l’etica dell’altro/a, di Loredana De Vita

https://writingistestifying.com/2022/07/31/the-ethics-of-the-other/

Non abbiamo più il concetto di giustizia, ma forse non ne abbiamo più neanche un’idea.
Crediamo che sia giusto ciò che ci fa comodo avendo perso la capacità di uno sguardo complessivo come anche quello del dettaglio a meno che quel dettaglio non siamo noi stessi.
Possiamo farci coinvolgere solo se tra il dolore dell’altro e noi c’è uno schermo, una telecamera che riprenda tutto rendendoci testimoni silenti e oziosi, credendoci protetti da quel male che colpisce un altro e non noi in prima persona.
“Uno per tutti, tutti per uno” è solo un motto romantico dimenticato sullo scaffale di un libro probabilmente mai aperto. Eppure, sono proprio queste parole sacre che evidenziano la responsabilità reciproca nel bene e nel male. Non si può essere neutrali dinanzi alla violenza, il non-intervento è una scelta che rende complici di chi compie la violenza e traditori della vita della vittima. Quel farsi testimoni con le riprese video non muta quanto accade, anzi, c’è forse un inconsapevole desiderio che non finisca presto per accattivarsi la ripresa più significativa da diffondere sui social… ma perché?
L’occhio della telecamera è diventato il nostro occhio, ma le telecamere non hanno mani, né voce, né coraggio per intervenire prima che il peggio accada… neanche più gli esseri umani hanno questo coraggio, questa capacità di farsi parte per soccorrere e porsi accanto a chi soffre.
Ricordo, molti anni fa, di essere intervenuta per bloccare un ladro che rubava un portatile da un’auto dopo averne sfondato il finestrino. Ricordo che tutti rimasero a guardare, io mi avvicinai urlando e sperando che qualcuno mi seguisse, ma nessuno si mosse e io mi beccai un pugno nello stomaco che mi fece vomitare all’istante e di cui per qualche tempo ho portato i lividi.
Nessuno intervenne né per il furto né per me, anzi, mi dissero che ero stata incauta. Il ladro rubò comunque, sembrava non avere paura, era certo che nessuno sarebbe intervenuto. Se lo avessero fatto, magari mi sarei comunque beccata quel pugno nello stomaco, ma almeno non sarebbe stato inutile.
Quella volta nessuno riprese l’evento perché i pochi cellulari che esistevano non avevano una telecamera, eppure quell’immagine di inanità diffusa è rimasta stampata nella mia mente, chissà se qualcuno degli ignavi ricorda ancora cosa è successo.
A che cosa è servito? È servito a me, a misurare il potere della mia etica e la sua coerenza.
Questa mancanza di attenzione all’altro, di onore di scendere in difesa di un altro più debole è diventato un lascito abbandonato, un’eredità che non abbiamo voluto coltivare.
Oggi, affidiamo alle telecamere la nostra testimonianza umana, ne richiediamo un uso sempre più diffuso insieme alle forze dell’ordine che ci controllino, ma questo è un compito che spetta anche a ciascun cittadino. Tutti dobbiamo tutelare l’altro dalla violenza inconsulta, ovviamente per separare e non per generare nuova violenza, mentre si chiamano le forze dell’ordine e si aspetta il loro intervento; dinanzi al sopruso sotto gli occhi di tutti dovremmo operare tutti in un’azione congiunta tra pensiero e azione, quella che Zygmunt Bauman chiama “l’etica dell’Altro”.