accadde…oggi: nel 1996 muore Claudia Ruggeri, di Sara Mostaccio

https://www.elle.com/it/magazine/storie-di-donne/a31133182/claudia-ruggeri-poetessa/

Sbalordisce l’uditorio con la sua poesia che come lava incandescente sgorga dalle profondità di un’anima che avverte il morso del vuoto. Claudia Ruggeri si è fatta catturare da quel vuoto lanciandosi da un balcone a 29 anni. Prima, però, ha detto tutto il suo disagio in versi.

Chiara nasce a Napoli nel 1967 ma l’anno dopo si è già trasferita a Lecce, terra d’origine del padre. L’esordio è precoce, non ha ancora 18 anni compiuti quando partecipa a un reading pubblico alla Festa dell’Unità della sua città. Strega il pubblico: questa ragazza in lunga gonna nera e grande cappello rosso, occhi di brace e zazzera corta, ha una forza performativa che stupisce.

È il 1985 e il Salento è in pieno fermento culturale, in quegli anni nascono le riviste L’Immaginario e L’incantiere, il Laboratorio di Poesia di Arrigo Colombo all’Università del Salento accoglie le voci più interessanti, Antonio Verri le mette in contatto con i poeti nazionali e SalentoPoesia dà spazio a performance poetiche inedite. La poetessa vi partecipa nel 1989 e nel 1995 e in entrambe le occasioni impressiona la platea.

Claudia frequenta il laboratorio poetico, pubblica i primi versi su L’incantieree stringe amicizia con il poeta Dario Bellezza e un dialogo epistolare con Franco Fortini a cui mostra i suoi versi e a cui chiede un parere. Fortini il parere glielo dà: scorge il suo talento ma lo trova ancora grezzo, la sua poesia troppo “ingioiellata” e oppressa da un eccesso di richiami, rimandi, echi letterari. La incoraggia ad alleggerirsi per far emergere la sua voce più autentica.

Il poeta fiorentino si rende conto che “il punto non è di scrittura ma di esistenza” e che Claudia ha la “tendenza a saturare ogni singola composizione con tutti gli strumenti disponibili, con èsiti di soffocazione e di autoannullamento.” Ma è proprio qui che sta la voce di Claudia, nel clamore di voci che si fanno avanti come sulla scena di un teatro, lava straripante che sgorga dalle profondità dell’essere a dire il vuoto, il dolore, la disperazione, l’amore continuamente deluso.

ormai la carta si fa tutta parlare,

ora che è senza meta e pare un caso

la sacca così premuta e fra i colori

così per forza dèsta, bianca; bianca

da respirare profondo in tanta fissazione

di contorni ò spensierato ò grande

inaugurato, amo la festa che porti lontano

amo la tua continua consegna mondana amo

l’idem perduto, la tua destinazione

umana; amo le tue cadute

ben che siano finte, passeggere

È un inferno minore il suo, così lo descrive, ma non meno incandescente. La sua poesia è popolata da figure enigmatiche: la Beatrice di Dante (quella della Vita Nova e non della Commedia); la città di Ninive come allegoria della morte; il Matto preso a prestito dai tarocchi ma anche da una lunghissima tradizione letteraria, ora personificazione del nulla, ora portatore di verità che solo il folle ha l’audacia di dire. O il poeta.

T’avrei lavato i piedi

oppure mi sarei fatta altissima

come i soffitti scavalcati di cieli

come voce in voce si sconquassa

tornando folle ed organando a schiere

come si leva assalto e candore demente

alla colonna che porta la corolla e la maledizione

di Gabriele, che porta un canto ed un profilo

che cade, se scattano vele in mille luoghi

– sentite ruvide come cadono –; anche solo

un Luglio, un insetto che infesta la sala,

solo un assetto, un raduno di teste

e di cosce (la manovra, si sa, della balera),

e la sorte di sapere che creatura

va a mollare che nuca che capelli

va a impigliare, la sorte di ricevere; amore

ti avrei dato la sorte di sorreggere,

perché alla scadenza delle venti

due danze avrei adorato trenta

tre fuochi, perché esiste una Veste

di Pace se su questi soffitti si segna

il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi

ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.

La lingua deve farsi capace di dire il turbamento esistenziale, un’altalena vertiginosa tra euforia e scoramento, sublime e squallido. Perciò è fatta di accostamenti estremi tra citazioni colte, modi di dire e neologismi, termini dialettali e lingua trobadorica, arcaismi e parole straniere. Ha una sintassi frammentata, prelogica. Il risultato è ricercatissimo, attinge alla poesia più alta ma non disdegna di scendere nel torbido, dove la solitudine più oscura attanaglia l’anima. È una poesia che chiede molto al lettore, quasi lo sfida. “Il mio fine non è quello di partecipare al lettore la genesi passionale dei miei versi, quanto l’indurlo ad ascoltare un istante di sé.

