“Aspettando la paura” di Oguz Atay, recensione di Daniela Domenici

Una breve biografia per chi, come me, non aveva mai sentito parlare di questo
scrittore turco: Oguz Atay, nato nel 1934 e prematuramente morto nel 1977, è
stato un ingegnere e uno scrittore che negli anni Settanta del secolo scorso ha
proposto un nuovo modo di narrare aperto alle problematiche e alle realtà
individuali escluse dal racconto realistico che in quel periodo era imperante
in Turchia. Ha debuttato con “Tutunamayanlar”, “Gli incapaci di connettersi”
del 1972 imperniato sulle varie forme di solitudine; anche il romanzo che seguì,
“Tehlikeli Oyunlar”, “Giochi pericolosi” del 1973 ruota attorno al tema della
lotta interiore dell’uomo con se stesso e negli otto racconti che compongono
questo libro, “Aspettando la paura”, si concentra la stessa potenza espressiva
dei romanzi.

Sono otto storie di varia lunghezza dal più lungo, che dà anche il titolo alla
raccolta, al più breve, “Scordato”, passando per “L’uomo dal cappotto bianco”,
“Una lettera mai spedita”, “Né sì né no”, “Lettera a mio padre” e “I narratori
sui binari – Un sogno”: sono splendidi, appassionanti, surreali racconti che
hanno al centro varie forme di solitudine e abbandono; sono assolutamente
straordinari, emozionanti, dolorosi, commoventi, una vera scoperta per la
sottoscritta che invita chi legge questa sua recensione a intraprendere il suo
stesso viaggio “dentro” questo libro leggendo solo alla fine la prefazione di
Bellingeri e la postfazione di Pamuk.