accadde…oggi: nel 1864 nasce Guglielmina Ronconi, di Daniela Rossini

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Nacque a Pesaro il 12 gennaio 1864, figlia dell’avvocato Francesco e di Caterina Fattori.

Ultimogenita di una stimata famiglia che si era distinta sia per attaccamento alla religione cattolica sia per fervore patriottico, rimase orfana a dodici anni. Sotto la guida di un tutore, entrò in un collegio femminile e ottenne il diploma di maestra. Trasferitasi quindi a Roma presso il convitto Vittoria Colonna, nel 1888 conseguì il diploma nell’Istituto superiore femminile di magistero: fece parte quindi della prima generazione di donne arrivate fino ai sommi gradi di istruzione. Inizialmente si dedicò all’insegnamento, che la portò prima per anni a Vercelli, poi a Firenze nel 1902, e infine, a partire dal 1904, di nuovo a Roma. Si fece sempre chiamare e divenne nota con il titolo di ‘professoressa’, anche se l’insegnamento scolastico, in cui eccelleva, non soddisfaceva il suo desiderio di impegno sociale, né le permetteva di utilizzare pienamente le sue capacità di dedizione e comunicazione.

Un’esperienza importante le capitò a Firenze, quando era direttrice di una scuola magistrale. Ricevette la domanda di iscrizione di una giovane cieca e non solo l’ammise ai corsi, ma studiò i problemi relativi all’inserimento e all’apprendimento dei non vedenti fino a diventarne un’esperta, presentare relazioni a congressi ed essere nominata segretaria del patronato ciechi Società Margherita.

A partire dal 1907 circa si dedicò all’assistenza sociale nei rioni popolari, nelle carceri, nelle campagne più povere, anche grazie a un congedo dall’insegnamento con distacco presso il ministero dell’Interno. Creò soprattutto associazioni filantropiche ed educative femminili: una di queste fu l’Opera delle culle, attiva tra il 1910 e il 1924, a favore dei figli delle detenute, che nei primi anni di vita vivevano in carcere con le madri in condizioni spaventose. Iniziata presso il carcere romano delle Mantellate, si diffuse in molte città e cittadine, quali Perugia, Firenze, Trani, Como, Savona.

La sua associazione principale, però, fu l’Opera di vita morale (OVM), che voleva diffondere elementi di educazione morale e patriottica, cultura, igiene, gestione della famiglia e dei figli nelle fasce più basse della popolazione.

Obiettivo e fulcro del lavoro era la donna del popolo, vista come il centro capace di irradiare a tutta la famiglia, e quindi alla società, i principi morali e pratici propagandati. Era un’associazione che si rivolgeva alle donne, ma che era anche gestita esclusivamente da donne: le allieve di Ronconi facevano parte, come lei, delle prime generazioni di donne che avevano conseguito un titolo di studio e si dedicavano a un’attività, per lo più l’insegnamento, che le portava fuori della cerchia familiare e a volte verso l’impegno sociale.

La ‘parola viva’ era il mezzo principale di questa azione educativa e filantropica e faceva leva sulla notevole capacità di Ronconi di creare un intenso canale di comunicazione con gli uditori più umili e a volte refrattari, come i riformatori o le carceri, attraverso conferenze formulate in un linguaggio studiatamente semplice e sempre ancorate alla vita quotidiana.

Esse toccavano i temi più vari: dall’opera dei grandi poeti e scrittori italiani in uno sforzo di diffusione del sentimento patriottico e di ‘elevazione spirituale’, fino ai consigli pratici su come mettere insieme il pranzo con la cena, risolvere i dissidi familiari, curare l’igiene domestica ed educare i figli. Accanto allo scopo educativo, l’OVM aveva anche fini assistenziali, intervenendo con aiuti materiali nei casi più impellenti e gravi oppure collaborando nella ricerca del lavoro o nel disbrigo di pratiche amministrative.

