la guerra non è un sostantivo femminile, editoriale di Giusi Sammartino

Carissime lettrici e carissimi lettori,

Voglio raccontarvi di un libro che poi, leggendolo, mi ha intrigata. Sono andata alla presentazione romana nella prestigiosa e stupenda Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, nel “giro” di Palazzo Madama, che oggi è la sede altissima del Senato della Repubblica, intitolato a quella abile governatrice che è stata Margherita d’Austria, figlia illegittima, ma amatissima, di re Carlo V.

Alcuni libri cominciano a leggersi dalla copertina. Il loro frontespizio diventa una sorta di prefazione al testo che racchiudono, riassumendolo iconicamente, e lo presentano a chi lo acquista e si prepara a comprenderne le tesi indicate da chi scrive. Ottima scelta, non solo economica, dell’editore, ma soprattutto buonissimo connubio di chi graficamente pubblica con l’autore/autrice.

Così accade per “Donne e uomini, pace e guerra”, l’ultimo lavoro di Fiorenza Taricone docente di Pensiero politico e questione femminile all’università di Cassino e Lazio meridionale di cui è stata anche pro-rettrice e già autrice di tanti libri sul tema che, dunque, è diventato il filo d’Arianna di una ricerca sempre più ampia e approfondita, soprattutto nel confronto del rapporto tra i sessi.

In tal modo procede il libro dove si parla di donne e di pace, ma anche di uomini e di guerra in un alternarsi dell’uno e dell’altro, nel binomio non sempre costantemente e linearmente bilanciato per una parte o per l’altra, attraverso una lettura storica degli avvenimenti. Per nulla, ripeterei, costituendo un viaggio lineare, come penso poi si evinca spesso dall’osservazione degli avvenimenti umani, dalla Storia.

La professoressa Taricone in questo suo lavoro parla sì di donne e di pace, ma si “incuriosisce” del rapporto del femminile con la guerra della ricerca delle donne nel misurarsi, attraverso i tempi, con la forza, spiccatamente scelta dai maschi fautori dei conflitti armati, dell’omicidio legale, come vien indicato dall’autrice, per raggiungere una parità a tutto tondo.

La guerra come espressione degli uomini, ma non solo. Nel tempo, infatti, anche la guerra, e Fiorenza Taricone ci si soffermerà proprio verso la fine del libro, è stata l’ultimo baluardo, con un’apposita legge promulgata in Italia nel 1999, per evidenziare e raggiungere una parità di diritti, il “riscatto” delle donne verso l’uguaglianza sociale tra i sessi, anche attraverso le forze armate, anche attraverso, nonostante, la guerra.

Così l’autrice, capitolo dopo capitolo, racconta delle donne che si sono impegnate sul fronte, c’è da dirlo, interventista e di partecipazione totale. Non solo le Amazzoni, ormai universalmente note come “guerriere”, ma anche le figure femminili e tenaci del Risorgimento fino a quelle della Resistenza. L’autrice si sofferma su questo aspetto: la donna generatrice di vita non può porsi dalla parte della morte (che spesso le ha tolto proprio i figli da lei messi al mondo) e dunque è portatrice e ispiratrice di Pace.

Ma vado con ordine. Anzi, torno alla copertina dove in un’immagine del globo del mondo (che bello pensare che nella lingua russa !!! il termine “mondo” coincide con la parola “pace”, si dicono nello stesso modo) e il corpo stilizzato di una colomba, da sempre rimandante alla pace, si riempiono di figure femminili (in massima parte) e maschili che sono state/i ispiratori/ispiratrici e simbolo di una pace perenne, non solo come soluzione e conseguenza per far cessare la guerra.

Proprio in copertina, infatti, troviamo le figure essenziali trattate nel testo: da Bertha von Suttner (segretaria di Alfred Nobel, prima donna a ricevere il Nobel per la pace, nel 1905), a Madre Teresa di Calcutta, la suora albanese che ha dedicato la vita ai poveri e che a loro ha devoluto l’importo economico del suo Nobel, datato 1979 (“sarebbe bastato a sfamarli per un anno”) , fino all’americana  Jane Addams attivista e pacifista, grande stimolatrice dei diritti delle donne e del loro diritto al voto. Con le tre grandi donne sulla copertina sono rappresentate le silhouettes maschili di altri Nobel della pace: Martin Luter King, Nelson Mandela e Teodoro Moneta, unico italiano tra i Premi Nobel per la pace, ricevuto nel 1907.

Poi incontriamo la prefazione di Marco Tarquinio, parlamentare europeo, giornalista e da sempre sostenitore della pace: “Si tratta – spiega Tarquinio – di un libro dedicato alla storia del binomio donne e pace. Una storia non lineare e nemmeno scontata. Perciò, questo è un libro prezioso anche agli uomini che nella concretezza della vicenda storica – proprio come suggerito dalle simmetrie del titolo, e ripetiamolo: “Donne e uomini. Pace e guerra” – finiscono per incarnare quasi sistematicamente il ruolo dei promotori di guerra. Mostro che divora inesorabilmente i corpi maschili addestrati all’assassinio legalizzato, ma che sempre più s’accanisce sui corpi delle donne, arruolati come quelli degli uomini, usati senza pietà come terra di conquista.

