accadde…oggi: nel 2021 muore Anna Cataldi, di Carla Maria Casanova

Anna Cataldi

C’era una ragazza felice innamorata dell’Africa. In realtà no. Era una fan della celebre Meryl Streep. Neppure. Anzi, Meryl Streep nessuno sapeva ancora chi fosse. Allora che cosa? Anna Cataldi, giovane donna tutt’altro che felice, alle prese con le difficili pratiche del suo divorzio da Giorgio Falck e della tutela dei 3 figli, si era incuriosita, per un susseguirsi di singolari coincidenzedella figura della scrittrice danese Karen Blixen. Ancora di più dopo la casuale lettura del libro “Silence will Speak” che rivelava un risvolto della vita della Blixen nemmeno sfiorato nella sua autobiografia: una storia d’amore vissuta in Africa con grande passione. 

 

Nel 1977, a New York, di nuovo casualmente, Anna Cataldi fu invitata dal fotografo Peter Beard a vedere i suoi ultimi scatti in Kenya: praterie sconfinate, animali, quel cielo unico. Anna non era mai stata in Kenya. La colpì qualcosa. Forse era in agguato il fatale “mal d’Africa”. Se non altro fu da lì che partì il proposito, diventato accanimento, di conoscere quei luoghi, approfondire questa vicenda, farla trasportare nel cinema. Magari un semplice documentario…  Dopo un incredibile susseguirsi di “casi”, il proposito si sarebbe realizzato nel film “La mia Africa”, proclamato vincitore di 7 Oscar il 23 marzo 1986.

 

Anna Cataldi. Una vita fuori dal comune. Nata a Torino il 14 novembre 1939, morta alla soglia degli 82 anni in Maremma il 1 settembre 2021. Amava dire di aver vissuto due vite (in verità tre). Negli anni Cinquanta, ragazza di proverbiale bellezza, sposò in prime nozze Giorgio Falck (acciaierie), con il quale ebbe due figli: Guja e Giovanni (morto accidentalmente a 27 anni durante un’immersione). Da una relazione con Carlo Caracciolo di Castagneto (fratello di Marella Agnelli) Anna ha avuto una figlia: Jacaranda. Sposò in seconde nozze Urbano Cairo, di 18 anni minore di lei, dal quale divorziò, mantenendo con lui e con la sua terza moglie rapporti stretti e cordialissimi. Alla sorpresa degli amici “Cosa te lo ha fatto sposare?” Anna rispondeva “Era gentile e mi è sempre stato amico.”

 

Sposato Falck, Anna Cataldi aveva condotto vita ad altissimo livello, economico, sociale, mondano. Viaggi, feste, cene, frequentazioni privilegiate. Se parlava di Jackie, era la Kennedy. Gianni, era Agnelli. Sarah, la duchessa di York. Se l’aveva chiamata Micheal si trattava di Douglas. Sydney, era certo Pollack. Quel tratto non scevro di snobismo non era una posa e il suo appartenere alla jet society era per lei del tutto naturale,  accordando il “tu” con grande facilità, se appena capiva con chi aveva a che fare (“gli amici dei miei amici sono miei amici”). Con il divorzio aveva dovuto cambiare vita, pur sempre favorita da una sostanziosa posizione economica, che le consentiva di viaggiare molto. Esperienze di cui teneva dettagliate relazioni. Divenuta giornalista, negli anni ’90  iniziò a collaborare con testate internazionali (Epoca, Espresso, Herald Tribune, The Nation, El Pais).

 

Nel 1992, in Somalia, durante la terribile carestia che si abbatté sul Paese (300/400 morti al giorno) avvenne la svolta. Anna vi conobbe Audrey Hepburn, allora ambasciatrice di pace dell’Unicef. Con l’indimenticabile attrice nacque una grande amicizia, raccontata poi nel libro “Con il cuore” –  storia di donne che hanno scelto di dedicare la vita agli altri. E’ allora che Anna decise di esporsi in prima linea per la difesa dei diritti umani e per la lotta contro la tubercolosi. Confessò: Non potevo più fare turismo di lusso dove altri muoiono di fame. Iniziò a partecipare a missioni che la portarono in Bosnia (di cui lascia  testimonianza nel libro “Voci da un assedio”), Afghanistan, Pakistan, Cecenia, Angola, Ruanda, Sudan e Somalia. Venti anni di viaggi ed esperienze traumatiche, spesso tragiche, al fianco di grandi fotografi come Salgado e James Nahtwey.  Anna non si risparmiò fatiche. Attraversò a piedi la Cecenia in fiamme, chiedendo passaggi ai soldati. Ha ricordato “i Ceceni sono fantastici, il loro orgoglio, la loro dignità. Mi accoglievano dicendo «Entra, ma perdonami se non c’è grande gioia.» E il giorno prima gli avevano bombardato la casa”.

Di questa missione in Cecenia fu impressionato Kofi Annan che nel 1998, alla morte di Audrey Hepburn, nominò Anna Cataldi Ambasciatrice dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, con la menzione “Per aver provato cosa riesce a fare un individuo da solo senza il sostegno di un Governo o di una Organizzazione”. Anna diventò poi rappresentante dell’European Council on Refugees and Exiles.  Tra i nove membri “Messengers of peace” c’erano Pavarotti, Mohammed Alì, Yo-Yo Ma… In missione Anna era un personaggio discreto, ma sempre di indefettibile eleganza, in kaftano e con la pashmina obbligatoria nei Paesi musulmani. E non rinunciava a portare con sé il thermos con il tè caldo. Nelle visite ufficiali, aveva una preoccupazione: che non la lasciassero vedere quel che avrebbe voluto e che finisse in mezzo a cortei di funzionari con 50 macchine. Non succedette.

 

Negli ultimi anni Anna Cataldi si era finalmente dedicata soprattutto alla scrittura. E’ stato nel 2018 che ha visto la luce, a 30 anni dall’avvenimento dei fatti, il suo libro “La coda della sirena” (Rizzoli), best seller in cui narra come divenne la produttrice del celebre film “La mia Africa”. Sbalorditivo l’affannoso percorso compiuto tra Milano, Londra, Copenaghen, New York, Los Angeles. Certo, alle spalle Anna aveva una fitta schiera di prestigiose conoscenze “che contano” (“ma in certi casi mi penalizzarono. Gli amici non mi credevano, pensavano fosse una bizzarria passeggera”). Non sarebbero comunque mai stati sufficienti, soldi e amici, senza una volontà e una determinazione indomite. Come mai aveva lasciato passare tanto tempo per far pubblicare quella straordinaria avventura durata sette anni e che, bene o male, resta la sua impresa più “popolare”? Anna raccontava che si era messa a scrivere a ridosso dei fatti ma aveva subìto il furto di tutto il materiale, computer, dischetti. Disperata, aveva lasciato perdere. Tuttavia, abituata a custodire tutte le sue agende, poco per volta, anche spinta da amici, aveva ricostruito l’incredibile percorso dell’intera vicenda.

 

In Maremma, dove dall’inizio del Covid si era ritirata nella tenuta della figlia, con l’adorato bassottino Blu, Anna Cataldi stava progettando un altro libro. Di sé diceva: “Considerando tutto, sono una persona fortunata. Ma ci ho messo del mio. Ho sempre vissuto secondo il motto cinese «Se ti trovi nel buio, invece di maledire l’oscurità prova ad accendere una candela»”.