L’OVM aprì sezioni a Roma a S. Lorenzo, rimasto sempre il suo quartier generale, e a Trastevere, Monti, Testaccio e S. Giovanni e in altre zone popolari. Durante gli anni di guerra, ampliò il suo raggio d’azione, sia aumentando i comitati di quartiere, sia spingendosi nelle borgate, nelle campagne e in altre province di Lazio, Umbria, Marche, Toscana, Emilia, Piemonte, nonché nelle zone di guerra. Inoltre, fu costituito nel 1916 presso il Magistero di Roma un corso annuale di specializzazione in eloquenza popolare, diretto da lei, per preparare le allieve a parlare ai vari tipi di uditori popolari. L’OVM divenne cosi un prezioso elemento di sostegno del fronte interno, molto apprezzato dal commissario generale per l’assistenza civile e la propaganda, Ubaldo Comandini, nonché dall’organismo statunitense per la propaganda di guerra, il Committee on public information, di cui Ronconi divenne una ricercata speaker.

Nella sua attività, fu strettamente legata al mondo associativo femminile e femminista. Negli anni trascorsi a Vercelli fu influenzata dal femminismo pratico milanese. Nel 1899 la sua firma comparve in uno dei primi documenti presentati dalle italiane a favore dell’arbitrato internazionale al congresso dell’International Council of women a Londra. Il Consiglio nazionale delle donne italiane (CNDI) era ancora in via di formazione, ma Ronconi già partecipava alle sue prime attività: dopo di allora intervenne ai suoi congressi, ne sposò molte iniziative e ne diventò una delle dirigenti. Dalla fine della guerra ai primi anni del dopoguerra, fu presidente della sezione moralità del CNDI. Era attiva inoltre in altre associazioni dell’area CNDI, come l’Associazione per la donna, il Fascio nazionale femminile e la Federazione pro-suffragio. Fu a lungo presidente della sezione femminile della Società generale operaia di mutuo soccorso.

Con l’avvento del fascismo, le crescenti limitazioni imposte alla libertà di parola e di riunione resero impossibile la continuazione della sua opera. La sua attività avrebbe potuto proseguire solo sotto l’egida fascista, ma Ronconi non volle chiedere la tessera e preferì chiudere l’Opera nel giugno del 1925. D’altronde, nei primi anni del regime la sua azione sociale era stata ostacolata anche dalla revoca sia del congedo dall’insegnamento sia dell’incarico presso le carceri femminili. Vedeva sgretolarsi la sua opera e la vita che aveva condotto fino ad allora. Negli ultimi dieci anni della sua esistenza, si ritirò quasi completamente dalla scena pubblica e si dedicò soprattutto allo studio, alla contemplazione, alla preghiera e alla scrittura di testi religiosi, come terziaria francescana e carmelitana.

Morì a Torino il 22 marzo 1936. Non si sposò e non ebbe figli.

La sua salma venne inumata nel famedio del cimitero del Verano. La sua tomba ha proporzioni monumentali, segno del rispetto e della considerazione dei contemporanei. Durante il funerale, sulla bara furono esposte quattordici decorazioni, di cui tre religiose e undici civili, fra cui cinque medaglie d’oro, quattro d’argento e due di bronzo. Negli anni Cinquanta una scuola elementare del quartiere Parioli di Roma ha preso il suo nome, mentre nel decennio successivo è iniziato il processo per la sua beatificazione.

Fu Lina Pennesi, sua allieva, collaboratrice e biografa, a proseguire la sua opera, trasformandola: il sostegno alle donne ora si concentrava soprattutto sull’assistenza postcarceraria e all’infanzia e adolescenza bisognosa attraverso la creazione di case-famiglia. Si accentuava la vicinanza con la S. Sede, che nel 1953 donò all’associazione il villino La Palma a Monteverde, attuale sede dell’Opera Ronconi-Pennesi, ancora attiva. La trasformazione promossa da Pennesi permise all’associazione di sopravvivere durante il ventennio fascista, ma in essa c’erano anche elementi di modernizzazione. Infatti, l’opera di Ronconi, fiorita in età liberale, anche se oggetto della simpatia e del sostegno di singoli esponenti della classe dirigente, aveva goduto di appoggi pubblici in modo marginale ed estemporaneo, dato che la mentalità del tempo relegava quel tipo di intervento sociale nell’ambito della beneficenza privata. Inoltre, l’arte di parlare al popolo al fine di educarlo, come lei definiva il suo lavoro, era difficilmente trasmissibile e, senza modifiche profonde, rischiava di morire con lei. La sua figura di filantropa ed educatrice, quindi, è stata quella di una pioniera dell’assistenza alle classi disagiate, che più avanti nel secolo sarebbe divenuta una forma strutturale dell’intervento pubblico.

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