lezioni di respiro, di Anne Tyler, recensione di Loredana De Vita

Vincitore del Premio Pulitzer nel 1989, il romanzo di Anne Tyler, “Lezioni di respiro” (TEA, 1990) merita una lettura attenta che sappia procedere oltre lo spazio limitato delle pagine di un libro per osservarne non solo lo stile di vita degli abitanti di Baltimora, ma soprattutto la capacità dell’autrice di trasformare il quotidiano dei protagonisti in quotidiano del lettore.
La scrittura è precisa, talvolta lenta, proprio come il respiro cui si fa riferimento nel titolo che bisogna imparare a calibrare in base alla vita che scorre e passa. L’accuratezza dei dettagli ambientali, ma soprattutto umani consente al lettore di entrare nella narrazione e di osservare sé stesso mentre osserva gli attori della storia.
Il volume è diviso in tre parti per dare voce al punto di vista dei due personaggi principali, Maggie e Ira Moran, sposati da molti anni con due figli che presto li lasceranno soli. Nella prima e nella terza parte è la voce di Maggie a narrare, nella seconda Ira leggerà la realtà che appartiene a lui e sua moglie Maggie con uno sguardo attento e privo di quel disinteresse che, in un primo momento, condizionati dalle parole di Maggie, sembrava essere la caratteristica di suo marito.
La storia è semplice, per questo più intrigante.
Maggie e Ira si recano al funerale del marito della migliore amica di Maggie dove incontreranno i compagni di studio della scuola che entrambi hanno frequentato e con i quali non avevano più avuto contatto. Serena ha organizzato il funerale di Max, suo marito, come se fosse una ripetizione del loro matrimonio obbligando i compagni di scuola a interpreatre un ruolo, lo stesso ruolo che avevano avuto al matrimonio. Così, Maggie e Ira dovranno cantare, un’altra compagna dovrà recitare gli stessi versi recitati nella funzione della loro unione. Paradossale, forse, eppure proprio la creazione di questo circuito chiuso entro cui rivedere sé stessi consentirà ad alcuni personaggi, ma soprattutto a Maggie e Ira, di ripensare alla nascita della loro storia, valutare dove sono arrivati fino a quel momento e scegliere se proseguire o meno il loro percorso.
Il funerale, allora, diventa metafora della vita e, soprattutto della vita quotidiana di cui spesso sfugge l’importanza per restare ancorati al passato o, al contrario, per guardare solo troppo più avanti di sé immaginando di poter prevedere ogni cosa, ma perdendo di vista l’essenziale: il legame , il vincolo che lega una persona all’altra ogni istante del tempo che passa.
L’autrice si serve di numerosi e dettagliati flashback per riportare i protagonisti alla comprensione del passato onde riconoscersi e ricongiungersi nel presente.
Se ci si lascia prendere solo dalla linearità della narrazione, che qualcuno potrebbe considerare noiosa (come spesso appare la vita con l’altro, d’altra parte), si rischia di perderne il significato che è nella capacità di vivere e affrontare il proprio quotidiano consapevoli che “l’altro è tutto ciò che ci resta”.
“Lezioni di respiro” (TEA, 1990) di Anne Tyler è un romanzo semplice come semplice è esistere, ma ha uno sfondo complesso come complesso è vivere.