il silenzio di significato, di Loredana De Vita

The Silence of Meaning – Writing Is Testifying

«”Non volevano perdere l’incasso”. I freni della funivia bloccati per scelta» (da Repubblica.it), cito l’episodio solo come riferimento, non per discuterne, poiché altre le sedi, le istituzioni cui tocca sviscerare e giudicare i fatti accaduti e fare in modo che le conseguenze non siano solo quelle drammatiche ricadute sulle vittime e le loro famiglie.
Non si può, però, non manifestare lo sgomento dinanzi all’ennesimo episodio di morte tragica evitabile, e, in questo caso, evitabile non per mancanza di incuria, ma per precisa scelta di anteporre il bene delle proprie tasche alla vita delle persone, il dio denaro batte il senso dell’umano.
Non si può restare muti dinanzi all’ennesima occasione in cui l’economia ha più valore della vita e in cui la scelta tra interesse e cosa giusta da fare ha sconfitto ogni prospettiva di umanità dallo sguardo e dalla mente di chi ha compiuto la propria scelta oltre ogni morale o etica, oltre ogni giustizia o giustezza, oltre ogni significato possibile dell’esistere e dell’essere.
Il dilemma che si è rappresentato non ha nulla di morale né di umano, poiché nella scelta tra un incasso in più e una vita in meno (le vite perse sono state molte più di una, senza neanche voler calcolare i danni collaterali perpetrati contro le famiglie svuotate dei loro affetti) c’è un abisso, c’è la scelta tra umanità e negazione di umanità. Qui non si tratta di un dilemma tra la vita di una persona o l’altra, ma tra la vita e il denaro; mi sembra, invece, che sia stata eseguita una rappresentazione perfetta di che cosa sia il mercato nella scelta tra merci e guadagno: non credo che la parola “immorale” sia sufficiente a definire l’accaduto.
L’essere umano come prodotto del proprio ricavo, merce deperibile e sostituibile. Questa è l’immagine più violenta che mi ha colpito oltre l’emozione, il dolore e lo spaesamento.
L’uomo come merce sostituibile, come se su quel vagone di funivia non ci fossero stati esseri umani fatti di carne e ossa, pensiero e storia, memoria e speranza, ma scatole, bottiglie di plastica, lattine e pacchi di biscotti che, per quanto fragili, possono essere ben elargiti come offerta a quel dio denaro che rende noi stessi macchine servili e serve di un patrimonio che riempie le banche ma svuota di senso e significato la vita e l’agire dell’uomo.
Sentiremo nei prossimi giorni di lacrime e pentimenti, di scuse e risarcimenti, ma chi potrà mai restituire non solo la vita alla di chi non c’è più, ma anche la dignità a questo uomo-portafoglio che scende sempre più in basso nella scala dei valori e dei principi dell’esistenza?
Ci troviamo di fronte a un vuoto di senso, a un silenzio di significato che depaupera del diritto di essere nominati “umani” . Dobbiamo fare qualcosa, rompere questo silenzio, recuperare il diritto al nostro nome e ricordare che la libertà e la sana ambizione a migliorare la propria condizione non possono essere esercitate a scapito degli altri. Dobbiamo ricordare che il volto dell’altro e la sua vita non sono un’essenza sfuggente e marciscente, ma sono il cuore della nostra stessa vita e di quella libertà di cui continuiamo a proclamare il nome senza conoscerne il significato.