Se solo il mio cuore fosse pietra, di Titti Marrone, recensione di Loredana De Vita

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Ci sono narrazioni che invitano a una riflessione che vada oltre la narrazione stessa, poiché imprimono nella mente del lettore il dovere di una responsabilità che guardi oltre il passato e si concentri sul presente affinché le angosce di quel passato non si ripresentino con la stessa violenza.
“Se solo il mio cuore fosse pietra” (Feltrinelli, 2022) di Titti Marrone è un romanzo di questo tipo. Un romanzo, cioè, che nell’informare invita a non trascurare lo sguardo sugli eventi del presente facendo tesoro della storia che continua a rivelare, attraverso la ricerca accurata delle fonti, gli orrori che non solo furono perpetrati nei campi di sterminio durante la II Guerra Mondiale, ma che continuarono nella vita dei sopravvissuti, in questo caso i bambini.
“Se solo il mio cuore fosse pietra” racconta della “rinascita”, o del suo tentativo, di 25 bambini reduci dai campi di sterminio che furono ospitati nella villa di campagna di sir Benjamin Drage. A Lingfield, sotto le cure di Alice Goldberger, allieva di Anna Freud, e di un nutrito gruppo di assistenti tra insegnanti, psicologi, accompagnatori, questi bambini proveranno a ritrovare la propria identità o a costruirne una, poiché molti di essi al momento dell’internamento erano così piccoli da non avere più memoria del volto della madre o del padre sottratti alla vita, deportati e nella maggior parte dei casi sterminati.
L’intera narrazione, che si basa su documenti, fotografie, incontri con alcuni sopravvissuti, ricostruisce gli eventi, ma si sofferma soprattutto su aspetti spesso trascurati, la psicologia dei bambini, quanto la loro storia terribile possa aver modificato il modo di relazionarsi con le persone e le cose, quanto la solitudine e la presenza costante della morte e della brutalità possa aver modificato la percezione del reale appiattendo ogni forma di fiducia verso l’latro, soprattutto gli adulti.
Le storie dei singoli bambini, diventano universali, poiché danno un nome e una forma anche a tutti quei bambini che da quei campi non sono usciti più.
È così che l’incipit del libro, in cui l’autrice immagina di sognare e dialogare con un bambino che le dice “io non verrò mai da te”, stabilisce da subito non solo il peso emotivo della narrazione, ma anche la necessità di dare una storia ai tanti volti spariti dalla vita senza aver più potuto dare un nome essi stessi alla propria storia.
Il bambino “assente”, ma presente fin da subito nel cuore del lettore come in quello dell’autrice, è Sergio De Simone, sottratto alla vita, tradito con la promessa di essere ricondotto dalla mamma mentre invece fu sottoposto a esperimenti e poi impiccato e ritrovato nel sotterraneo di una scuola in Germania. Le sue cuginette, Andra e Tatiana, sopravvissero e furono assistite a Lingfield, dove ritrovarono la dolcezza del vivere fino al raro ricongiungimento con la famiglia, anch’essa sopravvissuta.
Le storie di Denny, Berl, Bella, Julius e tutti gli altri, diventano motivo per entrare nella mente di un bambino che si è ritrovato adulto senza averne gli strumenti. Così, nel silenzio, nella paura, primeggiano alcuni bambini che riescono a farsi tutori dei più piccoli dando al dolore personale un orizzonte più ampio.
Di particolare interesse, oltre alla ricostruzione della “rinascita” di questi bambini e il seguirne alcuni anche nella vita adulta, c’è l’analisi della relazione adulto/bambino, la necessità di ritrovare fiducia negli adulti da cui ci si è sentiti traditi e abbandonati.
A Lingfield si operò anche il reinserimento nella scuola, come pure si favorirono adozioni, ma molto spesso anche queste rappresentarono nuovi abbandoni, anche le famiglie che sembravano più adatte risultavano spesso incapaci di fronteggiare il vuoto così grande che i campi di sterminio avevano prodotto nella mente e nel cuore di questi bambini. Si verificarono anche situazioni in cui i genitori naturali rifiutarono di riunirsi ai figli poiché la loro storia era andata distrutta, si sentivano nudi e svuotati dallo stesso male che aveva trafitto il cuore dei loro figli e non riuscivano a ricucire i lembi del loro legame interrotto.
Titti Marrone, con uno stile fortemente giornalistico, cioè diretto e chiaro, non consente ai fatti di essere trascurati, ma entra nella storia individuale di ciascun bambino come anche in quella di Alice Goldberger con delicatezza e capacità di condivisione. Non resta indifferente, neanche il suo cuore è di pietra, ma è lucida nella narrazione che chiede a ciascun lettore uno sguardo dentro e uno sguardo oltre.
“Se solo il mio cuore fosse pietra” (Feltrinelli, 2022) di Titti Marrone è un libro da leggere.