gridano i gufi, di Janet Frame, recensione di Loredana De Vita

https://writingistestifying.com/2021/08/28/janet-frame-gridano-i-gufi/

“Where the bee sucks, there suck I

In a cowslip’s bell I lie;

There I couch when owls do cry.

W. Shakespeare, The Tempest, Act V Scene I vv.88-90

 

Il titolo del romanzo di Janet Frame, Gridano i gufi (Neri Pozza, 2011) si ispira all’opera shakespeariana su citata. I versi sono pronunciati da Ariel, lo spiritello che, finalmente, può godere della sua libertà dopo essere stato prigioniero di un uomo cattivo. Egli non fugge, ma si ripara tra i fiori e osserva la sua nuova realtà, la vita che ricomincia dal nettare che le api succhiano dai fiori mentre lui trova rifugio accanto al nuovo che cresce mentre i gufi “gridano” sugli alberi.

Una metafora molto intensa non solo della storia narrata, ma anche della vita dell’autrice, Janet Frame, autrice neozelandese, vincitrice per ben due volte del Premio Nobel per la letteratura, ma, soprattutto, una donna che ha sofferto molto, che ha vissuto l’orrore degli ospedali psichiatrici e di ripetuti elettroshock prima di poter essere finalmente liberata e poter essere sé stessa nella pienezza della sua sensibilità.

“Gridano i gufi” è un romanzo di grande maestria letteraria in cui la prosa e la poesia sembrano essere due dimensioni parallele della stessa capacità introspettiva che l’autrice rivela nella narrazione della storia dei suoi personaggi e della sua stessa esperienza. Mai violenta, sebbene diretta; mai meschina nel giudizio verso i colpevoli, sebbene limpida e sincera nelle sue descrizioni; mai inopportuna sebbene tratti di argomenti complessi e dolorosi. La prosa e la poesia di Janet Frame, traspaiono sia negli alti che nei bassi, sia nei personaggi positivi che in quelli negativi, poiché, in effetti, l’autrice non narra una storia sola, ma la storia della vita e delle vite che si intrecciano e che, spesso, restano incomprese e incomprensibili.

Scrive l’autrice nelle parole di una delle sue protagoniste, Daphne, “E il cratere grigio di matti morti da tempo è vuoto abbastanza da potere essere riempito con molte verità insieme” (p. 203), e sembra proprio questa molteplicità di verità possibili che rappresentano il filo conduttore del romanzo e che sembrano tirare i fili della vita di ciascun personaggio appartenente alla stessa famiglia, i Withers. Ciascuno di essi sembra improbabile, eppure non solo è reale, ma della sua realtà fa una strategia per modificare la vita dell’altro tanto che, in alcuni momenti, si ha la precisa sensazione che la storia che ciascun personaggio sta narrando non sia più la stessa storia, mentre, in realtà, esiste una storia condizionata dai legami familiari e una storia personale di ciascuno che si distacca dalle influenze e cerca percorsi propri, molto spesso di disperazione.

Bob, il padre, il capofamiglia, ha un legame molto forte con la moglie sebbene si mostri come una persona austera, ma proprio per questo sorprenderà i figli quando lo vedranno piangere per il dolore; Amy, sua moglie, è una donna di fede, pacifica e dedicata alla famiglia, è, per così dire, il lievito e il balsamo della famiglia che riesce a tenere unita fino alla sua morte, dopo la quale, le strade e le differenze saranno rivelate. Francie, la figlia maggiore, ribelle e disincantata, avrà un destino opposto; Toby, affetto da convulsioni, sentirà il peso della sua malattia e nella consapevolezza del suo destino di solitudine, cercherà di compensare con il denaro; Teresa, detta Chicks (pulcino) perché è la più piccola e appare anche come la più fragile, rivelerà di essere l’esatto contrario fino alla rinuncia completa della sua delicatezza; infine, Daphne, che, in conseguenza del vuoto lasciato dalla sorella maggiore, sarà ricoverata in una clinica psichiatrica e ritenuta schizofrenica, ma sarà anche quella che resterà più fedele alla verità della madre e che meglio rappresenterà la possibilità di un riscatto sociale. Non vi è dubbio che il personaggio di Daphne, presenti evidenti risvolti autobiografici ed è grazie a lei che l’autrice può narrare il suo vissuto, lo strazio delle cliniche psichiatriche e la solitudine fino alla violenza dell’elettroshock.

Gridano i gufi (Neri Pozza, 2011) è un romanzo complesso perché profondo, ogni parola ha un suo significato specifico e un suo peso, ma è anche una parola che ci ritrae, che ritrae ciascuno nelle proprie insicurezze e luoghi comuni, nella ricerca di una verità possibile che solo la bellezza e la poesia può liberare.