Beren e Luthien, di J. R. R. Tolkien, recensione di Loredana De Vita

J. R. R. Tolkien: Beren e Luthien

Resto sempre incantata dinanzi alle leggende o alle storie che si definiscono “fantasy”, ma che hanno una struttura narrativa profonda e fondata sulla competenza storica e filologica per non trascurare la capacità poetica e linguistica. “Beren e Lúthien” (Bompiani, 2017) di J.R.R. Tolkien, a cura di C. Tolkien, figlio del grande scrittore e studioso, rappresenta proprio uno di questi meravigliosi incanti.
“Beren e Lúthien” è la storia d’amore tra uno Gnomo e una principessa Elfa, quindi tra una immortale e un mortale, che affrontano avversità e dolori per veder riconosciuto il proprio amore. Le lacrime, le ferite, la paura, la gioia e la morte sono parte di una scelta di vita che origina la purezza dell’amore oltre le discriminazioni e le differenze, oltre gli oltraggi e la solitudine, oltre il rancore e la vendetta.
“Beren e Lúthien” è una cosiddetta “storia ritrovata”, uno di quei racconti che Christopher, figlio di J.R.R. Tolkien, ha ritrovato nei manoscritti del padre, estrapolato da narrazioni più complesse tratte dalla “Terra di mezzo” e offerto al lettore nella sua forma più completa possibile (sebbene sul finale ci sia una duplice interpretazione): un modello commovente di amore e lotta per realizzarlo.
Di commovente interesse è anche l’elemento autobiografico che sembra essere all’origine di questa narrazione. Christopher, racconta infatti, che la madre spesso danzava con leggiadria nel giardino di casa e questa immagine, così romantica e tenera, può aver dato l’input al personaggio di Lúthien che, appunto, attraverso la danza diviene l’immediata visione di cui Beren si innamora.
L’intero testo è accompagnato da commenti e note, da parti in versi che ricostruiscono la mitologia della narrazione, un ottimo lavoro di poesia e prosa nel quale l’arte della scrittura e dell’immaginazione si incontrano per creare una narrazione viva che resta nel cuore e nel pensiero.