accadde…oggi: nel 2020 muore Nanda Vigo, di Cristiana Campanini

Addio a Nanda Vigo, signora della luce | Abitare

2020 – Dolcezza spregiudicata e determinazione ruggente, l’artista e architetta Nanda Vigo non si è mai fermata, come dimostra Nanda Vigo Light Project 2020, al MACTE di Termoli fino al 13 settembre: curato da Laura Cherubini in collaborazione con l’Archivio Nanda Vigo, è l’ultimo progetto di allestimento firmato dall’artista stessa. Se n’è andata il 16 maggio a Milano, dopo aver azzerato i linguaggi e le convenzioni borghesi.

Il primo studio lo aprì a 23 anni nel 1959 dopo una pratica da Frank Lloyd Wright, da cui fuggiva delusa e indignata definendo l’esperienza un’infernale “catena di montaggio”. L’artista Piero Manzoni, il Pierino come l’apostrofava lei, il suo grande e turbolento amore, terminato con la morte improvvisa di lui nel 1969, era tanto geloso e maschilista da non permetterle neppure di lavorare. Ma lei, la più “beat” e cosmopolita dei colleghi, non si è mai arresa o lasciata realmente frenare. «Nella vita ho sempre lavorato il doppio dei maschietti», scherzava con amarezza.

La voce era ruvida, graffiata dalle sigarette di una vita, ma sempre fluviale, mai reticente. Nel 1965, mentre faceva da “ragazza di bottega” per Lucio Fontana, curava nel suo studio la mitica mostra dedicata al gruppo Zero, intitolata Zero Avantgarde. Di recente ha messo in fila tutti questi ricordi nell’autobiografia Giovani e rivoluzionari pubblicata da Mimesis. Il racconto palpitante coinvolge mezzo mondo milanese (e non solo), a partire dagli uomini della sua vita, Piero Manzoni, Lucio Fontana e Gio Ponti: compagni, amici, maestri. E non risparmia nessuno, neppure sé stessa, scherzando sui suoi look eccentrici e gli aperitivi al Bar Jamaica.

Il suo progetto di unità delle arti si racchiude in una scritta al neon che fu il manifesto della sua opera, Nanda Vigo. Light Project, oltre a diventare il titolo della prima grande retrospettiva, la scorsa estate al Palazzo Reale di Milano. «Ero una bambina quando i bagliori del vetrocemento della Casa del Fascio di Giuseppe Terragni mi folgorarono. Lì incontrai luce e bellezza per la prima volta». Da allora la sua ricerca, lunga 70 anni, procede nel segno della luce, tra riflessi metallici e bagliori elettrici, bluastri e rosa, come nell’Ambiente a vetri del 1967 oppure nel biancore accecante degli interni per la Casa sotto la foglia di Gio Ponti (1968).

E prosegue nelle sue sculture: cerchi di luce profondi come le vastità del cosmo, vibrazioni al neon, scaglie e monoliti specchianti. Gli stessi punteggiano la sua casa-studio, tana notturna in Porta Romana, vecchia Milano da fuori, all’interno un mix di fantascienza ed esotismi in compagnia di tartarughe e pappagallini bianchi in una grande voliera. Qui sono conservati i ricordi di una vita. Meriterebbe di trasformarsi in una casa-museo che racconti questo percorso artistico avventuroso.