il ballo delle pazze, di Victoria Mas, recensione di Paola Naldi

Il tema della “follia” femminile mi ha sempre interessato dal punto di vista sia storico che umano. Purtroppo catalogare le donne come pazze o come streghe è stato un modo per eliminare e togliere voce a donne trasgressive, fuori dagli schemi o semplicemente provate da eventi sfavorevoli nella vita. La Merini è una poetessa che apprezzo molto e la sua storia di “pazzia” è stata ampiamente esplorata con la poesia e la narrazione. Ho letto i libri di Mario Tobino, psichiatra e poeta, con opere di forte connotazione psicologica e sociale: “Per le antiche scale” e “Le libere donne di Magliano”. Più recentemente il tema è stato trattato da Viola Ardone nel romanzo “Grande meraviglia”.
Non potevo quindi non lasciarmi coinvolgere da questo romanzo storico: “Il ballo delle pazze”, opera prima di Victoria Mas, caso letterario in Francia nel 2019.
Ambientato nel 1885 nell’ospedale parigino della Salpêtrière, si basa su fatti reali, riguardanti l’internamento forzato di donne considerate “isteriche” o scomode, mettendo in luce l’umiliazione e le dure sperimentazioni guidate dal neurologo Jean-Martin Charcot.
Nel XIX secolo questo ospedale di Parigi funziona come manicomio femminile, dove vengono rinchiuse donne non solo con problemi mentali reali, ma anche chi è semplicemente scomoda per la famiglia, donne con pensieri “troppo liberi” o vittime di abusi. Il dottor Charcot, noto per i suoi studi sull’ipnosi, usa le pazienti come cavie per esperimenti di psicoanalisi, spesso esponendole al pubblico durante le sue lezioni.
Il titolo del romanzo fa riferimento a un evento annuale organizzato durante la Quaresima (spesso definito “ballo di primavera”) in cui le pazienti della Salpêtrière vengono fatte vestire e danzare sotto gli occhi dell’élite parigina, trasformando la loro sofferenza in un macabro spettacolo.
Per le donne parigine il nome dell’ospedale è fonte di angoscia, perché qui le donne sono strettamente controllate, senza contatti con l’esterno e, una volta entrate, non se ne esce quasi mai.
“Le mura dell’ospedale spiazzano chiunque vi entri, a cominciare da quelli che vengono a lasciarci la figlia, la moglie o la madre. Geneviéve non sa più quanti uomini abbia visto sedersi su quella sedia: operai, fiorai, professori, farmacisti, commercianti, padri, fratelli, mariti… Senza la loro iniziativa la Salpêtrière non sarebbe così popolata. Certo, è capitato che donne abbiano portato altre donne, non tanto le madri quanto le matrigne o le zie, ma la maggior parte delle alienate è stata scaricata lì da uomini le cui poverette portavano il cognome. È la sorte peggiore: senza marito e senza padre non hanno più sostegno, alla loro esistenza non è accordata più la minima considerazione”.
“Più che un ospedale, il luogo sembra un paese: lunghe facciate in pietra rosa pallido, simili a modesti palazzi privati, costituiscono i settori”.
La protagonista della vicenda è Eugénie, ragazza di famiglia benestante, troppo autonoma e anticonformista per le regole familiari. Per di più ha la facoltà di “sentire” le voci dei defunti. Tradita dalla nonna, cui è molto legata, inizialmente cerca di lottare e non accetta la situazione di internata, poi, un po’ alla volta, entra in empatia con le altre donne. C’è Louise, bellissima adolescente, ricoverata dopo aver subito violenza da chi doveva proteggerla e che subirà altro oltraggio da un infermiere del reparto. Geneviève, la capoinfermiera, rigida e severa, convinta della superiorità della scienza su tutto, un po’ alla volta si lega a Eugénie. Ha dedicato tutta la vita al suo lavoro in ospedale, per poi accorgersi di non essere in alcun modo considerata dal dottor Charcot, per cui ha una specie di venerazione.
C’è Thérèse, la decana delle internate, più saggia che pazza, una specie di madre per le più giovani. Varie le storie e le donne, accomunate da un destino di abbandono, senza protezione e difesa alcuna.
Tutte hanno chiara una convinzione: la loro sorte è stata decisa dagli uomini, dallo strapotere che gli uomini hanno sulle donne.
A sconvolgere e trasformare la loro vita sarà il “ballo delle pazze”, ossia il ballo mascherato che si tiene ogni anno alla Salpêtrière e a cui viene invitata la crème di Parigi. In questa occasione mascherarsi farà cadere le maschere…Durante la serata gli ospiti sono curiosi e impazienti di osservare da vicino le pazze e queste a loro volta vogliono essere finalmente viste per qualche ora.
“Il ballo di mezza quaresima, che la borghesia parigina chiama il “ballo delle pazze”, è l’avvenimento di marzo; anzi l’avvenimento dell’anno. Nient’altro occupa le menti nelle settimane che lo precedono. Le internate cominciano a fantasticare su parure, orchestra, valzer, luci, scambi di sguardi, cuori felici e applausi. Pensano agli ospiti che verranno per l’occasione.”
” Gli uomini dalle menti fiere non vogliono essere messi in discussione … Stimano le donne solo quando l’aspetto fisico è di loro gusto. Quanto a quelle capaci di nuocere alla loro virilità, non le tengono da conto o, ancora meglio, se ne sbarazzano”.
“La festa non è la stessa per tutti: da una parte ci sono donne in costume che eseguono con precisione passi di danza imparati nelle ultime settimane, dall’altra spettatori che applaudono, totalmente immersi nello spettacolo come sassi nell’acqua.”
Alla fine vince la solidarietà femminile. Il fratello di Eugénie, esempio di una nuova consapevolezza maschile, fa un atto di coraggio e offre alla sorella l’opportunità di una nuova vita….
Un racconto toccante, doloroso, che fa riflettere. Scrittura intensa, efficace, nitida e scorrevole.