accadde…oggi: nel 1985 muore Mafalda Pavia, di Giancarlo Volpato

Pavia Mafalda – Il Condominio News

Medico pediatra, scrittrice, Mafalda Pavia nacque a Milano il 10 dicembre 1902 da Caliman Clemente e da Vittorina De Benedetti; di famiglia ebraica, il padre era un medico militare e volle chiamare la piccola con il nome che era stato dato a Mafalda di Savoia, nata a Roma il 19 novembre prima, secondogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro; era un omaggio alla principessa e, forse, un augurio per la vita della primogenita: anche se, nella realtà, la figlia del Re d’Italia perirà miseramente a Buchenwald il 28 agosto 1944. Qualche mese dopo, la famiglia Pavia si traferì a Verona dove il medico militare venne inviato: e dove rimase per un buon numero d’anni. Qui Mafalda seguì gli studi, diplomandosi al liceo classico. Intraprese, quindi, gli studi universitari, presso la facoltà di Medicina dell’ateneo patavino, quale allieva interna della clinica pediatrica. Era il 1920; nel 1925 fu costretta a trasferirsi poiché il padre fu chiamato a rendere servizio a Firenze; ed in questa università, la giovane fu tra le primissime donne a laurearsi in questa disciplina: lo fece a pieni voti e con la lode, cui aggiunse, nel 1928, la specializzazione in clinica pediatrica.
Dotata di straordinaria intelligenza, ella capì subito il duplice ruolo cui era stata chiamata a svolgere: quello di donna, e per di più ebrea, per cui diventò un’abile pianista e una bravissima ricamatrice e quello di medico rivolto ai più piccoli, a coloro che spesso erano in secondo piano; ella, che non si sposò e non ebbe figli propri, darà ai figli degli altri tutta la sua bravura con una dedizione che le generazioni future ricorderanno.
Volle ritornare a Verona – che sarà per sempre la sua terra – dove verrà subito assunta come praticante presso l‘ospedale infantile “Alessandri” di Borgo Trento. Qui si distinse subito per capacità ed impegno; nel 1935 conseguì la libera docenza in pediatria: aveva pubblicato saggi assai importanti su alcune malattie infantili cui aveva contribuito alla guarigione. Il conseguimento di tale “abilitazione”, le aprì il posto di Aiuto presso il nosocomio scaligero e l’incarico d’insegnamento, quale docente di clinica pediatrica, presso l’università di Milano. Mafalda Pavia, però, non aveva trascurato gli altri suoi interessi culturali: ricamatrice di arazzi con scene bibliche, intrattenitrice al pianoforte, studiosa di un tema, pressoché insondato, della musica nella Bibbia; e non abbandonò mai il suo amore per lo studio e per la scrittura.
Arrivò il 1938, quando la brutale legge razziale fascista colpì anche lei (Regio decreto del 17 novembre, n. 1728: Provvedimenti per la difesa della razza italiana). Fu estromessa dalla Società italiana di pediatria e dall’università milanese. Ebrea – cosa della quale fu sempre orgogliosa – capì che per lei, come per migliaia di altre persone, quell’infame legge voluta da Mussolini e dai suoi, le avrebbe segnato la sorte. Il 1° marzo 1939 fu estromessa dall’ospedale veronese assieme a due suoi altri colleghi a cui, ben presto, se ne aggiunsero altri: a tutti fu vietato di esercitare in pubblico la professione medica; sarà bene ricordare che assieme a lei furono cacciati Mario Artom, primario di dermosifilopatia e Werner Schwarz, aiuto di pediatria. Mafalda Pavia non si arrese tanto facilmente, cercando d’aiutare tutti coloro che a lei si fossero rivolti; ella sostenne sempre che i bambini avevano la priorità su tutto e che nessuna legge l’avrebbe arrestata. Dotata di un carattere per nulla sottomesso, dimostrò – sempre ed in ogni occasione – la sua fermezza soprattutto contro coloro che usavano il potere per togliere, agli altri, la libertà e il pensiero.
Arrivò, anche, l’8 settembre 1943; per tutti gli ebrei che risiedevano all’interno della Repubblica Sociale Italiana (e Verona ne era la capitale amministrativa) sarebbe scattata la deportazione, che avvenne con l’ordine di polizia del 30 novembre.
Mafalda Pavia era, allora, affermata e assai nota come grande pediatra e per la stima per il lavoro non negato a nessuno; venne accolta a San Zeno in Monte, la casa madre dei Poveri Servi della Divina Provvidenza: l’abbracciò don Giovanni Calabria (oggi San Giovanni Calabria). Il sacerdote, fin da bambino e per tutta la sua attività pastorale, aveva intessuto contatti d’amicizia con persone della comunità ebraica veronese e non solo. Egli la fece portare a Roncà, tra le suore “Povere Serve”. Nel convento, la pediatra assunse il nome di suor Beatrice: ma era solo una convenienza. Mafalda Pavia visse, in questo luogo di sicurezza, la sua vita normale. Don Calabria aveva proibito alle sue suore di convertirla: ella, infatti, fu dispensata dalle pratiche religiose e, anzi, fu circondata di rispettose premure. Secondo quanto ella scrisse, il sacerdote disse alle sue suore: “Conosco la professoressa Pavia e i suoi sentimenti: nessuna, quindi, faccia la minima allusione né la minima pressione perché aderisca alle nostre convinzioni religiose”. E così avvenne. La pediatra rimarrà legata a don Calabria da un’amicizia vera e profonda corroborata da un lungo – e assai interessante – rapporto epistolare (si veda in Bibliografia: 51 lettere di lei dal 1943 al 1979, con due del sacerdote). A Roncà Mafalda Pavia rimase 18 mesi: scrisse, pregò, curò (senza farsi vedere) tutti coloro che ne avevano avuto bisogno. Il suo amore per gli studi biblici – certamente anche per il tempo che le era concesso – trovò la più ampia apertura. La permanenza in convento, se da un lato l’aveva costretta a non dedicarsi ai bambini malati, l’aveva spinta ad approfondire quell’interesse che rimase assai rilevante nella sua vita.
