2 agosto, giornata in ricordo del genocidio di Rom e Sinti

https://it.gariwo.net/educazione/approfondimenti/genocidio-rom-e-sinti-25144.html

Nella loro lingua, i rom chiamano gli anni dello sterminio, durante la Seconda Guerra Mondiale, Porrajmos (che letteralmente significa “Grande divoramento” o “Distruzione”), oppure Samudaripen, cioè: “tutti morti”. Probabilmente non sapremo mai con esattezza quanti furono i rom e i sinti a essere uccisi: più di un milione, secondo le stime più recenti.
Anche se non ebbe precedenti nella sua brutalità, il Porrajmos non fu improvviso e inaspettato, come non lo fu la Shoah. Come gli ebrei, anche i rom erano da secoli percepiti come una sorta di corpo “estraneo” e “diverso” dal resto degli europei, additati cinicamente dai leader politici e religiosi come causa dei mali delle comunità nelle quali si trovavano a passare (nel 2000 la Chiesa Cattolica chiese ufficialmente perdono per aver appoggiato le persecuzioni dei rom).

In Italia

Nel Novecento, persecuzioni e discriminazioni si diffusero in tutta Europa, anche nei paesi democratici, ma furono i regimi fascisti a portarle a un nuovo livello. In Italia, già nel 1926. una circolare del Ministero dell’Interno, di cui era titolare lo stesso Benito Mussolini, parlava della necessità di «epurare il territorio nazionale dalla presenza di zingari», accusati di essere individui criminali e asociali per «loro stessa natura».
A partire dal 1938, con l’apertura del campo di concentramento di Perdasedfogu in Sardegna, le persecuzioni divennero sistematiche e si intensificarono ulteriormente dopo l’invasione della Jugoslavia, nel 1940, quando numerosi rom cercarono scampo in Italia dalle persecuzioni compiute dai nazionalisti sloveni e croati. Anche se diversi italiani, compresi alcuni funzionari pubblici, si comportarono nobilmente e cercarono di mettere in salvo più persone che potevano, le istituzioni approvarono e portarono avanti una persecuzione sistematica degli zingari.

In Germania

Il regime nazista, con le Leggi di Norimberga del 1935, che stabilirono la persecuzione degli ebrei, privò i rom della loro cittadinanza e del diritto di voto. Nel 1938 iniziarono a deportare i rom nei campi di concentramento e, nel marzo del 1941, si avviarono le pratiche di sterilizzazione degli adulti e dei bambini. Nel 1942 il capo delle SS Heinrich Himmler diede l’ordine di spostare tutti i rom dai campi di concentramento e dai ghetti ai campi di sterminio e di risolvere con il genocidio la Zigeunerfrage (il “problema degli zingari”).

I rom rinchiusi nei lager furono tutti registrati (ad Auschwitz sono stati ritrovati gli elenchi e, da una quindicina d’anni, nella Baracca 13, un tempo dedicata alla Germania Est, c’è un padiglione che espone gli oggetti e le foto dei rom). Ma tantissimi rom furono uccisi nelle foreste dell’Ucraina e della Lituania. Venivano arrestati, caricati su camion e l’autista, arrivato a destinazione, apriva il gas dentro il camion e nel giro di un quarto d’ora erano tutti esanimi. Poi scaricava i cadaveri nelle fosse comuni. Molti sinti e rom hanno visto morire amici e parenti nascosti dietro le piante.
In altri casi i nazisti arrestavano gli zingari che abitavano nei villaggi limitrofi ai boschi, li costringevano a sistemare i cadaveri nelle fosse comuni e terminato il compito li mitragliavano.

La rivolta ad Auschwitz

Il 16 maggio del 1944 un gruppo di prigionieri rom si ribellò nel campo di sterminio di Auschwitz.  Cosi, il 2 agosto (che per questo è la data nella quale si commemora il genocidio dei rom e dei sinti), un gruppo di soldati e ausiliari delle SS circondò le baracche ospitavano i rom e sinti. Dopo aver vinto una breve resistenza, le guardie sospinsero quasi 3.000 persone, quasi tutti donne, anziani e bambini (gli uomini erano stati allontanati qualche settimana prima per evitare problemi) fino alla camera a gas numero 5 del campo, dove li fecero entrare, nudi, a forza di spinte, calci e pugni.
Entro la mattina successiva erano stati tutti uccisi e i resti carbonizzati dei loro corpi sepolti in fretta nelle fosse comuni scavate intorno ai forni crematori del campo.

Molti rom e sinti provarano a fuggire dai campi di concentramento, spesso perdendo la vita. Vincent Daniel risucì a fuggire il 27 maggio 1942 da Buna, ma di lui non si seppe più nulla.

Uccisioni e deportazioni

Particolarmente drammatica fu la sorte dei rom che abitavano nella penisola balcanica. Quasi 100.000, secondo alcune stime, furono uccisi nella sola Jugoslavia dai nazisti o dal locale governo collaborazionista. Altre decine di migliaia furono uccise, lasciate morire di fame o deportate in Germania dai governi di Ungheria e Romania e dai funzionari nazisti che amministravano Cecoslovacchia e Polonia, mentre le squadre della morte SS (i cosiddetti “Einsatzgruppen”) uccidevano decine di migliaia di rom durante l’avanzata delle truppe naziste nelle immense steppe dell’Unione Sovietica.

La Repubblica di Salò consegnò o non si oppose al rastrellamento e all’invio in Germania di numerosi rom. Alcuni di quelli che riuscirono a sopravvivere alle persecuzioni divennero partigiani. Dei dieci “martiri di Vicenza”, un gruppo di partigiani fucilati nel 1944, ben quattro erano di origine rom (i loro nomi erano Walter CatterLino FestiniRenato Mastini e Silvio Paina).

La deportazione dei rom e sinti dal campo di Hohenasperg – nei pressi di Stoccarda – alla Polonia occupata, 22 maggio 1940.

Nel novembre 1941 cira 5.000 rom e sinti vennero deportati a Łódź, dove era stato costruito un “ghetto per zingari” all’interno del ghetto ebraico.

Il dopoguerra

Nel dopoguerra, nei i regimi comunisti (soprattutto in Ungheria e Romania), nonostante la promessa di eguaglianza tra tutti i cittadini, gran parte dei governi mantenne politiche segregazioniste e discriminatorie nei confronti dei rom, che rimasero per decenni soggetti a periodiche ondate di violenza, obbligati a frequentare scuole e ambienti diversi dal resto della popolazione.

Sul genocidio dei rom e dei sinti il libro più completo, frutto di decenni di ricerche, è: Carla Osella, Rom e sinti. Il genocidio dimenticato (Quaderni della Fondazione Migrantes, Tau editrice, Todi 2013).