i bambini in carcere con le madri ci sono in tutto il mondo ma ci restano meno che in Italia, di Federica Olivo

Nel carcere di Bedford Hills c’è la sezione per mamme detenute con figli più longeva degli Stati Uniti. Costituita nel 1901, può ospitare le detenute donne con i loro bambini fino a quando i piccoli non hanno compiuto il primo anno di età, ma se la pena finisce entro sei mesi, i bimbi possono restare fino a un anno e mezzo. Dopo, non sono concesse deroghe. Negli Stati Uniti sono otto le strutture che ospitano anche sezioni nido, staccate dal carcere e dagli altri detenuti. La loro conformazione è simile a quella nostre sezioni nido, con la differenza che in Italia è possibile che un bimbo resti nel penitenziaro con la madre fino a tre anni. Ci sono i giocattoli, ci sono gli educatori, ma restano le sbarre, i vincoli, la polizia penitenziaria. Resta un’infanzia vissuta a metà, perché lo Stato non sa trovare una soluzione diversa per la donna detenuta, che non può lasciare il figlio a nessuno, e il suo bambino.

In tutto il mondo è data la possibilità alle madri detenute di tenere i loro bimbi piccoli con sé, se lo si vuole e se ce n’è la necessità. Spesso, però, questa scelta viene fatta dalle donne che non hanno una casa o una famiglia, o che sono in una condizione di difficoltà economia e sociale. Ogni Paese studia soluzioni diverse: alcuni si limitano alle sezioni nido, costruite all’interno delle carceri. Altri, invece, obbligano il giudice a disporre per la mamma che deve scontare la pena un periodo in una casa famiglia protetta. Dove possa stare con il suo bambino, magari con delle regole, ma senza che il piccolo percepisca di essere in prigione. L’Italia stava arrivando a questa soluzione, ma la crisi di governo e lo scioglimento delle Camere hanno fatto naufragare la proposta di Paolo Siani, parlamentare del Pd che ce l’aveva messa tutta per tirare fuori i bambini dal carcere. La legge è stata approvata solo alla Camera, ma non ha ottenuto il via libera definitivo in Senato. Di conseguenza la legge 62 del 2011, che disciplina la questione, non sarà modificata. I bambini fino a tre anni potranno restare con la mamma nelle sezioni nido delle carceri o negli Icam, istituti a custodia attenuata, separate dai penitenziari che però somigliano più a un carcere che a una casa. In queste ultime strutture i piccoli possono essere accolti fino ai sei anni. Al 30 giugno in questa situazione erano 25 bimbi. Le case famiglia sarebbero anche previste, ma per quella legge dovrebbero essere costruite a costo zero. Di conseguenza in 11 anni ne è sorta una sola.

Ma, Italia e Stati Uniti a parte, come funziona nel resto del mondo? In Australia, ad esempio, la questione è molto sentita perché le detenute donne sono aumentate negli ultimi anni. Viene data la possibilità alle madri di tenere i bambini con loro fino a quando non compiono 5 anni, ma nella pratica la maggior parte dei piccoli che negli ultimi anni ha vissuto questa esperienza non superava i tre anni. A loro sono dedicate delle strutture, simili a case famiglia, che sorgono vicino alle carceri. Nell’Unione europea la normativa è simile, diverse sono le soluzioni. In Austria, secondo l’European prison observatory, i bambini possono restare nei penitenziari con le mamme fino ai due anni, ma se la donna ha un residuo di pena di non più di un anno si può fare una deroga. Di modo che madre e figlio restino insieme fino a quando il bimbo non compie tre anni.

Un Paese virtuoso pare essere la Spagna, dove il limite è sempre quello di tre anni, ma per le mamme detenute con figli al seguito si studiano varie soluzioni. Ad esempio, a seconda dei casi e dell’eventuale necessità di misure di sicurezza per la mamma, donna e bimbo possono essere ospitate in regime di semilibertà in delle casette accanto al carcere, dove ricostituire per quello che è possibile, qualcosa di simile alla quotidianità. Ci sono poi delle unità simili alle nostre Icam, separate dal resto del penitenziario e, infine, delle sezioni nido in cui si consente anche alle famiglie di riunirsi. Se un figlio ha entrambi i genitori detenuti, questi ultimi possono stare entrambi insieme al bambino. In queste strutture sono consentite le visite dei famigliari. Non è esattamente virtuosa la Francia, dove però i bambini restano in carcere con le mamme fino a 18 mesi, al massimo fino ai due anni. Di norma, prima di optare per la reclusione della mamma con figlio al seguito, il giudice ha l’obbligo di capire se può assegnarle una misura alternativa alla detenzione. E questo è un buon elemento. Il problema è per i bambini che invece restano in carcere, perché per loro nella maggior parte dei casi non c’è personale qualificato per seguirlo, né asili nido.

Nel Regno Unito, invece, ci sono delle unità che possono ospitare, in tutto il Paese, al massimo 84 bambini, fino al compimento del nono mese. Si può chiedere una proroga per altri nove mesi, ma solo se è nell’interesse del bambino. In queste unità c’è personale formato e la sezione è separata rispetto a quella delle detenute comuni. In Germania, ancora, i bimbi possono rimanere con le mamme detenute fino ai 3 anni. Ci sono delle case famiglia protette che ne possono ospitare circa cento. Come si legge sempre tra i documenti dell’osservatorio sulle prigioni europee, si cerca di fare in modo che i bambini trascorrano quanto più tempo è possibile al di guori delle strutture.

In Polonia una madre può portare il figlio con sé solo con il consenso del padre. Ci sono delle sezioni nido in cui le detenute collaborano tra loro. I bimbi possono restare nei penitenziari fino a tre anni. In Portogallo il limite è sempre tre anni, che diventano 5 nel caso in cui viene concesso un permesso speciale. Anche i padri potrebbero chiedere di portare i loro figli con sé, se la madre non li può accudire o per qualsiasi altra ragione, ma nella pratica ciò non accade. Non tutte le strutture hanno ciò che serve per far sentire a suo agio un bambino.

Anche in Grecia c’è il limite dei tre anni. In alcune carceri c’è una sezione speciale per mamme detenute con figli al seguito. Le donne possono organizzarsi insieme per la gestione dei bambini. Non ovunque c’è, però, personale specializzato nei bisogni dei più piccoli. Nessuno dei Paesi passati in rassegna è riuscito a portare via definitivamente i bambini dal carcere. C’è, però, chi riesce a rendere il periodo di permanenza il più breve e meno traumatico possibile. Chi, invece, come l’Italia, ci prova ma non ci riesce.