affamati di socialità, di Giulia Rocco

Affamati di socialità

Durante le varie tipologie di confinamento, lo abbiamo fatto più o meno tutti. In mancanza di rapporti sociali, abbiamo sperimentato le forme più fantasiose di videochiamate, aperiskype, videomessaggi e tutto ciò che potesse colmare questo bisogno.

In un report dell’Istat, che ha fotografato la giornata tipo durante la Fase 1, è emerso che gli italiani hanno dedicato più tempo alla cura dei rapporti sociali, nonostante questi rimanessero virtuali. Il 62,9% ha telefonato o videochiamato i propri parenti e un cittadino su due ha usato le stesse modalità di interazione per sentire gli amici. Il 63,5% di chi lo ha fatto dice di aver dedicato a questa attività più tempo del solito.

Nonostante ciò, non stupisce constatare che, per descrivere la giornata tipo del lockdown in Fase 1, circa il 60% degli intervistati abbia usato parole con accezione negativa, tra cui appunto la solitudine. Chi più chi meno, in questo periodo fuori dal comune, ha avvertito un senso di solitudine e ha avuto la necessità di attrezzarsi per attenuarlo.

Sotto la declinazione di questo nuovo coronavirus, abbiamo parlato di tante conseguenze psicologiche, come la sindrome della capanna, l’ansia e la depressione, i disturbi alimentari, ma anche di ripercussioni fisiologiche come la sindrome post-COVID.

Tra le varie forme di disagio psichico emerse quest’anno, l’isolamento sociale e la solitudine sono in prima fila sotto la lente di psichiatri, psicoterapeuti e neuroscienziati di tutto il mondo.

A cavallo tra le neuroscienze e le scienze cognitive, uno degli studi più recenti ha individuato quale area del cervello si attiva con il desiderio di socialità. È la stessa che si attiva quando vediamo un piatto di pasta e abbiamo fame. La ricerca è stata pubblicata da un gruppo di ricercatori del MIT di Boston su Nature Neuroscience.

“Lo studio mette in evidenza quanto il nostro cervello sia sensibile all’esperienza della solitudine” racconta a OggiScienza Livia Tomova, ex-postdoc del MIT e ora ricercatrice associata alla Cambridge University. “In caso di isolamento prolungato o frequente, è molto importante monitorare sempre il nostro benessere fisico e mentale. Bisogna prestare particolare attenzione a chi vive da solo e a chi ha un accesso limitato alle tecnologie digitali. Queste persone potrebbero sperimentare una versione molto estrema della lontananza sociale, potrebbero sentirsi sole e desiderare fortemente occasioni di socialità”.

I neuroscienziati hanno mosso i primi passi dall’idea che le interazioni sociali positive siano un bisogno umano fondamentale e la solitudine acuta motivi le persone a rimpiazzare ciò che manca. In maniera del tutto simile l’essere umano reagisce quando avverte la fame. Il desiderio di mangiare – afferma la ricerca – attiva l’azione e con il desiderio di socialità condivide le stesse basi neurali.

“Volevamo vedere se potevamo indurre sperimentalmente un certo tipo di stress sociale, per avere il controllo su quello che sarebbe stato questo tipo di stress”, racconta Rebecca Saxe, professoressa presso il dipartimento del Brain and Cognitive Sciences del MIT.

I 40 volontari dello studio, perlopiù studenti universitari, sono stati confinati per 10 ore in una stanza senza finestre. Bandito l’uso dei cellulari, i rapporti con l’esterno erano possibili solo se necessario, grazie a un computer presente nella stanza.

“Per simulare l’isolamento ideale, abbiamo dovuto ricorrere a vari escamotage perché la situazione sembrasse davvero strana e restituisse l’idea di confinamento” spiega Rebecca Saxe. “Per esempio, per far sì che i volontari mangiassero senza alcun contatto con le persone esterne, gli comunicavamo l’avvenuta consegna del cibo con un messaggio sul computer e poi lo lasciavamo fuori dalla porta”. Allo scadere delle 10 ore, ogni volontario si è sottoposto a risonanza magnetica durante la quale gli si mostravano immagini di persone in situazioni di socialità.

In un giorno diverso, i volontari hanno anche sperimentato 10 ore di digiuno. Al termine dell’esperimento, i partecipanti si sono sottoposti una seconda volta a risonanza magnetica, questa volta accompagnati da immagini di cibo e da immagini neutre, come i fiori.

Minuscola struttura situata nel mesencefalo, la substantia nigra è collegata al desiderio di cibo e di droghe. Sottoposti alle immagini di alimenti e di persone in socialità, i partecipanti traducevano il loro desiderio nell’attivazione di questa regione del cervello. Inoltre, la quantità di attivazione nella substantia nigra era correlata a quanto fortemente i pazienti valutavano il loro desiderio di cibo o di interazione sociale.

“Per i partecipanti che avevano riferito di avere una vita sociale davvero soddisfacente, questo intervento ha avuto un effetto maggiore sul cervello”, specifica la Saxe. È come se si potessero individuare dei livelli della solitudine: chi ha riferito di sentirsi cronicamente isolato nei mesi prima dello studio ha mostrato un desiderio di interazione sociale più debole rispetto alle persone che hanno riportato la descrizione di una vita sociale più ricca.

“Sembra che l’isolamento abbia effetti più evidenti durante l’età dello sviluppo. Gli studi sugli animali hanno dimostrato che gli effetti dell’isolamento durante i primi anni di crescita sembrano ridurre la reattività del sistema di ricompensa, mentre negli anni successivi sembra avvenire il contrario. Sono, però, necessarie ulteriori ricerche, perché non è del tutto chiaro il meccanismo e si ignora ancora se questi effetti valgano anche per l’essere umano”, sottolinea Livia Tomova.

“Oltre a capire come l’isolamento sociale possa influire sulle diverse fasce d’età” conclude Rebecca Saxe “vogliamo anche capire se e come possa influire sul comportamento delle persone e, infine, se i contatti sociali virtuali possano davvero alleviare il desiderio di interazione sociale”.