Donne e pace. Uomini e guerra. È soprattutto così, ma non sempre. E del resto le semplificazioni mortificanti, in un tempo in cui si torna a bombardare la complessità e quasi ogni sguardo su di essa, non sono per la filosofa della politica Taricone….”. Poi Tarquino continua: “Pagina dopo pagina sentirete anche crescere la speranza che, per merito soprattutto delle donne, quel senso di “ripudio” (della guerra ndr) torni saldo e forte, con tutte le sue sane e migliori conseguenze, e riesca a farsi mobilitante ed efficace consapevolezza politica di donne e uomini insieme. Ne abbiamo di nuovo estrema necessità in Europa – continua quasi come in una supplica – e dobbiamo saper partire dall’Italia, che nel frattempo, da quasi ottant’anni, ha fatto del “ripudio della guerra” un perno, all’articolo 11, della Costituzione della democratica Repubblica che noi siamo. Scorrendo questo testo, mentre incontravo di nuovo o scoprivo per la prima volta lineamenti e voci di grandi figure femminili, ammirando la meditata e coinvolgente nettezza pacifista di molte di loro, facendo i conti con la fascinazione su alcune altre delle dottrine della “guerra giusta”, mi sono tornate ancora una volta in mente le parole e la domanda finale di un canto dei Papago, indiani d’America, che mi risuonano dentro sin da quando le scoprii, ancora ragazzo, grazie a una benedetta traduzione in italiano. Dicono quei versi: «Gli uomini che gridano “fratello”, / gli uomini che gridano “fratello” / fra le montagne hanno ucciso ancora, / hanno preso i bambini dell’altro popolo. / E il sole discende in tristezza. / Donne, / che farete per cambiare questo?». Già – si domanda Marco Tarquino concludendo il suo intervento – donne che farete per spezzare le spirali della guerra? La tenaglia della morte, della distruzione, della sopraffazione, della deportazione dei piccoli? Quale benedetta sovversione ci aiuterete a promuovere contro la sempre giustificata e mai giustificabile guerra, contro i suoi riti e suoi miti e le sue atrocità?”.

Allora proprio partendo dalle parole del giornalista e deputato europeo leggiamo insieme la poesia di oggi suggerita da Tarquinio nell’introduzione al libro. Ci detta alcuni versi e commenta “Come diceva con la sua arrochita eppure limpida voce di donna Alda Merini, che «tremendo è portare gli uomini /verso la pace, / essi accontentano la morte / per ogni dove, / come fosse una bocca da sfamare». Ma è altrettanto vero che il “ripudio della guerra” da parte delle donne, anche solo negli ultimi tre secoli, è stato un potentissimo sentimento naturale, un convincimento esistenziale, un intuito filosofico molte volte contraddetto, perduto e lucidamente ritrovato. E questo recupero di pace è avvenuto costantemente, nonostante il paradossale incentivo che la guerra, specie nella nostra modernità d’Occidente, offriva a maggiori spazio e ruolo e reddito per le donne in società altrimenti segnate da una premeditata supremazia maschile”.

LA PACE

La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.
Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.
Ma tu maestro che ascolti
i palpiti di tanti soldati,
sai che le bocche della morte
sono di cartapesta,
più sinuosi dei dolci
le labbra intoccabili
della donna che t’ama.

(Alda Merini)

Mentre scrivevo e stavo concludendo questo blog che “viviamo” insieme è arrivata una notizia agghiacciante che si aggiunge alle altre a noi ormai note. Come in un bruttissimo film horror ad Ankara tutti e tutte i partecipanti al summit della Nato (che, certo, ha spirito bellico, ma si spera almeno di controllo) hanno ricevuto dal presidente turco, padrone di casa, un particolare, spiacente e spiazzante cadeau! Una colt (ah i film western alla Sergio Leone!) personalizzata (!!!) con il nome del ricevente. Il “cadeau” è stato completato, per ciascun destinatario, da una scatolina di proiettili! Tutti e tutte l’hanno accettato meno primo ministro inglese che lo ha lascito nella capitale turca dicendo che era contro la legge britannica importarlo. La notizia si commenta da sola. A me è venuta in mente subito la poesia della polacca (anche lei premio Nobel, seppure in letteratura) Wislawa Szymborska, letta recentemente dalla grande attrice Anna Foglietta da sempre impegnata nel sociale e nel diritto alla Pace.

L’ODIO

Guardate com’è sempre efficiente,

come si mantiene in forma

nel nostro secolo l’odio.

Con quanta facilità supera gli ostacoli.

Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.

Insieme più vecchio e più giovane di loro.

Da solo genera le cause

che lo fanno nascere.

Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.

L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione –

purché ci si inginocchi per il via

Patria o no –

purché si scatti alla partenza.

Anche la giustizia va bene all’inizio.

Poi corre tutto solo.

L’odio. L’odio.

Una smorfia di estasi amorosa

gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –

malaticci e fiacchi!

Da quando la fratellanza

può contare sulle folle?

La compassione è mai

arrivata per prima al traguardo?

Il dubbio quanti volenterosi trascina?

Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.

Occorre dire quante canzoni ha composto?

Quante pagine ha scritto nei libri di storia?

Quanti tappeti umani ha disteso

su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:

sa creare bellezza

Splendidi i suoi bagliori nella notte nera

Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.

Innegabile è il pathos delle rovine

e l’umorismo grasso

della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto

tra fracasso e silenzio

tra sangue rosso e neve bianca.

E soprattutto non lo annoia mai

il motivo del lindo carnefice

sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.

Se deve aspettare aspetterà.

Lo dicono cieco. Cieco?

Ha la vista acuta del cecchino

e guarda risoluto al futuro.

(Wislawa Szymborska)

Donne non si nasce, ma si diventa

(Simone De Bevoir)

La guerra non è un sostantivo femminile