L’hanno detta barocca e onirica, ermetica e teatrale. Claudia è tutto questo ma non è solo questo. Il suo è un pastiche che dà vita a versi criptici, un po’ barocchi e un po’ avanguardisti, comunque espressione di una voce originale e solo sua. Il linguaggio supera ogni convenzione, ignora la coerenza sintattica. Si dà interamente al ritmo e alla sostanza fonica e lascia emergere il significato solo a chi sia pronto a penetrarvi. Inabissandosi. Fidandosi.

se ti dico cammina non è perché presuma

di parlarti: alla montagna, alla malìa

di milioni di lame, arrivarono a migliaia

cose nude si sparirono bestie, alla neve

al malozio della trappola, tutto

s’esiliava a quel richiamo disanimale.

Ecco, chiediti come il pensiero sia colpa” è l’ultima frase, inaspettatamente logica, del primo componimento di Inferno minore e riassume la poetica di Claudia. Troppo pensare, troppo indagare, scrutare la verità significa dolore. Quell’abisso Claudia lo conosce bene perché è condannata a vagarvi. Soffre di disturbi sia fisici che psichici.

Non ha alba la vita

né tramonto.

Essa è un tramonto

all’alba

e invano tendi

supplice la mano

al lampo che ti acceca

nel breve istante

in cui ti dà le stelle.

Così gramo di tempo,

in un eterno

di te deserto,

vedi scolorire

allo spuntare dell’alba

il tuo tramonto.

L’anima della poetessa vive dentro un tramonto e percepisce l’ombra sopraggiungere inesorabile. È buio la perdita dell’amato padre nel 1991, poi di Antonio Verri nel 1993. “La tristezza sta conquistando tutta la prateria – dice agli amici poeti – il tormento della solitudine sta ormai colmando ogni vena. Non c’è più nulla da fare. Si va compiendo ogni cosa. Anche la poesia comincia a stonare.

così dal colmo, ormai, nuoce

il dimandar parenzé, come

il Distrarsi. Lasciatemi

a questa strana circostanza. Qui

so, con il mio amore, e con chiunque

vi arrivi, che a questo inferno minore, tutto è minore; medesimo

è solo il Carnevale. Ahi l’impostura

seguente che riduce che quagiuso nemena.

Nel 1996 il tramonto si è fatto notte fonda. Quell’anno perde l’amico Dario Bellezza stroncato dall’aids, quell’anno se ne va anche Amelia Rosselli. Il vuoto è insostenibile, la solitudine divora gli ultimi brandelli di vita. E alla vita mette fine volando dal sesto piano. È il 27 ottobre. Dopo essere stata in chiesa si ritira a casa e nella notte si lascia cadere nel vuoto che la chiama a sé.

Del Traghettatore: e volli

Il “folle volo” cieca sicura tuta

Volli la fine delle streghe volli

Il chiarore di chi ha gettato gli arnesi

Di memoria di chi sfilò il suo manto

Poggiò per sempre il Libro

Tace la sua voce, tacciono tutte le voci della sua poesia. I suoi modelli sono una folla sempre presente in scena. Si ritrovano negli echi interni, in citazioni esplicite o nelle epigrafi che servono da cornice a quasi tutte le sue poesie. Ci sono Dante, D’Annunzio, Saba, Campana, Melville. Ma anche Montale e Bodini, Catullo e Cavalcanti. Ci sono Dario Bellezza, Andrea Zanzotto, Edoardo Sanguineti e Franco Fortini. Il teatro classico di Shakespeare e quello dell’assurdo di Beckett, Carmelo Bene e la tragedia greca. Teatrale è spesso la sua poesia che sembra nata più per la declamazione che per la lettura. Chi l’ha vista recitare i suoi versi ricorda la forte impressione che suscita ascoltarla. Qualcuno le aveva suggerito di fare teatro, sembrava nata per quello. Ma Claudia era nata per la poesia.

La prima raccolta esce solo dopo la sua morte sul numero speciale che le dedica L’incantiere. Si intitola Inferno minore, esplicito omaggio a Dante, ed esplora il tema del vacuo e dei dilemmi esistenziali che l’uomo affronta nel mondo e dentro di sé. Un’edizione in volume esce solo nel 2007 per peQuod con l’aggiunta di materiale inedito e poi nuovamente nel 2018 per Musicaos che pubblica anche )e pagine del travaso e nuovi inediti. La seconda silloge ha una struttura più sperimentale e caotica così come gli inediti dimostrano una involuzione sempre più enigmatica. Sugli ultimi taccuini le scrittura si fa più piccola e asfittica, tornano le misteriose parentesi aperte a suggerire un discorso rimasto sospeso, non detto, incompiuto.

Lascio pareti chiare

per le tue questioni

di preghiera. Mi tolgo

dal dettaglio di questi

ultimi versi; gira

e rigira tutto il barbaglio,

tutta la verità sta qua.