il gioco di Ripper, di Isabel Allende, recensione di Loredana De Vita

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“Il gioco di Ripper” (Feltrinelli, 2013) di Isabel Allende è un romanzo che mescola insieme stili e generi diversi. Da una parte, infatti, troviamo la storia thriller che permea l’intera narrazione dall’inizio alla fine e che appare, in un primo momento, come la motivazione principale del libro; dall’altra, però, c’è, immancabile e fedele, l’abilità della Allende di indagare nei conflitti interiori dei suoi protagonisti.
Il quadro che se ne ricava, distante dal realismo magico con cui usualmente è connotata la scrittrice, è quello di un’indagine nell’indagine, come se il protagonista del crimine potesse trascinare nella sua complessità tutti gli altri personaggi legati a lui dal filo dell’amore mancato.
“Farkas” (uno dei tanti nomi possibili per il criminale), infatti, nel vendicarsi per la sua vita complicata, metterà in luce i limiti degli altri personaggi, anche non direttamente coinvolti nella sua sofferenza, mettendoli a nudo e facendo in modo che ciascuno possa guardarsi dentro.
Non si può e non si deve rivelare la storia di un thriller, al lettore l’intuito o comunque l’abilità di seguire e sviscerare il percorso del crimine e del criminale.
È interessante che il thriller vero e proprio si sviluppi solo nelle ultime cento pagine circa del libro, mentre nelle precedenti trecento sia seguito come un caso complicato di polizia. Questo crea l’effetto di tuffare il lettore nella stessa condizione dei protagonisti quando cominceranno a comprendere che una di loro, Indiana, madre di Amanda ed ex-moglie di Martìn, l’ispettore di polizia, viene coinvolta direttamente nel tragico caso.
In realtà, il titolo del romanzo (Il gioco di Ripper), che si riferisce a un gioco di ruolo online che Amanda conduce con suo nonno Blake (nel gioco chiamato con lo pseudonimo di Bakel)e con una serie di amici virtuali di differente localizzazione geografica e con difficili storie personali, finisce col diventare un gioco di ruolo più ampio.
Difatti, se è vero che i giocatori metteranno tutto di sé per scoprire la verità riuscendo anche a superare i disagi personali, quel gioco di ruolo sembra corrispondere alla vita privata di tutti i protagonisti che, da soli, non sono che “differenti” rispetto agli altri da cui sono allontanati, ma che, insieme, sono in grado di varcare la soglia della propria solitudine e rendersi abili a rispondere al bisogno di uno che diventa il bisogno di tutti.
Un romanzo lento nella prima parte, ci vuole tempo e pazienza per rendersi conto che le accurate descrizioni dei personaggi, delle situazioni non sono un puro gioco letterario della Allende, molto rapido e veloce nelle ultime cento pagine, quasi a voler significare che quella rapidità dipende dall’avvenuta consapevolezza di ciascuno delle proprie potenzialità.
I giocatori del gioco di Ripper giocheranno ancora insieme in questo improbabile gioco di ruolo di supporto all’ispettore Martìn?Forse, ma solo nel tempo libero perché il resto del tempo vede persone più sicure di sé e decise a conquistarsi un ruolo reale nella vita oltre che virtuale.
Isabel Allende con “Il gioco di Ripper” (Feltrinelli, 2013), conquista alla sua scrittura il lettore che già la ama, ma anche quello che, lasciandosi guidare dal suo acume, si dispone a seguirla.