Nacque qui, infatti, il suo libro più noto: Saulo di Tarso (S. Paolo): ebreo, figlio di ebrei che vedrà la luce nel 1949 a Roma per i tipi della casa editrice Leonardo. L’opera, che non ha carattere storico od esegetico, ma frutto di riflessione spirituale, rimane – a livello internazionale – una delle prime a rivalutare la figura di san Paolo dal punto di vista ebraico. In una lettera del 1° giugno 1945, a don Calabria l’autrice confidava di averlo scritto “seguendo il semplice ed errante filo del mio pensiero che si svolgeva in pienissima libertà, non vincolato assolutamente dall’ambiente cattolico in cui vivevo”. Con slancio di autentica fraternità universale la Pavia si rivolgeva anche al mondo dei fedeli di Maometto, nella speranza di una “suprema vicendevole comprensione religiosa che porterà – se Dio lo vorrà – alla certa e perfetta unione di tutti gli uomini”. La “riscoperta” dell’ebraicità di Paolo fu, per la Pavia, la base delle sue idee sulla possibile fratellanza, pure nel rispetto delle entità distinte; (come noto, Saulo di Tarso era cittadino romano, per nascita: per questo gli fu risparmiata la crocifissione e fu decapitato; era ebreo per origine, in quanto appartenente, per parte degli avi, alla tribù di Beniamino). Questa posizione le farà guardare con occhi molto critici la conversione del rabbino di Roma, Eugenio Zolli, che, da una simile esperienza di vita, nascosto in Vaticano per sfuggire alla deportazione, era approdato ad abbandonare la comunità ebraica che dirigeva. Il giudizio, fortemente ispirato a severità e rigore – caratteristiche del proprio carattere – s’ispirava, e lo disse con chiarezza, ad un passo sconvolgente di Paolo nella Lettera ai Romani (9,3) in cui l’apostolo si dichiarava di essere pronto ad essere anatema se fosse stato a vantaggio dei fratelli ebrei.
Finché fu ospite del convento di Roncà, Mafalda Pavia dette spazio anche alla passione antica di scrivere poesie: usciranno molto tempo dopo, ma fu qui che ella affinò quello spirito indagatore che non era mai mancato.
Dopo la guerra, nonostante fosse stata richiamata sia all’ospedale di Verona sia dall’università di Milano, non volle ritornare più nei luoghi da dove era stata allontanata. Non si sa per quali ragioni ella abbia fatto questa scelta: tuttavia, era confacente alla sua dirittura morale, senza compromessi anche perché, avendo reputato giustamente aberrante l’estromissione, nella sua mente non era entrata la logica del ripensamento.
Mafalda Pavia fece la libera professionista; il mondo veronese e, soprattutto, quello dei genitori, conobbero il suo nome. Nella città ella fece vita attiva: partecipava costantemente al mondo ebraico, non disdegnava assolutamente quello cattolico; fu parte attiva anche della vita culturale, in una dimensione di laicità che non celava, però, l’appartenenza orgogliosa e convinta della propria identità ebraica. Non venne mai meno la forte amicizia con don Calabria; donna molto attenta a tutto ciò che stava attorno al mondo della fede, prestò grande interesse alla corrispondenza epistolare che il santo intrattenne con un grande studioso anglicano, professore all’università di Oxford ed estremamente attratto dal bene del sacerdote veronese; la corrispondenza, in latino, tra il fondatore dei Poveri Servi e Clive S. Lewis la vide buona osservatrice: commentò questo rapporto (vedasi in Bibliografia).
Nel 1982, il suo libretto di poesie vide la luce: Galleria d’artisti (Fossalta di Piave, Rebellato) fece capire il lato meno noto della pediatra. Il titolo stesso – certamente un poco strano – mette in luce uno degli aspetti della sua scrittura impegnata e assai scarsamente nota.
Mafalda Pavia fu colpita da ictus e dovette essere ricoverata. Passò, poi, gli ultimi anni, nella Casa di riposo della Comunità ebraica di Torino: qui si spense il 28 maggio 1985. Alcuni giorni dopo, il 6 giugno, il quotidiano “L’Arena”, pubblicò il suo singolare messaggio di commiato alla sua città: “Mafalda Pavia, nel lasciare il giorno 28 maggio 1985 questa vita terrena, saluta quanti la conobbero e le vollero bene”. In tutte le manifestazioni sulla storia, sull’origine e sulla presenza ebraica a Verona, il suo nome non fu mai dimenticato. La città le ha dedicato una via