Graziella Del Bello e la celebre bicicletta Graziella, di Laura Pantaleo Lucchetti

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Una volta al mese, una bella signora dagli occhi scuri e dal piglio da guerriera presidia in piazza Carducci il banchetto di Mondo Baffo e Nonna Olga. «Mi chiedono se Nonna Olga sia io» racconta divertita. Graziella Dal Bello, classe 1941, era, negli ultimi tempi, inseparabile dall’indimenticata paladina dei gatti che le spirò di fronte tre anni fa in piazza della Repubblica. «Arrivò nel mio negozio di Masnago un giorno d’estate del 2008. Mi raccontò che in occasione degli imminenti mondiali di ciclismo dovevano intervistarla perché la sua causa sarebbe stata abbinata a quella delle due ruote. “Ma Nonna Olga, col ciclismo c’entro più io che lei!” risi, e le spiegai di essere stata la prima donna varesina ad aver gareggiato in bici: da allora diventammo grandi amiche e quando chiusi la mia attività iniziai a seguirla coi mercatini in favore dei gatti abbandonati». La storia di Graziella, atletica nonna sprint – «anche se per uno spavento durante un giro del lago ho smesso di correre da tre anni» sospira – è piena di segni. Stiamo parlando di una delle sei azzurre della prima nazionale ciclistica femminile, composta nel ’66, esattamente cinquant’anni orsono. Originaria della provincia di Pordenone, la famiglia si trasferisce a Varese quando lei ha tre anni: il padre Ferruccio, carabiniere in congedo, aveva fatto la guerra d’Africa, dove si era appassionato agli animali esotici. Dopo un periodo come guardiani del conte Morosini, i Dal Bello si trasferiscono a Casbeno e Ferruccio acquisisce l’appalto del vecchio giardino zoologico dei Giardini Estensi, abbandonato da tempo. «Aveva procurato lui gli animali: i cigni bianchi e neri, le anatre mandarine, i pappagalli, i pavoni, i fagiani, trenta varietà di colombi, le caprette tibetane. Io avevo addomesticato una scimmietta e la portavo in giro sulla spalla in via Morosini: la gente faceva a gara a comperarle il gelato». All’inizio degli anni Sessanta il Comune chiude lo zoo. «Papà aprì un negozio di animali in via Albuzzi, ma i Giardini rimasero la mia seconda casa». A quindici anni Graziella si impiega da Figini. «Facevo cinque chilometri la mattina in bicicletta da Casbeno sino in via Brunico; altrettanti al ritorno a mezzogiorno. Poi tornavo per il turno del pomeriggio: in tutto venti chilometri quotidiani». Un bel giorno scatta una scommessa con il fratello Duillio, ciclista dilettante e suo allenatore: se ammettono le donne alle gare, mi iscrivo». Così, quando nel ‘62 la Federazione apre alle donne, Graziella confida di poter gareggiare. «Ma le società ciclistiche varesine di allora, la Ganna, la Binda e la Edera, non volevano presenze femminili. Mi presero invece all’U C Comense. Avevo ventun anni». Allenandosi alle sei del mattino, prima di andare al lavoro, la ragazza macina gare e successi. Nel ’64, cadendo dalla bicicletta, muore Duillio. «Volevo smettere: ma mi venne in sogno e mi disse che avrei dovuto continuare». E così la giovane, già campionessa lombarda nell’inseguimento e vicecampionessa italiana per pochi decimi di secondo, arriva ai mondiali del ’66 di Nurburgring e Francoforte. Lo stesso anno è anche Miss Italia delle Ragazze Cicliste, e va alimentandosi la sua fama. Prima delle gare concede un giro in bici a un qualche piccolo fan dal pubblico. «“Graziella, fammi salire, fammi fare un giro!” mi gridavano. Li piazzavo sulla canna, facevamo due pedalate ed erano contenti». Così un imprenditore veneto, affascinato dal suo personaggio, progettò una bicicletta femminile pieghevole da mettere in macchina e la chiamò Graziella. «Lo sospettavo da tempo ma mi fu svelato solo pochi anni fa, da un direttore sportivo, mentre partecipavo alla mia ultima gara, in cronocoppie a Cittiglio con Valentina Carretta». All’apice della carriera, nel ’66, per diverbi con la Federazione Graziella abbandona le competizioni e diventa imprenditrice seguendo le orme paterne. Oggi, in pensione, si dedica all’orto, agli animali e ai nipotini. E fra qualche giorno verrà immortalata sul murale dei ragazzi della Salvemini al parchetto del cagnolino, nei luoghi dove iniziò la sua storia ciclistica. «Una soddisfazione immensa in una Varese che mi aveva dimenticata presto» conclude con un sorriso delizioso.