accadde…oggi: nel 1970 muore Giuseppe Ungaretti, di Paola Caronni

GIUSEPPE UNGARETTI – L’interprete di “quel nulla di inesauribile segreto” (ciaomag.com)

Giuseppe Ungaretti si spense il 1º giugno di cinquant’anni fa. La sua è stata una vita intensa, passata tra Alessandria d’Egitto, la Francia, il fronte del Carso, il Brasile e l’Italia. Una vita che lo vide cattolico, ateo e poi di nuovo cattolico, mentre politicamente si avvicinò e in seguito allontanò dal fascismo.

Ungaretti si formò con la letteratura francese, leggendo i poeti del Decadentismo e del Simbolismo, tra cui Rimbaud, Mallarmé, Baudelaire e poi Apollinaire, venendo successivamente a contatto con i futuristi italiani e i dadaisti. A lui va riconosciuto il merito di essere stato in grado di rinnovare formalmente e profondamente il verso della tradizione italiana. Per questa sua capacità, fu considerato dai poeti dell’Ermetismo come un loro precursore, e – da molti poeti del secondo Novecento – come punto di riferimento, insieme a Umberto Saba e a Eugenio Montale.

Che si tratti di versi elaborati durante la sua esperienza al fronte, a continuo contatto con la guerra e con la morte, o delle sue riflessioni che portano al desiderio di un’armonia con il cosmo, quello che lascia senza fiato durante la lettura della poesia ungarettiana è l’“essenziale” che questa ci comunica, grazie alla capacità del poeta di esprimersi in modo breve e incisivo, creando istantanee di attimi senza tempo.

Dietro alla brevità e all’incredibile incisività di molte sue liriche, c’è però una grande attenzione stilistica al valore della parola e dei versi poetici, che in tutta la loro forza devono poter salvare l’uomo dalla disperazione e dal naufragio universale.

Quel che colpisce maggiormente della sua ricca tradizione poetica, considerando che Ungaretti è stato una figura di assoluto spicco degli anni Trenta – sia in qualità di poeta sia di intellettuale e prominente figura letteraria – è la scarsità di traduzioni in lingua inglese. Non dobbiamo però, forse, stupirci. La sua più famosa poesia:

Mattina
Santa Maria la Longa, 26 gennaio 1917

M’illumino
d’immenso

è pressoché impossibile da rendere in inglese, malgrado le varie traduzioni (da “I flood myself //with the light of the immense”, a “I grow radiant//in the immensity of it all”).

Ritroviamo, nei due versi ternari con allitterazione (illumino/ immenso) e con la ripetizione delle due geminate (ll-mm), la cura per le parole di cui parlavamo sopra. Questo effetto musicale, evocativo e simbolico, è reso magistralmente dalla lingua italiana, e perde senza dubbio di potenza e fascino in qualsiasi traduzione.

‘Mattina’ assume un significato ancor più profetico se si pensa alle circostanze durante le quali è stata scritta, in trincea. La scoperta di una mattina irradiante luce trasporta il poeta – e il lettore – in un’altra dimensione, che trascende l’orrore della guerra, della morte e offre ciò che ogni nuovo giorno porta: luminosità, continuità della vita, speranza.

Questo aspetto della sua scrittura rimanda all’immediatezza dell’haiku giapponese (una forma poetica di tre versi con schema sillabico 5/7/5) che, in effetti, ha influenzato il primo periodo dei suoi scritti, e lo ritroviamo, in parte, anche nella poesia di William Carlos Williams: anch’egli, come Ungaretti, voleva eliminare l’essenza retorica dei suoi immediati predecessori, togliendo dalla poesia ciò che era inutile e creava ‘disordine’.

L’abilità della descrizione istantanea ungarettiana appare non solo attraverso le poesie brevi, ma anche nelle immagini che il poeta crea e di cui dissemina la sua opera. Pensiamo a questi versi tratti da In Dormiveglia:

Uomini ritratti nelle trincee
Come le lumache nel loro guscio.

In Ungaretti non troviamo lotta, disgusto, scene di orrore e sangue, caratteristiche della poesia britannica della Prima Guerra Mondiale (basti pensare a Owen, Graves, Sassoon) ma piuttosto moderatezza, scarsità di descrizioni (e questo ci ricorda, casomai, le poesie del primo Pound) e – sempre – la scoperta di qualcosa di inaspettato, dei propri simili, dell’universo e della propria anima.

La morte non compare a falciare anime e soldati, bensì assume tratti naturalistici, che trasmettono con grande potenza il messaggio del poeta, il desiderio di una vita che abbia un senso, malgrado le sfide quotidiane.

Agonia
Morire come le allodole assetate
sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato.

Possiamo, quindi, definire le sue poesie ‘liriche di uomo in guerra’, di soldato capace di annotare ciò che accade intorno a sé e di ritrovare se stesso grazie all’osservazione, che gli permette di aggrapparsi alla bellezza e all’amore, di apprezzare la vita e, pertanto, di rivolgersi al senso più profondo dell’esistenza e del Creato, come succede nella raccolta Sentimento del tempo, del 1933, da cui è tratta

Veglia
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
Buttato vicino
A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore

Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita.

Da un ritratto di guerra e di morte, si passa alle lettere d’amore, unica àncora per sopravvivere, unica luce nella nottata di cordoglio.

I brevi versi appartenenti alla raccolta L’allegria, uscita nel 1931, si evolvono nelle opere successive, dove il verso si allunga e il paesaggio cambia. Nella raccolta Il Dolore, uscita nel 1947, il poeta adotta la metrica tradizionale e fa uso della punteggiatura.

Ungaretti assiste allo sfascio dello Stato Fascista, nel quale ha creduto, e prende atto degli orrori del Nazismo; si rifugia nel dramma personale per la perdita del figlio e in quello del popolo italiano. Ma anche qui, nonostante lo struggimento, qualcosa rimane: l’ombra timida di una presenza generata anche dalla riacquisita fede cristiana. Questi versi, tratti da Giorno per giorno e dedicati al figlio prematuramente scomparso, ne sono prova:

Come si può ch’io regga a tanta notte?…

Mi porteranno gli anni
Chissà quali altri orrori,
Ma ti sentivo accanto,
M’avresti consolato…

Mai, non saprete mai come m’illumina
L’ombra che mi si pone a lato, timida,
Quando non spero più…

Ungaretti non cede alla sofferenza, ma la trasfigura, trasformandola in occasione di incontro luminoso e salvifico.

Non dimentichiamo che il poeta è colui che, nel proprio dolore, vive il dolore del mondo. È colui che esplora e discende verso l’ignoto, con il desiderio però di risalire verso la luce, come in una delle sue prime liriche:

Il porto sepolto
Mariano, il 29 giugno 1916

Vi arriva il poeta
E poi torna alla luce con i suoi canti
E li disperde
Di questa poesia
Mi resta
Quel nulla
Di inesauribile segreto

Ungaretti esprime, in questa breve lirica, tutta l’essenza della poesia: spetta al poeta trovare quanto nascosto sul fondale dell’animo umano, anche se questo non è facilmente scandagliabile.

Dal porto sepolto si risale con i canti, che si disperdono, riportando alla luce i frammenti – pur tuttavia indecifrabili – dell’animo umano.