letterati; è presente sulla stampa. A Parigi, fa parte del gruppo L’Eveil, rilascia interviste a Radio-France, appare in programmi televisivi. Entra in amicizia con lo scultore Massa, che introduce negli Usa gli impressionisti francesi, da Elena amati intensamente e di cui si considera discepola spirituale. In effetti alcuni critici rilevano che l’arte della Ciamarra è segnata da una sicura attenzione a Cézanne. A tal proposito, Riccardo Lattuada (p.14) è dell’opinione che

«Nei paesaggi maturi il cézannismo in nuce di taluni ritratti è portato ad uno stadio ancora più avanzato. I dintorni di Torella, tipico mosaico molisano di campi disseminati tra colline dispiegate in un orizzonte facilmente osservabile dall’alto, sono esplorati nella loro struttura con un occhio che non concede nulla a qualsiasi tipo di lirismo[…]. E’ forse questa la tensione estrema di uno sguardo vigile soprattutto sul rigore delle scelte, e costantemente volto ad una selezione persino ossessiva delle proprie risorse espressive.[…]La pittura di Elena Ciamarra ci appare oggi moderna e  pienamente acquisibile dalla sensibilità critica attuale, e senza nessuna concessione a mode esteriori o tendenze effimere, secondo un percorso seguito con impressionante determinazione».

Il ritmo frenetico dell’artista prosegue fino a quando è amareggiata dalla minaccia di cecità.

Si ritira allora nel castello di famiglia, a Torella, dove continua a disegnare senza mai fiaccare la sua carica creativa, ricorrendo a fogli sempre più grandi.Impressionante la massa di fogli, cartoni, tele, spesso disegnati su entrambi i lati, che continuano ad accumularsi; neppure un centimetro di superficie  è lasciato libero; è  dominata dall’esigenza incontenibile di esprimere il proprio mondo interiore.

Poi, l’atrofia le guasta le mani  rendendole difficile accostarsi alla tastiera, ma lei, che si è fatta portare il suo adorato Steinwey da Napoli, con disperata determinazione si fa costruire dei guantini speciali muniti di levette e tiranti che le permetteranno ancora di poter diffondere la voce del suo piano nella vallata. Muore il 10.09.1981