accadde…oggi: nel 1984 muore Wanda Wulz, di Daniela Ambrosio

https://www.elle.com/it/magazine/storie-di-donne/a32432997/wanda-wulz-futurismo/

Coraggiose, glamorous, osannate, sconosciute, avventurose. Sempre vigili e pronte a cogliere l’attimo più fuggevole, oppure estremamente riflessive, alla ricerca dell’inquadratura perfetta. Sono le donne fotografe, coloro che sono riuscite, attraverso l’obbiettivo, ad abbattere i pregiudizi di una pratica considerata “maschile”. Ma non solo: hanno lavorato in situazioni di pericolo, mettendo spesso a rischio la loro stessa vita. Si tratta di donne che hanno contribuito a cambiare i costumi, a far uscire le donne dalla loro posizione di “angeli del focolare”, per conquistare, finalmente anche se faticosamente, il loro posto nel mondo.

Affermarsi come donna e, soprattutto, come artista, non è mai stato facile. Ci sono state però donne che hanno fatto di tutto per farlo, per emanciparsi da una vita fatta solo di matrimonio e famiglia. Una di queste donne è stata Wanda Wulz, la celebre donna-gatto, come appare nella sua più famosa foto ritratto. Wanda non accettava una visione di donna univoca, amava l’ambiguità, il mistero: per questo, scelse di rappresentare sé stessa fusa con un felino. Nata a Trieste a inizio secolo, poté respirare l’atmosfera irredentista e internazionale della città, in cui trascorse tutta la vita. Aveva la fotografia nel sangue: suo nonno e suo padre erano conosciuti professionisti, e avevano un importante studio fotografico in città. Wanda e la sorella erano le eredi della dinastia, e furono ben presto iniziate all’arte di famiglia, prima posando come modelle, poi lavorando come ritrattiste. Wanda si rifiutò di frequentare le magistrali, ritenendole una scuola “troppo femminile” e scelse di iscriversi al liceo, di studiare pianoforte, di avere una cultura ampia e cosmopolita. Quando il padre morì, divenne la titolare dello studio fotografico.

Era una realtà ben avviata e redditizia, ma Wanda non si fermò ai ritratti su commissione: erano gli anni del Futurismo e la giovane fotografa aveva voglia di esplorare, di sperimentare. Attratta dal fotodinamismo di Bragaglia, cominciò a fare le sue prime foto artistiche trascorrendo lunghe ore in camera oscura in cui realizza fotomontaggi, fotoplastiche e fotodinamiche di ottima qualità e grande effetto. Nonostante il Futurismo fosse un movimento poco aperto alle donne e sostanzialmente maschilista – ricordate il “Manifesto” di Marinetti che teorizzava «il disprezzo della donna»? – Wanda Wulz riuscì a partecipare, nel 1932, a una mostra a Triste insieme ad altri Futuristi. È qui che il leader del movimento Filippo Tommaso Marinetti la nota e la invita ad altre mostre, diventando l’unica donna fotografa del Futurismo. La sua fotografia si concentra intorno al volto e al corpo: fusione di prospettive, sovrapposizione di persone e oggetti, studio del movimento e delle ombre, oltre che sulla composizione organica di diversi stati d’animo. La Wulz dà vita a soluzioni tecniche sempre diverse, non si accontenta di fotografare, ma vuole andare oltre. Bella, affascinante, emancipata: scelse di non sposarsi mai e di dedicare tutta la sua vita alla fotografia. Dopo l’emozionante e dinamica ondata del Futurismo, si allontanò sempre più dagli ambienti artistici, per ritornare a dedicarsi alla fotografia professionale. Del resto, aveva già ottenuto ciò che voleva: affermarsi in un mondo di soli uomini, all’interno di un movimento che addirittura considerava le donne inferiori. Era riuscita a conquistare la stima del più misogino tra i misogini, Filippo Tommaso Marinetti, e forse le bastava. Quando le sperimentazioni legate al movimento si furono esaurite, riprese a lavorare nel suo studio insieme alla sorella, conducendo una vita tranquilla. Fino alla fine dei giorni, la sua fu un’esistenza interamente dedicata alla fotografia.