canto di Salomone, di Toni Morrison, recensione di Loredana De Vita

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Il romanzo “Canto di Salomone” (Pickwick, 1977) di Toni Morrison è esattamente un “canto”, melodioso, corale, capace di costruire armonia da note e pause e tempi che sembrano, in principio, non poter stare insieme.
La storia di Milkman (il protagonista), della sua famiglia (il cui cognome “Dead” sembra un segno e un monito), di Guitar (il primo amico di Milkman e in qualche modo anche il suo nemico) si compongono tassello dopo tassello in un romanzo di formazione corale. Poi, ci sono Pilate, Reba e Hagar e la stessa Ruth (madre di Milkman e causa del suo nomignolo) a completare il ritratto di una famiglia smarrita, della ricerca di una “normalità” non accessibile a tutti, non agli afroamericani, sempre soggetti al controllo, al rifiuto, al tentativo di tenersi a galla in un tempo in cui essere “neri” crea ancora distanza.
Il ritratto che nasce dal romanzo è quello di una società complessa, apparentemente strutturata, ma profondamente svuotata di significato. Non servono le differenze, ci vuole unità, la discriminazione genera altra discriminazione, come la violenza non produce che violenza. Sembra di sentire, nelle parole di Toni Morrison, un richiamo a guardare bene la realtà, un invito a ritornare alle origini della propria essenza per ritrovare quel trait d’union che scuota dal torpore dell’odio e restituisca la bellezza sovrannaturale e mitologica di una natura che può essere e deve essere migliore. Forse il ricongiungimento tra il prima e il dopo non accadrà, ma tentare il volo della libertà è una possiiblità che non è ammesso rifiutare.
Tutti i personaggi, nel bene e nel male, subiscono un’evoluzione, tutti devono avere a che fare con il proprio passato, tutti devono poter ricomporre la propria identità attraverso la storia personale, la Storia comune e che accomuna, il mito e le leggende originarie dell’Africa.
Di singolare significato è che l’autrice, sempre attenta alle storie delle donne, abbia ricostruito una storia i cui protagonisti principali sono uomini e che lo abbia fatto con maestria e completezza che rivelano non solo la grande professionalità della scrittrice, ma la sua immensa capacità umana di leggere nelle persone in quanto persone e di saper essere voce di ogni voce.
La scrittura di Toni Morrison è una scrittura consapevole, una scrittura, cioè, che conosce la misura delle parole anche quando sono libere di procedere nell’universo tra il tempo reale, quello passato, quello ambito. Non può stancare lo stile netto e diretto, anche quando vaga nel mitologico e nella fantasia, di una scrittrice che indirizza le parole, le immagini e il senso alla ricostruzione attenta e precisa delle emozioni e delle azioni, una scrittrice che sa fare tesoro della mediazione tra cuore, cervello e azione e rendere unico il messaggio della sua richiesta di verità e libertà.
C’è poesia nel linguaggio della Morrison, una poesia attiva che scuote e suscita curiosità e desiderio di ricerca, necessità di confronto, imprescindibilità del poter conoscere se stessi per essere liberi.
Nel “Canto di Salomone”(Pickwick, 1977) Toni Morrison trascina il lettore in un gioco mistico fino allo svelamento grazie alla semplicità del canto del gioco di un gruppo di bambini (il canto di Salomone, appunto) perché spesso la verità è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno vuole “cantarla”.