Ouessant, l’isola delle donne, di Annalisa Comes, Iacobelli editore 2023, recensione di Daniela Domenici

Nella collana “Frammenti di memoria” Iacobelli editore propone un reportage appassionato e innamorato di Annalisa Comes, scrittrice e traduttrice, che ha come sottotitolo “diario di una residenza sull’oceano” e che narra il suo soggiorno, insieme al figlio Yann, nel 2014 nell’isola di Ouessant, a ovest della Bretagna, da lei definita l’isola delle donne.
E’ un racconto denso di splendidi particolari, soprattutto visivi e sonori, del suo soggiorno al Semaphor du Créac’h, vicino al faro omonimo, nel nord ovest dell’isola; ecco come lo descrive Comes “Ero sola. Sola e di passaggio. Ma ben presto a quel senso di smarrimento e straniamento si è sostituita una profonda quiete, una straordinaria sensazione di appartenenza. Mi sono sentita parte della grande “famiglia umana”, di tutti quegli uomini e quelle donne che mi avevano preceduta qui e altrove, solidale compagna di viaggiatori e viaggiatrici del mondo. Ospite temporanea, sì, ma non “inquilina”, semmai “coinquilina”. E il grandioso paesaggio di quella natura selvaggia non era più inquietante, non più estraneo o potenzialmente minaccioso, ma grandiosamente domestico. E ho pianto di gioia e di riconoscenza. Il Sémaphore è stata la nostra casa per tanti mesi. Una dimora accogliente che ha preservato la mia solitudine, ma ha anche spalancato le porte a incontri generosi e fertili”.
L’autrice conclude il suo reportage con le seguenti parole che paragonano l’isola a un’arca “Ouessant è un’arca che brulica di vita. Ci sono più animali e piante che esseri umani. Uccelli, api, conigli, pecore, capre, limacce… e ancora foche, delfini, pesci. Centinaia e centinaia di specie di piante. Ovunque qualcosa sboccia o appassisce, lascia una traccia, imprime un’orma, striscia, ronza, sibila, canta. Mi trovo all’interno di un’arca, in viaggio verso una destinazione ignota. Arca, in ebraico ‘Tèva’ (che per assonanza indica anche la “natura”), vuol dire “parola”. La parola è la nostra salvezza, il nostro riparo, quando questa si declina al plurale (nelle diverse specie, nei colori dell’arcobaleno), rifuggendo l’univocità, perfino quella dell’ossessione della nostra fine… Ho trascorso i miei giorni di diluvio in quest’arca ouessantina, nelle parole della poesia e dell’amicizia. Le parole diventano i semi che pianterò. Non conosco la pianta, solo il tempo della lingua: il futuro”: grazie, Annalisa, per aver piantato i semi delle parole!