In altre parole, di Fabrizio Acanfora, recensione di Eleonora Degano

“In altre parole”, di Fabrizio Acanfora | OggiScienza

In molte delle nostre camere dell’eco (echo-chamber) sui social media, così come alla televisione o sui giornali, è difficile – oserei dire virtualmente impossibile – che passi un giorno nel quale non sentiamo o leggiamo almeno una volta termini o espressioni come stereotipo, pride, politicamente corretto, genere. A fare una grossa differenza è come li recepiamo.

Per qualcuno, questi come tanti altri termini sono un elemento che fa ormai parte del quotidiano – dunque della propria visione e comprensione del mondo, che passa invariabilmente per il linguaggio –, così integrati nel vocabolario che ormai non vi si fa quasi caso. Per altri sono una sorta di richiamo, quasi le parole uscissero dalla pagina stampata o dallo schermo per invitare a dare la propria opinione sull’argomento, a dire se lo si ritiene abbastanza importante o se al contrario “abbiamo altro a cui pensare”, “è solo una moda”, “non si può più dire niente” e via dicendo.

Le parole nella quotidianità

Pensiamo al recente coming out della cantante Demi Lovato: se per tanti ragazzi e ragazze delle generazioni più giovani la precisazione dei pronomi che si scelgono per sé ormai è qualcosa di estremamente tipico, e rispettare tali decisioni una questione di rispetto, per molti altri attraverso varie fasce d’età l’intera faccenda resta qualcosa di incomprensibile, che sfocia nel fastidioso. Un’idea come il fatto che il genere non sia necessariamente binario, o che possa essere fluido, è per loro difficile da immaginare o comprendere, al punto che per giorni sui social media si è inneggiato in toni non sempre troppo rispettosi alla natura e alla biologia, usando termini come “genere” e sesso in maniera piuttosto confusa, discusso su quanto lo spazio dedicato a questi argomenti sia dettato dal “politicamente corretto” che ci impone cose “anormali” e via dicendo.

Dall’altra parte, in un’ottica di autorappresentanza, si ribadiva come chi ha identità diverse dalla normalità (dunque non è nato in una condizione di, seppur non ci si pensi molto, automatico privilegio) subisce di frequente bullismoesclusione e discriminazione, e passa spesso la propria vita a tentare di adeguarsi finendo per faticare a trovare la consapevolezza di sé, dunque una sua identità. È ancora importantissimo che si facciano dei coming out pubblici, scrivevano in molti, proprio affinché tutti possano parlare del proprio modo di essere con orgoglio, senza paura, e la vastissima diversità dell’esperienza umana diventi… normale. In ogni sfumatura e in un’ottica di intersezionalità. Quelle che avete appena letto in grassetto sono solo alcune delle parole sulle quali riflette Fabrizio Acanfora, scrittore, docente universitario e coordinatore del Master in Musicoterapia dell’Università di  Barcellona, nel suo ultimo libro In altre parole. Dizionario minimo di diversità (effequ, 2021, 224 pagine, 17 €).

Il nuovo libro di Acanfora, già autore di Eccentrico. Autismo e Asperger in un saggio autobiografico (che ho recensito qui), è la lettura perfetta per un pubblico che si colloca a metà dei due citati sopra. Per chi si rende conto che per migliorare la realtà va migliorato il linguaggio con il quale la si racconta, e che magari si trova un po’ spaesato di fronte allo svisceramento di questi temi nelle sue forme più complesse o teme di utilizzare alcuni termini a sproposito, quindi vuole fare un passo indietro: riflettere sulle parole chiave con le quali si racconta la diversità – di genere, neurologica… – oggi e poterla, di conseguenza, comprendere meglio.

Fermarsi per pensare alle parole

Qualsiasi sia l’ambito della diversità che volete approfondire, ognuna delle voci di questo piccolo dizionario sprona alla riflessione e sarà probabilmente inevitabile che uno specifico termine, passaggio o pensiero vi colpisca particolarmente e resti con voi. Nel mio caso è stato realizzare che, molte volte, descriviamo una realtà “diversa” non tanto esplorandone e raccontandone le caratteristiche peculiari, ma parlandone in riferimento a quella che è considerata la normalità. Così ciò che è diverso non ottiene parole sue, un racconto proprio, ma viene descritto nei termini di quanto si discosta dall’atteso, dal normale, dal tipico.

Facendo un esempio vicino all’autore, autistico diagnosticato alla soglia dei 40 anni, quando parliamo delle caratteristiche delle persone nello spettro tendiamo a raccontarle in un costante confronto con quelle dei non autistici. Se leggete dei testi sul tema della sensorialità ad esempio – dunque il modo autistico di percepire il mondo attraverso i sensi – la troverete spesso descritta come più o meno intensa del normale. Anche per i diretti interessati può risultare difficile raccontare ciò che sente, percepisce, vive ogni giorno senza ricorrere al confronto con ciò che è considerato tipico. Colpisce, una volta presone atto, quanto tanti aspetti di diversità della nostra vita non ottengano mai parole davvero proprie.

L’intero presupposto del libro è che sono le parole a plasmare il mondo in cui viviamo e che è attraverso un loro uso rispettoso, consapevole e in costante evoluzione che il mondo si può migliorare. Ed è così che espressioni e termini che oggi per molti ancora stridono o portano con sé grossi bagagli ideologici diventeranno, probabilmente in tempi medio-brevi, una parte spontanea degli scambi quotidiani. E dei tanti dibattiti online, fortunatamente, non si ricorderà più nessuno.

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